Criticare non serve a niente

Alessandra De Cristofaro

Alessandra De Cristofaro

1 – C’è un verso di Auden che ho sempre trovato fulminante. “L’arte non fa accadere niente”. Auden questo lo scriveva senza alcun compiacimento da esteta, anzi con una specie di rimpianto, e di disagio. La mia impressione è che oggi lo stesso valga anche sul fronte di quella che per comodità chiamiamo ‘critica’ e che di fatto è una pluralità di codici, stili, letture, forme di sguardo sul mondo, verifica dei poteri, impuntature. “Adesso la critica non fa più accadere niente”. Quel “più” segna una cesura temporale, indica probabilmente una novità. Una volta accadeva. Una volta la critica formava il ‘gusto’, plasmava scelte e opinioni, orientava. Non è più così.

Probabilmente, dobbiamo partire da una riflessione sociologica. Al di là dei campi disciplinari – critica letteraria, teatrale, cinematrografica, eccetera – ci sono fondamentalmente due fenomeni davvero rilevanti che lasciati interagire danno luogo a un grave paradosso. In primo luogo: c’è una grande estinzione del pensiero critico diffuso nella società; non è un momento favorevole al pensiero critico. Ma, due, uno dei luoghi chiave dove sempre si sono create quelle situazioni capaci di riattivare il pensiero critico, cioè il campo dell’arte, della cultura, sta effettivamente diventando un’impostura. Se ne è parlato: l’arte come oppio del popolo, l’arte come pubblicità. E per quanto riguarda la cultura, ormai sempre più midcult, il paradigma più forte è quello di Dubuffet quando parlava di “asfissiante cultura”.

Se questo è il dato diciamo sociologico di partenza, bisogna capire come ci si è arrivati, cosa è accaduto. Stiamo dentro una storia, e dentro questa storia io ci riconosco un percorso fatto più o meno così: sino alla fine degli anni Settanta ha funzionato un modello per cui il critico era un maestro e un educatore; questo è il grande modello nato nel Settecento dei Lumi che, dialetticamente, ha continuato a plasmare il nostro orizzonte fino all’altroieri. Ruolo degli intellettuali, intenzione politica e pedagogica della critica, effettiva esistenza di quella che si chiamava ‘società letteraria’.. Chi è che formava il gusto, chi è che creava e favoriva la creazione di giudizi? Era questa comunità di esperti, di intellettuali, eccetera. Oggi questa cosa è saltata, ed è saltata, credo, nel decisivo passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta: lì è iniziato il nostro presente.

La rilevanza di quello scarto – politico, etico, culturale – è direi al tempo stesso evidente e molto fraintesa. Per molto tempo – continuano a farlo anche molti cosiddetti ‘giovani’ scrittori (tutto l’esperimento –fallimentare – della generazione TQ va letto in questo senso) – si sono lanciati grandi strali, anche un po’ lamentosi, contro gli obiettivi….sbagliati. Cos’è che avrebbe mandato tutto in cortocircuito? La linea di lettura è, semplificando moltissimo, questa: le tv commerciali, l’avvento di Berlusconi e il ventennio berlusconiano successivo. Non è così: la mutazione è molto più ampia, riguarda tutto il mondo, non riguarda solo l’Italia, e quella fase di abulia e di scarsa criticità che è iniziata all’inizio degli anni Ottanta è ancora in atto. Se volete un esempio – io parlo di letteratura perché ne so più di teatro – si evoca sempre la mitologica “comunità dei lettori forti”, che poi (ahimé) sono quasi sempre lettrici. I lettori forti, i frequentatori dei festival letterari, gli ascoltatori di Radio3, eccetera, eccetera. Be’, questa è una delle comunità più conformiste, più midcult, più reazionarie, più bisognose di consolazione che ci siano adesso al mondo.

