A proposito di Heimat

Walter Chendi

Walter Chendi

 

Quando parlo di Heimat (paese, luogo, terra natale), sento immediatamente una sorta di disagio, pur dovendo ammettere che altri mi inquietano di più, come per esempio la domanda per quanto ancora sarà vivibile il nostro pianeta.

Prima di arrivare a pensare alla Heimat, mi vengono alla mente cose e pensieri collegati alla curiosità, alla nostalgia e alla solitudine: l’amore, la morte e ogni sorta di perché.

Ma forse, penso, tutto ciò ha davvero a che fare con la Heimat. Per casuale che sia il luogo in cui si nasce, è pur sempre il luogo del nostro primo incontro con questo pianeta, quindi il luogo più intimo dell’interrogativo: perché sono qui e che cos’è questa cosa in cui mi trovo e perché poi esisto?

Per quanto strano e assurdo ci possa sembrare, l’uomo sembra voler essere prima certo di sé e appena dopo accertarsi del mondo che lo circonda. Sprofondato in una vita catastrofica o forse nonostante questa, l’individuo cerca – proprio come le minoranze culturali o etniche – un’identità e un riconoscimento della sua peculiarità, come uno che, nella casa che va a fuoco, cerca disperatamente il suo certificato di nascita.

Io credo che questa identità sia un’esigenza fondamentale dell’uomo, proprio come l’aria, l’acqua e il pane. La dignità di sé, la capacità di proteggere e custodire la propria identità, la necessità di riaccertarsene in continuazione.

Siccome la Heimat per me è il luogo assoluto dell’ovvio, essa è per me anche il luogo assoluto dell’interrogativo, della sfida, della provocazione della vita: una parete liscia, un muro perfetto che mi sfida a trovarci delle fessure.

Sono nato in un curioso punto di cesura della Mitteleuropa, a sud delle Alpi, in un intrico di monti e valli, tra ghiacciai e vacche, palme e meli, in questo Südtirolo dei contrasti, in questa piccola regione che per settecento anni ha fatto parte della monarchia asburgica e dopo la prima guerra mondiale è passata – merce di scambio politico – dall’abbraccio del fascismo a quello del nazionalsocialismo. Oggi tutti noi abitanti di questa terra – tedeschi, italiani e ladini – stiamo portando in noi le conseguenze della storia, e ogni giorno passa in un processo imprevedibile di apprendimento della tolleranza e del rispetto. Ma chi ne è conscio? E chi ne vuole essere conscio? Penso che questo pianeta sia troppo piccolo perché si dia spazio alla scemenza degli steccati sempre più stretti e degli egoismi nazionalistici. Che lo vogliamo o no, il futuro sarà pluriculturale. E tanto più importante è quindi per me che ognuno sappia da dove viene, che sia consapevole della sua identità, perché è dalla conoscenza del passato che nasce la responsabilità per il presente e la disponibilità al dialogo pacato. Solo se impariamo a conoscerci meglio riconosciamo quanto sia poco quel che ci distingue in questa nostra tragica esistenza. Possiamo anche essere diversi ma non dobbiamo intendere questa nostra diversità come un motivo per picchiarci a vicenda. Perché non ci mostriamo su mani tese il bello della nostra identità cresciuta in tanti modi diversi?

Io sono uno di quel quarto di milione di cittadini italiani di lingua tedesca, uno scrittore con passaporto italiano che scrive in tedesco e vive in Südtirolo.

Quando avevo quattro anni, pochi mesi dopo l’opzione per la Germania o l’Italia nel 1940, i miei genitori mi portarono via da casa mia, assieme ai miei fratelli, per trasferirsi in Stiria, a Graz. Da quel momento vissi in un paese straniero come se fosse la mia patria, e non vedevo alcuna differenza, neppure il fatto che per strada, in cortile e a scuola parlavo il dialetto di Graz come tutti quelli della mia età – la loro lingua era la mia – ma, chiusa la porta di casa mia, le parole improvvisamente mi si cambiavano in bocca, in un baleno mi si trasformavano nella testa in altre parole, o comunque era la mia bocca a pronunciarle in modo del tutto diverso, in sudtirolese. Tra le pareti di casa mia, parlavo senza accorgermene con un’altra lingua, parlavo come un bambino di Merano, non come uno di Graz.

Quando poi mi stabilii definitivamente nella mia terra natale, ero un uomo sulla trentina.

