La lezione di Umberto Zanotti Bianco

 

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Umberto Zanotti Bianco merita l’attenta cura che gli ha dedicato Mirko Grasso nel libro Costruire la democrazia, e questo libro merita di esser letto. Zanotti Bianco rappresentò infatti, e ancora rappresenta, una figura rarissima al giorno d’oggi, quella di un grande intellettuale che non disdegnava di scendere nell’arena dei problemi quotidiani del paese. Questo impegno totale trovò nel Mezzogiorno d’Italia il teatro entro cui dispiegarsi: ma la vita e l’azione di Zanotti Bianco, e dunque anche il suo “meridionalismo”, non s’intendono a fondo senza ricostruire, come Mirko Grasso ha fatto, l’interessante e poco noto scenario europeo e mediterraneo che fu il quadro etico, civile e politico dentro il quale egli si mosse, e del quale vale la pena di rintracciare fili e tratti che possano dirsi ancora attuali, o tornare ad esserlo.

Zanotti Bianco vedeva come essenziali per il suo sviluppo i temi del patrimonio culturale. Su questo versante vanno ricordati non solo il contributo che egli dette all’archeologia magno-greca, da Sibari a Paestum, ma anche il dono di un’onestà intellettuale senza compromessi, di un rigore assoluto delle idee, di una fedeltà senza riserve all’Italia e alla sua storia. Di questo suo contributo furono parte tanto la sua ricerca archeologica sul campo quanto la riflessione e l’azione sulla tutela del patrimonio culturale.

La cultura della tutela come noi la conosciamo oggi si andava trasformando in quegli anni in Italia, in parallelo a una nuova e più sofisticata concezione dell’indagine archeologica e delle sue valenze sperimentali, ma anche di altri campi, come per esempio il restauro.

Sviluppi, l’uno e l’altro, che non ebbero nulla di locale o diprovinciale, visto che sono diventati un punto di riferimento imprescindibile in tutto il mondo. È di quel grande processo di presa di coscienza che Umberto Zanotti Bianco fece parte, con poche altre figure chiave: coscienza civile, voglio dire, e insieme coscienza e conoscenza scientifica e tecnica, cioè consapevolezza, da un lato, della centralità della ricerca come fondamento dell’azione di tutela, dall’altro lato, del valore educativo del patrimonio culturale per tutti i cittadini, e specialmente per le nuove generazioni. In questo senso, è importante intendere che le due “facce” dell’attività di Zanotti Bianco, come archeologo militante e come meridionalista, furono due aspetti di una stessa battaglia. Lo furono per lui e per la sua generazione, perché ad essi era chiaro ciò che oggi lo è assai meno, ossia che la ricerca sul patrimonio culturale e la sua tutela sono fattori di progresso e di sviluppo, in particolare per le regioni che pativano, e patiscono, di arretratezze e squilibri rispetto al resto del paese e all’Europa.

Quella che Zanotti Bianco ha perseguito in tutta la sua vita con ammirevole coerenza fu una battaglia contro l’ineguaglianza, soprattutto (ma non solo) contro l’ineguaglianza tra il Nord e il Sud d’Italia. Alla radice di quel suo generoso, costante combattere per i poveri e gli oppressi (non per niente gli amici lo chiamavano “il cavaliere rose-croix”) fu un giovanile empito, propriamente religioso, che lo accompagnò fino alla morte. All’inizio, fu l’educazione nel collegio barnabita “Carlo Alberto” di Moncalieri; ma il cuore del messaggio che egli vi recepì non aveva nulla di bigotto, anzi si nutriva, grazie specialmente al padre Giovanni Semeria, di una religiosità tutta volta all’agire (in particolare, in favore delle classi oppresse) e dei fermenti del modernismo, contestati e repressi dalla Chiesa ufficiale. Zanotti doveva essere convittore a Moncalieri quando il padre Semeria si recò col biblista Salvatore Minocchi in visita a Tolstoj a Jasnaja Poljana: una visita che procurò loro le più fiere censure della “Civiltà Cattolica”. L’importanza di un’educazione efficace nella prima infanzia si richiamava allora in Piemonte all’insegnamento e all’opera di Ferrante Aporti, che spingeva a un impegno diretto, personale nel riscatto dei diseredati, in opposizione all’idea tradizionale della carità mediante la preghiera e l’obolo.

La religiosità che accompagnò Zanotti Bianco nella sua vita e nella sua azione non fu quella della Chiesa né del cattolicesimo modernista, ma piuttosto una religione del dovere, laica e internazionalista, ispirata in primo luogo a Giuseppe Mazzini.