E quindi chi è che forma il gusto? Non sono più gli intellettuali. La critica intesa come guida e come paideia non funziona più. In questo c’è anche un elemento molto interessante, lo diceva Giglioli nel suo intervento: quel tipo di critica aveva anche una dimensione paradossale. “il senso critico ce l’ho io critico ma lo devo comunicare ad altri che in teoria non ce l’hanno come me”. Questo era il paradosso: missione educatrice, aspirazione democratica della critica ma a partire da una forma di auctoritas, a partire, in sostanza, da una differenza. Solo che questo scarto tra il critico e il pubblico, tra l’intellettuale e il mondo che gli sta attorno, è scontato nel lavoro del pensiero e in ogni caso è un dato storico. Ora, la fine di questo modello, che potrebbe anche non essere così tragica finché parliamo di sovrastruttura, cioè di arte, di letteratura, di teatro, cose di cui potremmo addirittura fare a meno, diventa particolarmente imbarazzante quando la pensiamo ad esempio sul fronte della politica e della società. E’ un luogo comune, ma è anche una cosa molto vera, dire “non ci sono più gli intellettuali di una volta” cioè i Pasolini, gli Sciascia, le Morante… Ma non è solo che non ci sono più: gli intellettuali semplicemente non hanno più quella funzione. Però anche questo probabilmente è soltanto un sintomo. Quello che è davvero venuto meno è il rapporto tra teoria e prassi, fondamentale fino a quel periodo. Questo mi interessa, e se vogliamo fare degli esempi io dirò che sì, rimpiangeremo Pasolini, continueremo a leggerlo, ma quello che è veramente cambiato in modo impressionante è il rapporto tra gli intellettuali e il potere. E non solo in termini di opposizione al potere, di critica della politica, eccetera. Ma anche proprio in senso machiavellico (e il termine per me ha un valore altamente positivo, beninteso). Piaccia o non piaccia, l’ultimo consigliere del principe che c’è stato in Italia, l’ultimo Mazzarino, l’utimo Père Joseph, l’ultimo intellettuale che parlando con un politico poteva incidere sulle scelte collettive, plasmare la visione politica anche di partito, dare, come si diceva una volta, “la linea”, probabilmente è stato Franco Rodano, il patrono dei cattocomunisti, l’architetto del compromesso storico (piaccia o meno, l’ultima grande scommessa politico-antropologica sull’Italia che ancora affidasse una vera centralità alla politica). Rodano, il suo gruppo, si confrontava con Berlinguer, col gruppo dirigente del Pci, e da quel confronto poteva nascere una strategia (appunto, il compromesso storico). Questo vale in Italia ma è stato profondamente vero anche altrove, pensate al ruolo che hanno avuto gli intellettuali tedeschi nei confronti di Willy Brandt: il mondo è cambiato anche perché Willy Brandt è stato portato a fare certe scelte da gente come Heinrich Boll e Gunter Grass. Dobbiamo prendere atto di questo ruolo pubblico dell’intellettuale, e farci i conti, naturalmente senza mitizzarlo e senza rimpianto (era anche un ruolo un po’ macabro, quella del consigliere del principe, quella dell’eminenza grigia non è una figura per cui si ha nostalgia). Ma dentro quella figura c’era il residuo dei Lumi che cercava di proiettarsi sulla politica. Nel bene o nel male, questa cosa non c’è più, e dobbiamo rifletterci.