So che per molti la parola Heimat è quasi un sinonimo di nido, cioè di sicurezza, pace, abitudine ma più di tutto familiarità. Familiarità con la lingua, con gli usi, con il carattere della gente e non ultimo con la natura di un certo territorio. Ma in un tale generale consenso si nasconde spesso un senso di difesa o addirittura di aggressività verso tutto ciò che è nuovo, estraneo, e anche un senso di paura e impotenza per la valanga di notizie e informazioni sui problemi sempre più incomprensibili di questo mondo. Occorre quindi più che mai consolidare questa familiarità, brindando assieme e ridendo di tutto ciò che è diverso. Lo Stammtisch, come lo chiamano i tedeschi (nelle trattorie dei paesi tedeschi la tavola riservata ai clienti abituali), è per me la peggior forma di Heimat, la patria dei pregiudizi, la patria della stupidità incattivita, la patria dei vigliacchi convinti di saperla lunga. Di quelli che chiudono la porta a nuove esperienze e condannano chiunque esce dai ranghi, in poche parole tutto ciò che non è loro abituale.

Heimat per me non è un merito, una medaglia al valore. Casuale come il luogo di nascita, Heimat non può essere che un regalo più o meno bene accettato. Se fossi venuto al mondo vicino a un barattolo vuoto in un posto desolato, in un deserto o in un buco di montagna, ciò sarebbe oggi per me Heimat, di cui mi ricorderei da qualsiasi punto del mondo – anche al quarantesimo piano di un palazzo o in un negozio di fruttivendolo in un altro continente, e magari me ne ricorderei con una nostalgia trasfigurata dal tempo; cercherei di ricordare lo zufolare del vento nella scatoletta e questa si trasformerebbe nel mio ricordo in un’immagine di Heimat. Ma allora di cosa dovrei essere orgoglioso?

Se uno mi chiedesse cos’è importante per il mio lavoro di scrittore, dovrei rispondere con un desiderio: il segreto.

Qualche volta la patria mi sembra essere l’esatto contrario, e qualche volta capisco che non c’è nulla che conosco poco quanto lei, e quello che credo di conoscere di lei mi allontana o mi esclude. Qualche volta mi consolo pensando che la Heimat è stata un errore che non ho potuto evitare, ma di solito penso che la Heimat è la mia amata disgrazia.

E ciò che di questa disgrazia più mi attira è la lingua segreta propria di questa disgrazia, che mi ricongiunge con quasi tutto, o comunque con tutto ciò che era prima, e forse proprio da ciò deriva quella dignità più sottile della peculiarità – cioè la forza e il ricordo – che ripone la vita di noi tutti in una Heimat legittimata dalla storia, con una responsabilità piena di curiosità per il mondo che verrà.

Dove risiedono i desideri? Probabilmente in un luogo lontano – che è quel luogo dove risiede l’ignoto ma la Heimat è invece la tana o l’inferno dell’abituale, oppure il muro uniformemente grigio che noi continuiamo a fissare finché non riusciamo a farvi con gli occhi un buco dal quale poter passare per rifugiarci nei nostri sogni.

La Heimat è una fortuna di cui un bel giorno si perde il ricordo, ma è nelle nostre ossa, in un nostro battito di ciglia, è tutto e quindi anche niente, è una lana fine con cui fare un nido, è odore di cucina, la voce della mamma, che una volta coccola e un’altra sgrida. E poi, in questa comunità dove tutti si conoscono, il mondo viene diviso, tra giudizi e dannazioni, e il potere è già distribuito, e tutti tornano nella loro tana, ricompaiono e scompaiono di nuovo, e la Heimat si trasforma lentamente in una campana di vetro sotto la quale si respira con sempre maggior affanno e si dovrebbe gridare per frantumare il vetro e poter finalmente toccare quello che si vede fuori.

Sì, certo, la Heimat è ciò che si conosce così bene che talvolta non si sa più che farsene.

La Heimat è la lingua più intima e consumata, più di tutto la lingua dei sospiri repressi. Assieme a essa cresce la contentezza, ma anche la voglia di pericoli – lei, la Heimat, è stata ed è la prima ruffiana tra chi fa domande e il mondo attorno a lui.

Imparai a leggere e scrivere a Graz, in un luogo in cui non ero nato, ero figlio di immigrati, di optanti tedeschi. Quando cominciai a esplorare il mondo c’era la guerra e quando finì non avevo neanche dieci anni. Giocavo sui cumuli di macerie, tra rovine di case, raccoglievo schegge di granate, ogni notte con mamma e le sorelle correvo già per le scale in una cantina, a ripararci dalle bombe. Da bambino ho visto gente fatta a pezzi, da bambino mi sono spesso scavato il passaggio, gallerie, tra mucchi di persone tremanti del grande ricovero antiaereo sotto il castello di Graz. Sono stato un bambino fortunato, avevo una madre che mi sgridava per paura e mi baciava per la paura, avevo un cagnolino e avevo sorelle con cui potevo litigare. Ho avuto un’infanzia felice. Non lo dico appena adesso, perché anche adesso potrei giurare, senza mentire, di non essermi mai annoiato da bambino, e ricordo che nelle pause tra un cessato allarme e l’allarme successivo bighellonavo sulla riva del fiume, e i cespugli di erbacce brulicavano di segreti, anche se le ortiche mi bruciavano. Non mi sono mai annoiato. Solo molti anni dopo, quando ho cominciato a scriverne, ho pensato che era un’infanzia che non augurerei ai miei figli. E ciononostante, quell’infanzia è stata la mia amata disgrazia, e io non sapevo cos’era la disgrazia.