L’incontro decisivo per il giovane “piemontese di Creta” (lì era nato, da un diplomatico italiano e da madre inglese), fu però quello con Antonio Fogazzaro. Letto Il Santo, romanzo che a Fogazzaro era costato la pesante censura della Chiesa romana (fu messo all’indice per sospetto modernismo), Zanotti Bianco fece di tutto per incontrare lo scrittore, e finalmente lo conobbe nell’autunno 1908, l’”autunno in Valsolda” che un amico di quegli anni, Tommaso Gallarati Scotti, avrebbe sapientemente evocato. Da quell’incontro, vissuto con l’intensità febbrile di un adolescente, Zanotti trasse un principio a cui avrebbe sempre tenuto fede: evitare a ogni costo “il pericolo di una vita dell’intelletto che sia priva di ogni azione pratica nel campo sociale e morale”. Dal libro di Maurice Blondel L’action (prima edizione, 1893) egli traeva in quegli anni il convincimento che ogni uomo, con gesti e azioni anche modesti (ma concreti), può influenzare gli altri esseri umani, e il corso stesso degli eventi, come una pietra che scagliata in un lago provochi cerchi di piccole vibrazioni ondose, lente ma sicure. Il sentimento della giustizia sociale, lo sdegno per le ineguaglianze, prendeva così la forma di una religione liberale, in uno slancio etico che in quelle generazioni corrispose a un progetto di crescita e di identità della patria italiana.

Pochi mesi dopo l’incontro con Fogazzaro, la sconvolgente notizia del tragico terremoto del 28 dicembre 1908, che rase al suolo Messina, Reggio e altri comuni nell’area dello Stretto, provocando circa centomila morti. Fogazzaro contribuì alla gara di solidarietà che percorse allora l’Italia, e fu per suo suggerimento che Zanotti Bianco partì immediatamente per unirsi alle squadre di soccorso.

Fra le macerie di Messina conobbe Gaetano Salvemini (che vi aveva perso la famiglia) e Maksim Gor’kij: due incontri, questi, che si sarebbe tentati di prendere a simbolo di due importanti filoni della sua vita negli anni successivi, l’interesse per il Mezzogiorno d’Italia e quello per le popolazioni slave oppresse dal governo zarista.

Quando giunse in Calabria, Zanotti non aveva nemmeno vent’anni, eppure comprese subito che il soccorso che il paese doveva ai calabresi non era solo contro la sciagura del terremoto, ma anzi, e soprattutto, contro mali endemici e ignorati dai più, come l’indigenza, le condizioni igieniche primitive, la denutrizione, l’analfabetismo e l’ignoranza in cui versava tanta parte della popolazione. Nel viaggio di ritorno, incontrò per caso alla stazione di Pizzo padre Semeria (che aveva subìto da poco dalla Chiesa il divieto di predicare), e quindi raggiunse Fogazzaro a Oria in Valsolda: dall’uno e dall’altro fu incoraggiato a impegnarsi in prima persona in un’azione meridionalistica di informazione e di aiuto.

Fu così che nacque, nel 1910, l’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia (Animi), con la presidenza onoraria di Pasquale Villari e quella effettiva di Leopoldo Franchetti.

L’uno e l’altro puntavano a una redistribuzione della proprietà agraria fra i contadini come fattore primario di rinnovamento economico e sociale. Zanotti, con Gallarati Scotti e altri, preferirono individuare come veicolo essenziale del riscatto del Sud la cultura e la scuola, e si ripromisero di aprire asili, scuole, biblioteche, ambulatori medici nei villaggi più derelitti del Sud, e in particolare di un Aspromonte ancora senza strade, ancora lontano dalle forme più elementari della civiltà urbana (il consuntivo finale fu di oltre 2000 scuole in tutto il Sud, 649 nella sola Calabria). Nei suoi anni iniziali, l’Animi fu (lo ha notato Margherita Isnardi Parente) un singolare esempio “di collaborazione fra forze religiose e laicistiche sul terreno pratico”.

