Scrivere sul movimento No Tav

Luca Di Sciullo

Luca Di Sciullo

 

incontro con Enzo Ferrara

Roberta Chiroli ha discusso una tesi di laurea in studi umanistici sul movimento No Tav, all’interno della quale, ricostruendo un’azione del movimento, ha utilizzato il noi parecipativo. Per questo semplice fatto è stata condannata dal tribunale di Torino  in primo grado per “concorso morale” ai reati contestati ai manifestanti. Abbiamo ascoltato Roberta, assieme a Valentina Bonifacio, la ricercatrice che l’ha seguita nel lavoro di tesi al Dipartimento di Studi Umanistici all’Università di Venezia. Abbiamo provato a rivolgere loro domande sul significato dello studio condotto sul movimento No Tav, sull’importanza del lavoro di ricerca antropologica e sugli aspetti sconcertanti della vicenda che ha portato – speriamo solo momentaneamente – a una condanna penale per la stesura di una tesi.

 

Roberta e Valentina, di cosa vi occupate attualmente?

Roberta. Al momento mi trovo in Inghilterra, a Londra, dove lavoro e studio inglese con la prospettiva di fare un master attinente al documentario etnografico l’anno prossimo o forse richiedere un dottorato, risparmi permettendo!

Valentina. Io sono in Paraguay, mi sto occupando della storia di Puerto Casado, una cittadina dove un impresario argentino ha aperto una fabbrica di tannino a fine Ottocento. La fabbrica e l’ampio territorio circostante, circa 6.000 km quadrati di terra con rispettive case, sono stati venduti nel 2000 alla coreana Chiesa dell’Unificazione – la cosiddetta Setta Moon. Agli abitanti della cittadina, residenti nel luogo da circa 100 anni, è stato chiesto di andarsene per lasciare spazio alla nuova colonia coreana che sarebbe stata fondata in quel luogo. Da allora, gli abitanti si sono organizzati e contrapposti all’impresa cercando di definire un futuro possibile per loro e per le loro famiglie. Trattandosi di una ricerca interdisciplinare tra storia, antropologia e design, la mia ricerca prevede sia la ricostruzione del passato sial’immaginare con alcuni gruppi di cittadini un possibile futuro. Attraverso un procedimento genealogico, parto da un’analisi del presente cercando di capirne le radici nel passato.

Ho sentito tesi di tutti i generi, sulla fucinatura ottimale delle canne dei fucili, su come le sorpresine di plastica modificano il sapore delle uova di cioccolata, sulle schermature magnetiche per rendere i caccia bombardieri invisibili ai radar, ma mai ho sentito che il modo di scrivere una tesi potesse costituire reato. Qual è stata la vostra reazione quando avete saputo della condanna?

Roberta. Non avendo partecipato personalmente al processo, la notizia della sentenza mi è arrivata per email dall’avvocato e la prima reazione è stata di incredulità e stupore. La scelta del rito abbreviato doveva servire, nella strategia difensiva, a velocizzare la mia assoluzione ma il tribunale di Torino ha deciso di condannarmi ugualmente per il mio presunto “concorso morale” ai reati contestati. Una condanna penale a due mesi di reclusione con la condizionale non è certo l’esito che mi aspettavo, però sono fiduciosa che in appello si riconoscerà la mia innocenza, come peraltro è stato fatto per l’altra coimputata che nei video e nelle foto della Digos usate in tribunale compare sempre accanto a me.

Valentina. Ho ricevuto la notizia con un po’ di ritardo, tornando da una spedizione sulle montagne. Sono incredula. Devo ancora capire bene cosa sia accaduto. Tuttavia, lavorando con il concetto di genealogia, penso che sia legato al fatto che è molto difficile farsi domande sulla propria storia. Non è facile chiedersi cosa ci stia accadendo e perché, però è una domanda necessaria. La risposta è implicita per le persone che hanno vissuto e vivono la propria storia per cui non te la raccontano, perché per loro non c’è bisogno di raccontarla, di tirarla fuori. Per tutti gli altri è molto più facile vivere il presente come se non avesse nessun legame con il passato e senza obbligarsi continuamente a chiedersi – come andrebbe fatto per il movimento No Tav – “ma da dove ha origine tutto questo”?

Perché avete scelto una tesi sul movimento No Tav?