2 – A che servono allora i critici, quelli che pensano e complicano le cose? Non sono più maestri, non guidano più il gusto popolare, non guidano più le scelte della politica. C’è stata una fase, in cui siamo ancora adesso, in cui si è dovuta ripensare questa funzione della critica, dell’attività intellettuale. In generale, non più maestri e educatori ma sabotatori. Critici come Fofi o come Berardinelli hanno svolto molto a lungo un’azione di contrasto, di sabotaggio, di depistaggio; hanno combattuto una sorta di guerriglia culturale, perché finito quel rapporto tra politica e cultura bisognava inventarsene un altro. Però anche questa stagione (chiamiamola del critico sabatatore, chiamiamola delle minoranze) si sta chiudendo, perché appunto anche il lavoro di sabotaggio, la critica, il sarcasmo, non funzionano più. Faccio un esempio personale. Io per tanto tempo mi sono divertito a scrivere dei pezzi su “Lo Straniero”, in cui me la prendevo con quelli che consideravo i bonzi della cultura dominante, i mediatori-mistificatori, i venditori di fumo, gli incantapolli. Scalfari e compagnia, per dire, o Baricco, Veltroni… Le ho fatte, le abbiamo fatte, queste cose. Ma, diamine, ormai le fanno tutti: quella che era una forma di sabotaggio, o per usare una parola importante e nobile, di controcultura, si è mutato in una sorta di birignao molto diffuso (e ormai è appannaggio della destra, certe cose adesso le leggete tutti i giorni su “Il foglio”, su “il giornale”) . Quindi in qualche modo anche quello schema è finito, si è annacquato, è diventato una nuova forma di pubblicità, di gossip. E allora basta: bisogna uscire anche da quella postura critica, da quel codice, e cercare di capire. Insomma, è giunta al termine anche la figura del critico sabotatore, siamo entrati in un’altra fase. In questa nuova fase l’elemento più significativo è la ridondanza: adesso sono tutti critici (o almeno, adesso si credono tutti critici). Lo accennava Nicola Villa. Nel suo intervento Villa coglieva un punto chiave: i social. I social sono una forma di giudizio critico diffuso, ma è un giudizio critico di pura ridondanza. Ed è un giudizio critico che fa a pugni con la struttura logica del giudizio, perché è una forma elementare che si basa semplicemente su un meccanismo binario, da algoritmo informatico, non da cervello umano. La logica del giudizio nell’era dei social è puramente binaria: sì o no, mi piace o non mi piace, cuoricino o non cuoricino (Qual è poi il contrario del cuoricino non l’ho capito, adesso su Twitter non ci stanno più le palline ma i cuoricini, e se una cosa non ti piace che fai? Ci metti il cuoricino infranto? Ecco, forse questa è una prospettiva: l’infarto; l’infarto social).

Ridondanza della critica, quindi, ma anche svalutazione tout court del gesto critico. Nei social c’è questo fenomeno, e è evidente. Ma è proprio l’asperità della critica, il disagio che crea, la possibilità che crei dubbi, scompensi, incertezze, che deluda, ecco, e’ proprio questa inevitabile sgradevolezza della funzione critica che la cultura mainstrem oggi respinge. La sensazione diffusa, mettiamola così, è un po’ questa: siamo tutti critici e siamo tutti ‘autori’ di storie. L’insistenza di Renzi (e Baricco) sullo story-telling è uno dei sintomi più impressionanti di questo mood e dentro ha una doppia valenza. Intanto, presume la sconfessione di qualsiasi autorialità (siamo tutti critici e tutti….narratori) e poi camuffa ogni gesto, ogni forma di azione, in “narrazione”: la decisione politica è una storia; la decisione critica, le scelte del gusto, sono una storia; le avventure sentimentali sono una storia….. Forse potremmo usare una formula per capirci: è come se la Società dello Spettacolo preconizzata da Debord si fosse realizzata al punto da fare ancora un passo ulteriore e mutarsi in una Società della fiction o dello Story-telling; viviamo in una specie di iperdemocratico incubo alla Philip Dick (se ci va bene) o in un cretinissimo reality-show.

3 – E’ una situazione disperante. Qual è l’alternativa? Una soluzione, una tentazione ricorrente è sempre in agguato: smettere, farsi da parte, tacere. E’ vero, l’alternativa potrebbe essere il silenzio, però a me non sta bene. La prospettiva del silenzio mi seduce da sempre ma non l’accetto. Non ho argomenti molto forti o filosoficamente fondati per dire questo ‘no’. È una pura questione di ‘volontarismo’ (etico, politico, umorale). Finché siamo vivi dobbiamo parlare, inventarci qualcosa, cercare di far accadere qualcosa (e lo dico ricordandomi di Auden, senza nessuna illusione, figuriamoci). L’antidoto lo dobbiamo inventare strada facendo ragionando sui fatti che ci stanno intorno. Siamo in una stagione morta? Prendiamone atto. Criticare non serve più a niente? Bene, e allora iniziamo a accettare l’inutilità della critica come orizzonte: per il momento è così, ma già in questa sospensione del giudizio si manifesta un’esigenza. Anche se i nostri argomenti critici non hanno un’immediata valenza pratica è il caso di tornare a giudicare (come del resto, anche se l’intera sfera dell’azione, della Vita Activa non è più quella di una volta, come dice Agamben, ad agire dobbiamo continuare a provarci, questa è la vita). Ovvio, né sul fronte dell’azione, né sul fronte della critica abbiamo risultati garantiti. Non importa. Nel Settecento, l’avventura dei Lumi non sarebbe mai nata se gente come Diderot o D’alembert avesse avuto in partenza la certezza di poter influire, contare, di cambiare la società, eccetera. Il loro lavoro critico aveva soltanto una pretesa di purezza razionale, e di rigore. Ecco, oggi forse siamo in una situazione simile. Torniamo a discriminare, torniamo a essere selettivi, torniamo a dire molti “no” (e qualche “si”) ma facciamolo tranquillamente senza assicurazioni preventive, e strategie. Uno azzarda: poi, accada pure quel che deve accadere.