Nel 1912 Zanotti si trasferiva a Reggio Calabria, ad aprirvi l’ufficio calabrese della giovane Animi; e individuava il punto cardinale della missione dell’Associazione nella cura dell’infanzia (istruzione, alimentazione, salute). Memorabile ancora oggi l’inchiesta che egli condusse nel 1926 ad Africo, un villaggio desolato e flagellato dalla denutrizione e dalla mortalità precoce. Merita di essere ricordato lo straordinario gesto simbolico che egli compì per rendere vive e presenti le condizioni degli africoti a Roma: mandò ad amici e conoscenti campioni del “pane di Africo”, che di pane aveva ben poco, essendo fatto di farina di leguminose e paglia. Ingannava la fame, ma nutriva ben poco. Un oggetto concreto, tolto dalla vita quotidiana di quegli sfortunati italiani di Africo, diventava in tal modo – irrompendo nelle case di professionisti e benestanti – il drammatico ambasciatore di una condizione umana insopportabile, ma anche la sua prova fattuale, più forte e più eloquente di ogni appello, di ogni protesta. Sarà anzi proprio l’efficacia dell’azione di Zanotti Bianco (che ottenne, se non l’abolizione, almeno la riduzione dell’esosa imposta sulle capre che gli africoti dovevano pagare) ad attirare su di lui i fulmini del governo fascista. La sua inchiesta, a quel che pare, era contraria agli interessi nazionali (e del regime), in quanto metteva a nudo un punto di debolezza e fragilità dell’Italia, e perciò era vista come denigrazione antinazionale. Partirà di qui la sorveglianza speciale, e poi l’arresto, quindi la decisione di mandare al confino quel pericoloso filantropo (peraltro tanto poco incline al compromesso da protestare contro il delitto Matteotti, restituendo la Medaglia d’argento al valor militare e la Medaglia d’oro di benemerito della cultura).

Il Mezzogiorno non era però la sola preoccupazione di Zanotti Bianco. Mazziniana quanto la sua religione del dovere fu la continua attenzione ai problemi delle minoranze etniche e linguistiche in Europa. Come Mirko Grasso ha potuto mostrare in questo volume, anche tramite documenti inediti organizzati secondo precisi filoni di ricerca, questo allargamento di orizzonte consentì a Zanotti Bianco di collocare la questione dello sviluppo del Mezzogiorno su un piano sovranazionale, intrecciando i temi dello sviluppo a quelli della crescita democratica dei popoli del Mediterraneo. In ciò egli contribuì (dal 1916) con la collana “Giovine Europa”, una serie di opuscoli sulle nazionalità meno riconosciute (il primo volume fu sugli albanesi), e più tardi (dal 1918) con la rivista “La Voce dei popoli”. Dalla conoscenza di Gor’kij nacquero i suoi contatti regolari con gli esuli russi in Italia, specialmente a Capri: sognava la rivolta della Polonia contro lo zar, si informava della condizione degli oppositori russi costretti a un umiliante esilio nelle zone più remote e misere dell’impero, organizzava comitati di solidarietà con Polonia, Albania, Romania, Ungheria, pubblicava sotto pseudonimo (Giorgio D’Acandia) articoli e opuscoli sulle nazionalità oppresse, e in un libro del 1919, La pace di Versailles (con Andrea Caffi), insisteva sugli errori commessi nel disegnare la mappa politica dell’Europa postbellica e ne chiedeva la correzione (un altro volume di Zanotti, Studi di politica estera, veniva annunciato nella “Rivoluzione Liberale” [II, 1923, p. 44] come “in preparazione” per la casa editrice di Piero Gobetti). Attività e pensieri, questi, che vanno almeno menzionati nel nostro contesto, perché danno il senso delle ragioni profonde, morali e politiche, non solo del meridionalismo etico e culturale di Zanotti Bianco, ma anche del suo impegno di archeologo. Fu infatti proprio in tale quadro che egli – che non aveva fatto studi di archeologia ma si era laureato in giurisprudenza a Torino – maturò il proprio interesse per il patrimonio culturale, e a renderlo più concreto e impegnato volle diventare, da autodidatta, un archeologo di rango.