Valentina: Per quanto riguarda la scelta del tema, non sono io a suggerire agli studenti su cosa fare ricerca. Si tratta di una decisione autonoma che lo studente prende a titolo personale. È anche vero che gli studenti orientati verso questi temi si rivolgono generalmente a me, essendomi io stessa occupata più volte dello studio di movimenti sociali e diritti, principalmente legati alle popolazioni indigene in America Latina. Quando Roberta scelse di fare la tesi sul movimento No Tav non ne avevamo esperienze dirette, né io né lei. Ero contenta di poter apprendere qualcosa su un movimento così poco studiato e presente nei media nazionali, nonostante sia attivo da più di vent’anni. Forse proprio per averne una conoscenza solamente indiretta, né io né Roberta avevamo ben dimensionato il livello di tensione presente in valle. Ricordo di essere rimasta molto sorpresa nell’apprendere che il territorio fosse militarizzato e costellato da posti di blocco. Così in accordo con Roberta, le preparai una lettera in cui precisavo che si trovava in Valsusa per portare avanti il lavoro di campo per la sua tesi in antropologia culturale.

Roberta. Ho scelto di fare la mia tesi magistrale sul movimento No Tav perché era una realtà che seguivo da qualche anno, anche se indirettamente e in modo discontinuo, con interesse e soprattutto curiosità: un caso unico in Italia di movimento sociale che da più di vent’anni oppone una lotta senza sosta, non soltanto rispetto alla costruzione di una linea ferroviaria ad ala velocità, ma anche rispetto al sistema economico e politico che ne stanno alla base. L’interesse accademico e politico per i movimenti sociali e le esperienze di antagonismo e di politica dal basso ha necessariamente influito sulla scelta dell’argomento della mia ricerca. E il focus antropologico che ho voluto approfondire ha riguardato l’identità No Tav: ovvero cosa significhi essere attivisti nella quotidianità, quale sia il senso che si dà a questa lotta e come questa ridefinisca e costruisca nuove identità.

Valentina. La domanda che sottendeva la tesi di Roberta è “cosa significhi – per chi ne fa parte – essere No Tav”. Lei ha cercato di rispondere entrando in contatto con gli abitanti della valle, condividendo la loro quotidianità come nella migliore tradizione antropologica. Un noi empatico e avvolgente è spesso presente nelle note di campo, e viene solo in un secondo momento “domesticato”. La tesi di Roberta è dal punto di vista formale una tesi classica di antropologia. Approfondisce il tema del suo posizionamento sul campo, ricostruisce la storia del movimento così com’è stata vissuta dai valligiani ma confrontandola al tempo stesso con la documentazione scritta; non confonde mai il suo punto di vista con quello dei suoi interlocutori e li distingue attentamente.

C’è qualcosa che cambiereste nell’impostazione del lavoro di ricerca, vista la condanna?

Roberta. Non mi rimprovero nulla rispetto alla tesi, alla luce di tutto quello che è successo avrei forse potuto specificare meglio nell’etnografia la mia esatta posizione il giorno della manifestazione, ma, a parte ovviamente non immaginare che tre anni dopo sarei stata condannata per essermi inclusa con un pronome in un’azione che non ho realmente commesso, ai fini della mia ricerca quel dettaglio sarebbe stato del tutto ininfluente nella narrazione dell’episodio. Nel paragrafo incriminato ho scritto che mi sono tenuta all’esterno della ditta, ma durante il breve blocco stradale ho usato la prima persona plurale per descrivere l’azione, anche se in realtà sono sempre rimasta, assieme all’altra ricercatrice, ai lati della carreggiata per osservare. Nel resoconto etnografico ho usato il noi perché io quel giorno c’ero, in qualità di “osservatrice partecipante”, anche se a due metri di distanza rispetto agli attivisti, persone con cui ho trascorso ogni giorno dei tre mesi di ricerca sul campo. Mi si possono muovere critiche sulla precisione espositiva ma non mi sarei di certo aspettata una condanna penale!