Però bisogna precisare un punto chiave. La critica come semplice esercizio accademico mentale non è interessante. Vale per l’accademia, vale per fare carriera sui giornali: sono sciocchezze. Invece bisogna cominciare a ripensare a un giudizio critico che metta sempre insieme (almeno in prospettiva) le due cose che abbiamo perso: teoria e prassi, cultura e politica. L’orizzonte, l’intenzione, dev’essere sempre di trasformazione sociale, e rivoluzionaria, sennò davvero non ne vale la pena, non ha senso (in politica, si potrà anche essere costretti a essere cauti, riformisti, ragionevoli; nel campo dell’arte e della cultura ha senso e valore soltanto l’estremismo). Tante cose faremmo bene a metterle subito da parte. Il gioco delle perle di vetro, la gara a mostrarsi più acuti, originali, intelligenti: ma sinceremente, chi se ne frega? Stabilire canoni, stilare classifiche, attribuire patenti di ‘artisticità’, impegno, necessità delle opere. No, la strada non è questa. Veramente, non è questione – lo diceva Giglioli – di leggere l’autore A invece dell’autore B: il critico deve fare un’altra cosa; deve rimettere in prospettiva le cose. Deve far capire che un oggetto, un oggetto artistico, ha una connessione col mondo molto complessa. Quello che bisogna saper fare, con una formula banale, è vedere insieme il rapporto di sapere e potere. Foucault – che la critica la definiva appunto come “l’arte di non essere goveranti” (o di essere governati il meno possibile) – per tutta la vita ha cercato di fare questo lavoro: mostrare che nei saperi ci sono dei poteri, e nei poteri ci sono dei saperi o delle (impressionanti, impreviste, preoccupanti) mancanze di sapere.

D’altronde, la questione va al di là delle nostre anche migliori intenzioni. Torniamo al dato di fondo. Per decenni, almeno dal 1989 a oggi, in tutte le società avanzate si è registrato un immane, un costernante processo di improvvisa estinzione del senso critico. È una banalità, ma dalla fine del comunismo si è affermato ovunque un grande consenso, un totale conformismo; è quello che è stato chiamato il Pensiero Unico. Per quasi trent’anni alcuni termini sono diventati indiscutibili: pensate al tabù che impediva, anche a sinistra, di nominare il Capitalismo. Ecco, questo blocco mentale ho come l’impressione che lentamente stia iniziando a sciogliersi. La verità è che dal giro di millennio in poi, e soprattutto adesso con la Grande Crisi Economica Mondiale, molte cose che sino a poco tempo fa non si potevano neanche nominare sono tornate oggetto di discussione. Forse non ancora di vera e propria lotta politica e sociale, ma di discussione sì, e molto intensa. Io credo che questa sia una situazione ricca di opportunità. È come se, lentamente, appunto, e confusamente, goffamente, un qualche senso critico si stia ridestando nella società.