Dopo che, per reggere le fila dell’ufficio reggino dell’Animi, Zanotti si trasferì a Reggio, gli venne subito chiaro che andavano riscattati dall’emarginazione e dall’oblio non solo i contadini calabresi, ma anche i monumenti e le memorie storiche di quella e delle altre regioni del Sud. Dello stesso 1912 è la sua prima battaglia in favore dei monumenti bizantini e normanni di Calabria, ignorati e negletti. Anche qui, però, in una vita che tanto si nutrì di rapporti personali quanto di idee e di ideali, vi fu un incontro decisivo, quello con Paolo Orsi (1911). Il grande archeologo di Rovereto, educato nell’impero austro-ungarico ma italiano di sentimenti, aveva già da molto tempo deciso di dedicare la propria vita all’archeologia della Sicilia e della Magna Grecia, e fu per Zanotti una guida sicura in quelle antiche civiltà, nell’intreccio di Greci e “indigeni”, nella stratificazione delle tracce di Romani, Bizantini, Normanni. “A me che cercavo di traversare quelle regioni chiudendo gli occhi su tutto ciò che non fosse la sofferenza del popolo, [Paolo Orsi] cominciò fin d’allora a instillare la profonda pietà dei monumenti della Calabria”. Pietas è qui la parola chiave: uno stesso senso, laicamente religioso, di rispetto e di affezione, di identificazione coi cittadini più sfortunati, ma anche con l’archeologia e la storia di quei luoghi: sentimenti a cui il dialogo con l’altro uomo del Nord, Orsi, dava alimento e concretezza progettuale. Alla pietas doveva, per le persone come per i monumenti, seguire il riscatto: anzi, uguale fu per lui non solo la radice di quel sentimento di profonda e attiva pietà, ma anche il fine da ripromettersi. Liberare i poveri dalla miseria e dalla soggezione mediante la scolarizzazione e la diffusione della cultura; liberare il Mezzogiorno dalla marginalizzazione sociale e culturale restituendo la sua storia e il suo patrimonio culturale all’attenzione di studiosi e visitatori da tutto il mondo, e prima di tutto alla consapevolezza e all’orgoglio civico dei meridionali, dando ad essi il senso e la dimensione delle civiltà che si erano succedute nelle loro regioni “dimenticate”. Anche la campagna di Zanotti in favore dei monumenti bizantini e normanni fu in sintonia e in sincronia con l’azione di Paolo Orsi in favore della Cattolica di Stilo (una chiesa bizantina) e della Roccelletta del Vescovo di Squillace (una chiesa normanna). La fondazione dell’Archivio storico per la Calabria e la Lucania (con Paolo Orsi, 1931) è sulla stessa linea: “esortare alle istorie” gli italiani del Sud, onde accrescerne la coscienza civica e promuoverne il futuro.

Si capisce così come dal seno stesso dell’Animi nascesse nel 1920 la Società Magna Grecia, presieduta da Paolo Orsi e diretta da Zanotti Bianco, intorno a cui presto si raccolsero archeologi come Pirro Marconi, ma soprattutto cittadini (come Eleonora Duse, Ernesto Buonaiuti, Bernard Berenson, Lionello Venturi, Corrado Ricci). Fu in quella cornice che Zanotti ebbe un altro incontro decisivo, quello con Paola Zancani Montuoro. Archeologa di formazione (aveva studiato con Giulio Emanuele Rizzo a Roma e con Alessandro Della Seta ad Atene), la Zancani pubblicò nel 1933 sugli “Atti e Memorie della Società Magna Grecia” uno studio sulla Persefone di Taranto: si inaugurava qui il suo lungo sodalizio intellettuale con Zanotti Bianco.

Nella presentazione della Società Magna Grecia scritta in occasione del primo decennale di attività e pubblicata nel 1931, Zanotti faceva notare che il bilancio della direzione generale alle Antichità e Belle Arti d’Italia nel 1920 era di trentanove milioni di lire, equivalente a quello del solo Metropolitan Museum di New York. Sono le cifre ricordate da Paolo Orsi in un discorso al Senato (di cui era membro per nomina regia) del 1927. Con un bilancio tanto esiguo, quale speranza poteva mai esserci di promuovere la ricerca archeologica al Sud? La Società Magna Grecia ebbe però un ruolo essenziale in una raccolta di fondi e in un dispiegarsi di progetti che, per dimensioni e per qualità dei risultati nell’Italia di quegli anni, appare oggi quasi incredibile.

Volte a correggere le disattenzioni del governo, sia l’Animi che la Società Magna Grecia erano però viste con crescente fastidio, come focolai di opposizione al regime, e perciò furono costrette a chiudere e a riaprire sotto altro nome: l’Animi diventò nel 1939 “Opera Principessa di Piemonte” (Maria José di Savoia fu sempre vicina a Zanotti Bianco), la Società Magna Grecia, sciolta nel 1934, rinacque poco dopo come Società Paolo Orsi (il grande archeologo era morto nel 1935). Solo dopo la guerra l’una e l’altra impresa poterono riprendere il nome originario; e solo allora il ruolo e il significato di Zanotti Bianco furono riconosciuti in modo adeguato, con la nomina a presidente della Croce rossa italiana nel 1944, e poi ad accademico dei Lincei (1947), a presidente della stessa Animi (1951), quindi di Italia Nostra (dalla fondazione, 1955), e soprattutto con la nomina a senatore a vita, dovuta al presidente Luigi Einaudi (1952).