Valentina. Non credo che sarebbe potuto avvenire in nessun altro modo. È importantissimo per l’antropologo passare più tempo possibile con le persone e la domanda di fondo della tesi di Roberta era appunto che cosa significhi essere No Tav per le persone che sono lì. Roberta non aveva mai avuto prima contatti diretti con il movimento; è partita solo e unicamente per fare la sua ricerca e rispondere a questa domanda che è solo scientifica, se vogliamo usare questo termine. Ed è una domanda anche classica perché l’identità dei gruppi è la domanda base dell’antropologia: perché un gruppo si definisce tale; che cosa fa l’identità di un gruppo indigeno, che cosa fa l’identità di un partito politico o di un gruppo di scienziati in un laboratorio. È naturale per un antropologo chiedersi che cosa costituisce l’identità del movimento No Tav. Non è forse l’unico possibile, ma se si adotta una prospettiva antropologica e volendo utilizzare una metodologia propria dell’antropologia, che è l’osservazione partecipante, il modo migliore per capire è andare lì e dormirci, vivere con le persone, svegliarsi con loro, mangiare con loro, condividere con loro più momenti possibili.

 L’uso del noi nella stesura dell’elaborato di tesi era necessario?

Valentina. Non so se ti sia mai capitato di leggere sullo stesso argomento testi di sociologia e testi di antropologia; già a livello di linguaggio e di retorica sono diversi, sono due mondi distinti. L’antropologo va sul campo e condivide la quotidianità con gli individui. In questo credo che l’antropologia sia diversa dalle altre discipline, la questione non è fare interviste, misurare. L’antropologia si fonda sul condividere ogni momento della quotidianità perché si cerca di tenere in conto più fattori possibili compreso il fatto che le persone molte volte si raccontano. Per cui bisogna considerare quel che le persone raccontano di se stesse, ma bisogna anche osservare come le persone si comportano in relazione agli altri in altri momenti, quando non si stanno raccontando.

Da antropologa sono sempre sorpresa dalla freddezza del linguaggio sociologico, da come le cose siano descritte come qualcosa che avviene in un mondo distante e quantitativamente organizzato. In antropologia, a partire dalla svolta postcoloniale è considerato importantissimo che il ricercatore si ponga in prima persona nella narrazione. Proprio perché non c’è una gerarchia, non c’è un ricercatore che ne sa molto di più di quelli che sta studiando e vuole sottolineare la sua distanza e il suo essere in qualche modo la voce divina che ha capito tutto e lo sta descrivendo. Il ricercatore è un essere umano che ha tratto delle conclusioni da un incontro e quindi se non rende questo incontro trasparente offre al lettore meno dati e suggerisce informazioni incomplete se non fa capire qual era la sua posizione sul campo e all’interno di quale incontro le sue conclusioni sono sorte. È molto più onesto, è una questione di onestà metodologica, dire che c’eri anche tu.

Inoltre, il fatto che la disciplina sia basata sul metodo dell’osservazione partecipante implica uno sforzo considerevole da parte del ricercatore che si trova a condividere una quotidianità intensa con i soggetti di studio per poi lentamente prenderne distanza attraverso la riflessione e la scrittura. Tuttavia, essendo una disciplina nata nell’incontro coloniale e avendo optato per una presa di coscienza profonda delle sue origini, l’antropologia ha assunto via, via un atteggiamento sempre più auto-riflessivo, non negando ma anzi enfatizzando la co-presenza nel tempo e nello spazio del ricercatore e del suo oggetto di ricerca. Il noi contemporaneo della narrativa antropologica è fondamentale in quanto riconosce l’incontro come base della disciplina etnografica. Nel caso della tesi di Roberta, avrei trovato strano che pur essendo presente alle manifestazioni si esprimesse dicendo “i manifestanti hanno proseguito verso il cantiere”, quando lei stessa era presente sul luogo, seppure defilata. Si tratta tuttavia di un noi puramente descrittivo e non identificativo: noi che camminavamo verso il cantiere e non “noi del movimento No Tav”.

Ora saranno molti gli interessati a leggere la tesi. Quali insegnamenti si ricavano da questo lavoro?

Valentina. La tesi non è consultabile per volontà di Roberta, e quindi temo sia impossibile avere la copia integrale, né non saprei dire come sia finita in mano ai giudici. Da parte mia, posso specificare che la tesi era stata regolarmente accordata prima che Roberta partisse per la ricerca (per il “lavoro di campo”, utilizzando una terminologia antropologica) e che lei si trovava in Valsusa solo e unicamente per raccogliere materiale ai fini di scrittura della tesi, che in antropologia è quasi sempre preceduta da un periodo di ricerca sul campo (la “osservazione partecipante” appunto). Sarebbe stato a dir poco assurdo fare ricerca sul movimento No Tav senza andare alle manifestazioni, e il noi utilizzato nella tesi è puramente descrittivo.