4 – Alcune cose molto veloci. Per tutto il Novecento la “teoria critica” è stato uno pseudonimo con cui andava in giro il marxismo, il marxismo migliore. Pare che sia una stagione finita. Allora non prendiamoci in giro e facciamo sì che sia davvero finita: torniamo all’attimo prima, all’istante prima. C’è un punto canonico in cui Marx dice: “Sinora abbiamo soltanto interpretato il mondo, ora si tratta di cambiarlo”. Siamo di nuovo impantanati nella mancanza di rapporto teoria-prassi? Allora cerchiamo di approfondire sul fronte dell’interpretazione, delle teorie, e poi vediamo se questo può diventare politicamente e socialmente produttivo. E se parliamo di critica, cerchiamo di capire che cosa significano alcune cose molto banali; tipo: giudicare. Io ho percepito, in tutti gli interventi fatti dai teatranti, una – comprensibile – ritrosia ad accettare questo termine. Cioè dire che l’attività critica è un atto che ha una serie di dimensioni, ma non è il giudizio, perché il giudizio è perentorio, tranchant, definitivo… Insomma: c’è un’idea del giudizio come se fosse una cosa da tribunale, oppure da comitato centrale di chissà quale partito. Non è così! Mi spiego tornando a un punto chiave della Critica del giudizio di Kant, al quarantesimo paragrafo della critica del giudizio di Kant. Qui Kant ci spiega che questa cosa che apparentemente è l’atto più soggettivo che facciamo, dire “mi piace” o “non mi piace” come sui social, in realtà è un’operazione del tutto diversa. Qui Kant dice che quando noi diamo un giudizio estetico – e il giudizio estetico di Kant è anche un giudizio politico come ha mostrato Hannah Arendt – in realtà adottiamo un tipo di pensiero diverso da quello consueto (dal pensiero della logica, per dire, dai modelli matematici, anche dagli schemi della metafisica). Non è il pensiero binario di “mi piace – non mi piace”: quello ‘estetico’ è quello che lui chiama un pensiero largo, un pensiero allargato. Il paradosso è che il gesto più idiosincratico e solitario che ci sia (dire mi piace, non mi piace, eccetera) è in realtà una forma di pensiero carico di socialità. In realtà non esiste una proposizione più reazionaria del de gustibus non est disputandum. Invece, dei gusti bisogna giudicare, dei gusti si deve giudicare. Ma non perché il critico abbia chissà quale qualità che gli altri non hanno o chissà quale benedizione e virtù. Piuttosto perché il critico – cioè chi giudica – mentre giudica cerca di immedesimarsi preventivamente nei possibili giudizi degli altri (per anticiparli, accoglierli, contestarli, modificarli). Nel giudizio di gusto, in sostanza, noi, a priori, simuliamo il giudizio degli altri e quindi nel giudizio di gusto c’è un’operazione intellettuale che per dirla semplicemente, non è puramente soggettiva ma inter-soggettiva. Prima di dire che una cosa mi piace dobbiamo prendere in considerazione l’umanità, le sue possibili reazioni, I valori e I canoni diffusi, le situazioni sociali, eccetera. Questo dà valore ai nostri giudizi che altrimenti resterebbero una semplice espressione umorale. Dice ancor più precisamente Kant: noi paragoniamo, a priori, il nostro giudizio con quello degli altri, e piuttosto coi loro giudizi possibili che con quelli effettivi. Cioè noi andiamo a pescare negli altri una forma di ulteriore riflessione, non il giudizio effettivo che già conosciamo. Quando io dico “questa cosa mi piace” o “questa cosa non mi piace”, in realtà mi sto misurando con l’intera umanità (almeno quella a me nota, con una cultura, insomma). In sostanza, nel giudizio estetico è già in atto qualcosa che ha a che fare col rapporto politica-cultura nel modo più estremo. L’obbiettivo è costruire modelli di “comunità”, creare legami, scegliersi gli amici (e i nemici).

5 – Si sono fatti molti giochi di parole in questo convegno, a partire dal titolo: la critica del teatro, il teatro come critica, eccetera eccetera. La teatralità del giudizio sta in questo, cioè che nel nostro dire “mi piace” o “non mi piace” in realtà stiamo già teatralizzando la nostra esperienza. Che significa? Che questo è un modo politico di giudicare il bello o il brutto; non è un modo estetizzante o individualista. E allora qual è il punto? Ricostruire spazi e occasioni di comunità. Comunità limitate, evidentemente, minoritarie, segnate dalle condizioni che abbiamo attorno. Questo è l’unico lavoro che vale la pena tentare. E queste comunità non sono comunità di esteti, di teatranti, di scrittori: sono comunità di cittadini a tutto tondo impegnati su vari fronti della vita e della società. Persone che devono sempre cercare di capire qual è l’ombra politica delle loro scelte artistiche e viceversa.