Come ha osservato Maurizio Paoletti, dal carteggio con Gallarati Scotti emerge bene un forte contrasto: Gallarati rifiuta (siamo nel 1913) di raccogliere denaro per attività archeologiche, che considera non importanti ai fini dell’Animi (“io di denaro per i cocci non ne cerco”); Zanotti ritiene che anche quella sia una via da battere per il riscatto delle popolazioni del Sud. Ne era tanto convinto da impegnarsi in prima persona negli scavi, trasformandosi in archeologo militante. Agiva certo qui in lui il sodalizio con Paolo Orsi, e più tardi con Paola Zancani Montuoro; ma c’era pure un interesse per le antichità greche e romane alimentato dalla cultura classica tanto comune nelle classi più alte in quel tempo. Anche il suo interesse per la religione e la spiritualità (al quale contribuì l’avvocato torinese Attilio Begey, seguace del mistico polacco Andrzej Towianski, le cui opere Zanotti lesse e amò), che si era indirizzato verso le religioni orientali, prese la strada della cultura classica greco-romana grazie a un suggerimento di padre Semeria, che lo indusse a occuparsi di una cultura, come quella classica, più prossima alla nostra. Evitata in tal modo la deriva orientalistica, anche lo studio della religiosità “pagana”, come poteva emergere dai resti archeologici, si iscriveva in quella sua assidua ricerca della stratificazione storica come fonte di autoconoscenza, e di riscatto, dei popoli.

Le prime esperienze di archeologia sul campo per Zanotti furono in Sicilia: nel 1929 partecipò con Pirro Marconi agli scavi del tempio dorico di Himera, nel 1931 con Paolo Orsi e Rufo Ruffo della Scaletta a quelli di Sant’Angelo Muxaro. Nel 1932, osò affrontare da solo, con sondaggi nella Piana di Sibari, il tema arduo della localizzazione di quell’antica città, distrutta dai crotoniati nel 510 a.C., e seppe identificarla (come solo molti anni dopo sarebbe stato confermato) nell’area di Parco del Cavallo. Subito dopo, però, giunse il divieto di risiedere in Calabria, e quindi le ricerche più importanti e fortunate, quelle che portarono, in stretta collaborazione con Paola Zancani Montuoro, alla scoperta del complesso dell’Heraion alla foce del Sele, con la sua straordinaria decorazione figurata. L’esplorazione, a partire dal 1934, della Piana del Sele (allora infestata dalla malaria) non aveva nulla di casuale.

Essa partiva da alcune fonti antiche (Strabone e Plinio), che menzionavano in quell’area un importante santuario di Hera argiva, a cinquanta stadi da Paestum, ma l’imponenza dei ritrovamenti sorpassava ogni possibile speranza: una stoà arcaica, un “thesaurós”, un’imponente serie di metope scolpite in arenaria locale, con storie di Eracle e altri miti, il grandioso tempio della fine del VI secolo, con altre metope. Un intero capitolo di arte greca si dischiudeva prodigiosamente agli studi. Per di più, le statuette arcaiche di Hera mostravano tratti iconografici simili a quelli della Madonna della vicina Capaccio, suggerendo una secolare continuità di culti, di popoli e di costumi. Nei due volumi (in quattro tomi) che rappresentano l’edizione dello scavo (1951; 1954), Zanotti e la Zancani (un’archeologa di formazione e una grande autodidatta) lavorarono, come co-autori, fianco a fianco (anche se, lo ha osservato Maurizio Paoletti, la parte della Zancani deve essere stata maggiore di quanto non appaia dalle firme). D’altro canto, Zanotti aveva tanto assimilato le competenze di archeologo da proporre anche (nei “Rendiconti della Pontificia Accademia romana di archeologia” del 1943) uno studio sul frontone “dell’ulivo” sull’acropoli di Atene. Non secondaria, infine, nella sua attività multiforme, la preoccupazione di divulgare le scoperte e la conoscenza anche mediante articoli di giornale e un’opera come La Magna Grecia (con Leonard von Matt, 1961).