Roberta. La tesi mi ha insegnato da un punto di vista accademico, a svolgere una ricerca sul campo, a redigere un’etnografia, a condurre interviste e sviluppare un’analisi strutturata, ovvero a mettere in pratica tutto ciò che avevo studiato durante il corso di studi. Inoltre tutti gli aspetti del movimento che ho indagato mi hanno fatto conoscere da vicino come si mantiene vivo e cresce lo spirito No Tav, come costruisce la sua identità collettiva, a partire dalle pratiche che sviluppa e dalle strategie che elabora, aspetti che non avrei potuto scoprire se non mi fossi immersa nella sua realtà quotidiana. Indubbiamente però l’insegnamento più grande è quello umano: per un ricercatore sociale la ricerca qualitativa richiede la presenza in loco per un periodo prolungato, l’instaurare relazioni con i gruppi che si vogliono studiare e mettere in gioco necessariamente la propria soggettività. Questo non significa togliere credibilità scientifica al proprio lavoro ma riconoscere che una “risonanza” empatica può agevolare, in alcuni contesti, la comprensione dei fenomeni sociali che si studiano e indubbiamente aiuta a farsi accettare dai soggetti coinvolti.

Valentina. È molto sobria la tesi. Ha meritato 110 e lode, è molto bella. Io spero che in qualche modo più gente possa parlare del movimento No Tav perché davvero c’è poca informazione. Penso che gli studenti e i ricercatori che decidono di fare ricerca sui movimenti sociali nel territorio svolgano un ruolo essenziale permettendo di far emergere nuove domande e nuovi punti di vista. Una società sana ha bisogno di questi momenti di riflessione, di stimolare il dibattito con nuove domande. Benché non penso debba essere l’unico campo di indagine dell’antropologia, è vero che gli antropologi si sono da sempre dedicati allo studio del conflitto e dei movimenti sociali. In questi contesti come negli altri, credo che l’antropologia abbia il compito importantissimo di aiutare la società a riflettere su se stessa.

Dopo la terribile storia di Giulio Regeni ci si aspetterebbe più rispetto per gli studiosi sociali …

Valentina. Penso che sia importante ricordare che l’antropologia è nata nel contesto del colonialismo e che gli antropologi inizialmente andavano a studiare i paesi cosiddetti in via di sviluppo, anche per informare il governo coloniale su come questi paesi funzionavano. Poi c’è stato uno spostamento, un’evoluzione quando l’antropologia ha iniziato non tanto a studiare terreni esotici – come ho fatto anche io finendo in Paraguay – ma a considerare la necessità di capire anche cosa stia accadendo nel paese di fianco al tuo. Un passaggio necessario e utilissimo; uno stato dovrebbe essere soddisfatto se più gente al suo interno si pone domande sulla democrazia e i diritti umani. Più gente c’è che si fa queste domande, più è sana la società civile, più è sicuro lo stato. Bisognerebbe cercare di favorire, sicuramente non ostacolare, le persone che si assumono il coraggio di farlo. Perché se no si ricade nel problema del colonialismo, per cui va bene proporsi di andare a studiare cosa ci sia di sbagliato nei paesi in via di sviluppo, però non va bene assolutamente farsi domande sui nostri paesi che si suppone siano perfetti e il modello da seguire. Questo mi sembra molto rischioso. Penso che la libertà di ricerca debba essere salvaguardata e che Roberta abbia semplicemente svolto il suo ruolo di ricercatrice condividendo sul campo la sua quotidianità con i soggetti della ricerca. Nella tesi ha semplicemente riflettuto sulla sua esperienza etnografica. Se, come appare dai quotidiani il suo essere stata incriminata è davvero conseguenza dell’avere usato il noi etnografico parlando di un movimento con periodici scontri con le forze dell’ordine (come avviene in tutto il mondo nel 95% dei casi), allora dovrebbe essere illegale fare ricerca etnografica sui movimenti sociali, in Italia e nel resto del mondo. Una posizione gravissima. Credo non sia il caso; una democrazia sana e forte dovrebbe apprezzare il contributo delle scienze sociali nell’aiutarla a riflettere su se stessa.