Spesso ho sentito dire che la Heimat è lì dove stanno gli amici, è quindi il luogo dell’amicizia. Lo hanno detto Max Frisch e tanti altri. E non è affatto sbagliato, solo che non si deve dimenticare di fare una distinzione. C’è – almeno per me – una Heimat della testa e una Heimat del primo respiro. La prima è la Heimat trovata o eletta individualmente, quella per così dire esistenzialistica, il luogo, il paese o la città in cui ci si sistema con le proprie esperienze tra amici, perché gli amici almeno rendono meno lontana la lontananza, rendono meno estranea l’estraneità, con gli amici ci si potrebbe persino scegliere la Heimat, voglio dire quella della testa, il luogo in cui ci si sente a casa, ci si incontra dopo il lavoro, si mangia e beve assieme, si dividono curiosità e tristezza, rabbia e speranza, ci si gioisce assieme. Ma stranamente si continua a sognare ancora un’altra Heimat, che era tutt’un’altra cosa: una pesca sulla spalletta del ponte, le braghette piene che la mamma ci toglieva e lavava brontolando nel ruscello vicino. E così sto soltanto ripensando cos’era la mia Heimat, qualcosa fatto di cose non importanti: buchi nella sabbia, nascondigli tra i cespugli, carbonaie e la paura cui mi ero abituato come ai richiami di mia madre. Spesso penso che il posto in cui mi sono sentito più a casa è quello in cui ho dovuto soffrire di più la paura, come se con la paura mi fossi conquistato il diritto di cittadinanza. E veramente qualche volta ho pensato di essere più grazese della maggior parte di quelli che sono nati e vivono a Graz, io che non ci sono nato in quella città ma mi ci sono nascosto nelle cantine, per sfuggire alle bombe.

La Heimat dell’infanzia è fatta di un tessuto di spazi immaginari: è una Heimat che probabilmente hanno anche i bambini senza patria, quale che sia il significato che diamo a queste parole: i figli di profughi, i figli di esuli, i figli di emigranti. È una Heimat che può essere il buio di un armadio o la penombra di uno scompartimento del treno, ai piedi della mamma o del papà o anche di estranei. E i rumori del treno mescolati alla polvere dell’estate e all’odore di insetti schiacciati.

Solo l’infanzia si impossessa per sempre di quanto sembra inutile, di ciottoli, schegge di legno e sogni antichissimi. Stranamente queste cose in apparenza così futili non ci abbandonano, e in queste riconosciamo in qualche modo il mondo, e nel mondo continuiamo a imbatterci in esse, in questa Heimat. Queste cose banali dei nostri primi anni offriranno fino alla fine riparo ai nostri sogni e alle nostre speranze.

Non c’è patria della testa che possa sostituire le importanti banalità della nostra infanzia.

Ricordo di aver sentito una giovane poetessa turca, portata dalla sua famiglia in Germania quando era bambina, dire che lei – cresciuta tra Karlsruhe o Kaiserslautern e Berlino apparentemente senza problemi, proprio come me che ero però cresciuto in località austriache, svizzere e annesse dall’Italia – lei, questa turca tedesca, ci aveva avuto guadagnato, e si augurava tante patrie come quella.

Sentii questa affermazione come un grido di vittoria, un urlo liberatorio, un’esclamazione di sfida, e credetti di capirla così: ho fatto la mia Heimat non solo della Turchia, ma anche di Karlsruhe e Berlino, ogni nuova Heimat mi ha fatto più ricca, di esperienze, di apertura, anche di tolleranza. Per me pensai: naturalmente sarebbe bello poter fare del mondo intero la propria Heimat, poter mettere piede dappertutto come se si entrasse nella camera da letto dei genitori. Ma allo stesso tempo pensai che ogni nuova Heimat non può che essere una patria senza infanzia, una patria della testa senza radici, una tabula rasa. Chi si siede a questa tavola vuota può ammucchiarvi se vuole i frutti della sua vita e mangiarli assieme agli amici. Ma questa tavola non gli offrirà un passato, su questa tavola mancheranno le esperienze e la saggezza dei suoi avi, e lui sarà per tutta la vita un nuovo arrivato, spesso solo un avventuriero senza responsabilità del passato per il futuro. Lui, che non conosce le favole che popolano l’albero secolare, finirà per tagliare il grande salice sulla curva, quando avrà bisogno di legna.

Bambini o adulti, portiamo tutti in noi le conseguenze della storia: dobbiamo assolutamente conoscerci meglio, per poterle sopportare assieme.

© all rights by Joseph Zoderer

 

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