Questo diretto impegno di scavatore e ricercatore dette a Zanotti Bianco armi intellettuali ancor più affilate per condurre, come presidente di Italia Nostra (dal 1955 alla morte, 1963), la battaglia in favore della conservazione del patrimonio culturale e del paesaggio, negli anni in cui cominciava quella tumultuosa crescita economica che avrebbe generato in tutta Italia disordinati e spesso distruttivi interventi edilizi, cinici abusi, lottizzazioni e cementificazioni.

L’imperativo morale a cui egli sempre ubbidì (rompere il conformismo e il silenzio in nome di un senso profondo della giustizia e del diritto) si manifestò al meglio nell’attività iniziale di un sodalizio destinato a rappresentare (come fa ormai da oltre cinquant’anni) una voce significativa in difesa del patrimonio culturale e ambientale, nello spirito dell’articolo 9 della Costituzione repubblicana.

Di poco anteriore alla fondazione di Italia Nostra è la sdegnata lettera con cui Zanotti e altre personalità (fra cui Salvemini, Elena Croce, Corrado Alvaro, Carlo Levi, Gaetano De Sanctis) protestavano contro gli scempi nell’area della via Appia antica. Pienissima fu dunque la continuità fra il giovane Zanotti, che durante la prima guerra mondiale collaborò con Ugo Ojetti alla salvaguardia dei monumenti nelle zone di guerra, e lo Zanotti maturo che, in una situazione profondamente mutata, combatteva in tempo di pace un’ancor più dura battaglia. Per la prima volta, sorgeva con Italia Nostra un’associazione ambientalista a livello nazionale, e nessuno meglio di lui poteva esserne il presidente, grazie a un’indiscussa autorità morale, sigillata ed esaltata dalla nomina a senatore a vita. Fu una nomina voluta da Luigi Einaudi allo scopo (poi pienamente riuscito) di conferire maggiore visibilità e prestigio alle prese di posizione pubbliche di Zanotti Bianco, perché nessuno potesse permettersi di ignorarle. Egli poté così farsi interprete non solo delle istanze di protesta, di tutela e di sorveglianza che andavano diffondendosi nella società civile, ma anche dell’evolversi dell’idea stessa di tutela del patrimonio culturale e ambientale: non più, lo si capì bene proprio in quegli anni, protezione di singole e isolate “emergenze”, bensì tutela dei contesti urbani e paesaggistici, di quell’inscindibile continuum che il tessuto monumentale forma con quello abitativo, e l’uno e l’altro coi valori del paesaggio e dell’ambiente. Concezione avanzatissima, che l’Italia di quegli anni seppe elaborare, in coerenza con la propria storia e con la propria Costituzione, e che si è andata imponendo in tutto il mondo anche se (non dobbiamo nascondercelo) proprio nel nostro paese è continuamente insidiata, specialmente negli ultimi anni, da volgari e interessate manovre. Della sua attività sul campo, come delle singoleiniziative di Italia Nostra sotto la sua presidenza, non è qui il caso di ripercorrere nel dettaglio le tappe e i risultati. Più premeva ricordare il suo significato nell’ambito della vita e dell’opera di una figura come quella di Umberto Zanotti Bianco, che per certi versi può apparirci ancora risorgimentale, tutta volta alla creazione (rallentata dal fascismo) di un’Italia desiderata e sognata; per altri aspetti è viva e anziprofetica, in quella sua tensione etica verso una concezione del patrimonio culturale come strumento di autocoscienza e di identità degli italiani, come mezzo e fonte di promozione economica e sociale, e perciò meritevole di investimenti pubblici e di donazioni private. La sua fu, come scrisse Vittorio Enzo Alfieri, la”politica di un impolitico”, animata da ideali e non da appartenenze di partito,”perché chi vuol fare fa, e fa da solo”. Sono, queste ultime, parole che Elena Croce scrisse di lui qualche anno dopo la morte, e che riflettono bene quel suo spirito indomito, il candore intellettuale di una fede nelle idee e negli uomini che non esita a scendere in campo, e che rifiuta con uguale fermezza lo scoraggiamento e i compromessi. Per capire quanto anche oggi, a oltre cinquant’anni dalla sua scomparsa, abbiamo bisogno di un messaggio come quello, basta, credo, guardarsi intorno: questa biografia di Zanotti Bianco aiuta a farlo.

Il testo di Salvatore Settis che qui ripubblichiamo è la postfazione al volume di Mirko Grasso, Costruire la democrazia. Umberto Zanotti Bianco tra meridionalismo ed europeismo (Donzelli). Ringraziamo l’autore e l’editore per averci dato il permesso di riproporlo.

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