Roberta. Vorrei aggiungere alcune considerazioni rispetto alla soggettività del ricercatore nella ricerca sociale.  Nell’introduzione al mio lavoro non ho mancato, come è prassi nella metodologia antropologica, di esplicitare il mio posizionamento rispetto all’oggetto di studio, e ho quindi espresso la mia condivisione delle istanze del movimento (che non mi rende automaticamente complice di crimini!) e come questa mi sia servita ad essere accolta positivamente. Inoltre studiando fenomeni di conflittualità sociale dove lo Stato agisce in modo repressivo, e quindi gli attivisti corrono rischi non trascurabili, se non ci si guadagna la fiducia delle persone difficilmente è possibile sviluppare un’analisi accurata delle dinamiche interne ai movimenti.

Si può separare la ricerca antropologica da quella sul territorio, o meglio: la difesa dei diritti umani è ancora separabile dalla difesa del territorio?

Valentina. Roberta non poteva fare diversamente: non si può separare l’osservazione antropologica da quella del territorio della popolazione sotto osservazione. Se penso al Paraguay, il problema è sempre stato quello della terra e la riforma agraria è sempre stato un nodo fondamentale. Quello che è sempre accaduto è che sempre più campesinos sono stati mandati via dalle loro terre per far spazio al latifondo. Soprattutto, in Paraguay c’è stata la dittatura per trent’anni per cui quello che accadeva era che semplicemente i contadini venivano cacciati e la loro terra veniva regalata a generali e persone del regime. Di fatto, fra quelli che possiedono le terre in Paraguay, molti sono discendenti di questi generali e il loro diritto si fonda sulla partecipazione dei loro padri alla dittatura.

Quello che sta succedendo ora, per esempio è un problema grave su due questioni: la soia e l’allevamento del bestiame anche a causa di come sono cambiati i metodi di produzione. Da un lato si stanno facendo piantagioni sempre più ampie di soia transgenica e dall’altro si taglia sempre più monte per far spazio al pascolo. E visto che sono entrambe attività molto redditizie, si cerca di espellere tutta la popolazione campesina dai campi e di condensarla nelle città senza nessuna domanda su che cosa succeda loro una volta arrivati in città. Quindi, almeno per il Paraguay i diritti umani, i diritti della maggior parte della popolazione a potersi garantire da mangiare e un tetto sulle proprie teste, sono assolutamente legati alle questioni del territorio e di chi lo possiede.

C’è una relazione tra i diritti umani e territorio da un lato e dall’altro tra diritti umani e chi possiede la terra, perché a seconda di chi la possiede cambia il rapporto con la terra: la stessa attività si può fare in modi molto diversi. Si può anche allevare mucche, però i contadini lo fanno senza tagliare tutto, lasciano moltissimi alberi per esempio e questo fa sì che se poi si vuole cambiare produzione il monte si può rigenerare per fare legna e altre forme di economia. I grandi proprietari terrieri, invece, quando allevano il bestiame tagliano tutto, proprio tutto, non lasciano nemmeno una piantina. Così poi non è più possibile cambiare: hai ucciso la terra e se in futuro l’umanità non mangerà più tanta carne bovina e non serviranno più così tante mucche, sarà difficile capire cosa fare di tutta questa terra ormai completamente disboscata. Quindi, sì, almeno per il Paraguay abbiamo una identità perfetta fra la difesa dei diritti umani e la tenencia de la tierra, la difesa del territorio.

Roberta. No, non credo che sia possibile svolgere ricerca separando i diritti umani da quelli del territorio, perché le persone vivono necessariamente in un territorio e se si devasta questo si devasta anche la loro vita e quindi i loro diritti. Un territorio non è solo spazio fisico ma è spazio sociale perché antropizzato, abitato da una comunità, luogo dei ricordi delle vite individuali e della memoria collettiva, della storia che concorre nel definire le identità, momento di relazioni, patrimonio. Gli abitanti della Valsusa questo lo rivendicano fin dagli inizi della loro lotta e la retorica del progresso (“il Tav è il futuro”, “non si può fermare il progresso” …) utilizzata come un mantra dal mondo politico ignora volutamente questo aspetto perché considerarlo porterebbe a interrogarsi rispetto a quale progresso tecnologico aspiriamo, un progresso che esclude le persone e considera il territorio sempre e solo suolo da sfruttare e mai patrimonio da difendere.

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