C’è un’altra cosa assolutamente fondamentale per recuperare potenzialità di pensiero critico. Troppo a lungo ci siamo tenuti a distanza da quelle che l’ideologia postmoderna definiva le “grandi narrazioni”. Ma invece bisogna tornare a pensare anche in termini generali, molto ampi. Per esempio, credo che per capire chi siamo, cosa facciamo, quale è il nostro posto e compito nel mondo, oggi sia necessario cercare di decrittare la cifra, l’impronta, il clima dominante del nostro tempo. Soltanto ieri sera, la sera del 13 novembre, da Parigi ci sono venuti segnali evidentissimi e impressionanti. Gli islamisti sono passati – e non credo che abbiano letto Marx – decisamente dalle armi della critica alla critica delle armi, e questo ha qualcosa a che vedere con la natura e il tessuto profondo (e lacerato) della nostra civiltà. E’ paradossale, ma è come se bisognasse sempre riaprire ancora una volta la partita dell’illuminismo. L’ultimo libro di Salman Rushdie ha al centro esattamente questa intuizione. In Due anni, otto mesi e ventotto notti, Rushdie mette in scena una battaglia secolare tra i discendenti di Averroè (il lato razionale, illuministico, laico della tradizione islamica) e quelli del suo avversario oscurantista, una specie di prototipo dei Mullah, degli ayatollah più retrivi dell’Islam, e questo conflitto lo porta sino al presente, ai nostri giorni. Io credo che questo sia esattamente il problema del nostro tempo. Quella che si sta combattendo (e qui i romanzieri, Rushdie, Houllebecq, forse lo capiscono meglio dei filosofi, dei sociologi) è una vera e propria battaglia per il pensiero critico. Questa battaglia, sia dentro l’Occidente, sia dentro l’Islam, è ancora in atto, ed è ancora la partita fondamentale.

E poi, al di là di queste grandi narrazioni, di questi ampi scenari, è necessario sottolineare un altro aspetto. Insomma: uno che fa un atto di giudizio critico, non solo deve cercare di creare comunità con qualcuno, ma poi ha un compito ulteriore, e decisivo. Si è detto che sta diventando tutto pubblicità; esattamente. Allora: la prima e la più importante operazione che deve fare un critico è, davanti a un oggetto estetico, svelarne il carattere di merce. Aveva ragione Marx a parlare di “arcano” della merce perché è proprio così e soprattutto in arte. Molti libri, film, piéce teatrali, sono merci che fanno finta di non esserlo. Allora è vitale capire quanto un libro, una produzione teatrale, uno spettacolo, eccetera, ammiccano, compiacciono, consolano e insomma sono fatti per vendere, sono fatti per piacere, o hanno anche una loro resistenza; una loro resistenza al giudizio dominante, all’ordine del discorso più diffuso. Senza questo tipo di lavoro, senza tornare a un materialistico connettere non solo il sapere con il potere ma anche sapere e potere con l’economia, non potremo ricominciare a parlare utilmente. Forse bisogna lasciare al loro destino il teatro, la letteratura, gli scrittori, la poesia come forme espressive in quanto tali, e cercare di rimettere tutto in connessione. Questo fatto che noi siamo persone sempre più settoriali sta diventando mortale, ed è un bel caso di malafede, perché siamo settorialissimi e poi diventiamo di nuovo tutti dei geni universali come uomini del Rinascimento quando spariamo le nostre sciocchezze sui social. Non funziona! Bisogna cambiare, tornare a ragionare in questi termini: qualsiasi pensiero, qualsiasi parola scritta, deve voler avere un intento politico (e, me ne rendo conto, insisto sul ‘volere’, sul volontarismo etico). Poi, che ci riesca o meno, è tutt’altra questione.

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