Africani in Puglia. Lettera da Rignano Garganico

Il dito indice di Aboubacar non ha più un pezzo della sua falangetta. Il sangue scorre lungo la mano del giovane nigeriano mentre si dimena e impreca contro la proprietaria del bar. Ci vogliono tre persone per tentare di calmarlo. Anche Rose viene dalla Nigeria. Da qualche anno gestisce la baracca e l’adiacente bordello. È una donna sui trent’anni dalla pelle scurissima e uno sguardo che ho visto raramente tramutarsi in un sorriso. Come molte altre sue colleghe non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Non dal marito, con cui spesso si scambiano delle sberle, tanto meno dai suoi clienti. Questa sera, infatti, Rose ha morsicato il dito di Aboubacar per costringerlo a rimanere seduto e pagare il conto dei suoi amici: 5 euro. Dopo due settimane nel “ghetto” di Rignano, una baraccopoli che da oltre quindici anni sta crescendo nella provincia di Foggia, certe reazioni non mi sorprendono più. Ci vogliono infatti circa due ore di duro lavoro per raccogliere seicento chili di pomodori e guadagnarsi quei preziosissimi, miseri cinque euro. Sia Rose che Aboubacar lo sanno. E come loro, centinaia di africani dell’Africa centrale e occidentale che si riversano qui appena inizia la stagione della raccolta. Entrare nel ghetto fingendosi un potenziale bracciante è stato abbastanza facile. A tutti ripetevo la stessa storia sfruttando le mie origini africane: “Mi chiamo Koffi, vengo dal Togo, parlo solo francese e inglese, non ho documenti, e cerco lavoro”. Pochi, almeno all’inizio, facevano domande. Un sopralluogo preliminare era però doveroso. È avvenuto grazie a un ex residente del ghetto che mi ha rapidamente fatto conoscere la zona. In quei venti minuti ho cercato di parlare e farmi notare il meno possibile.

Nei giorni seguenti mi sono fatto crescere la barba, ho iniziato a portare un cappellino con visiera molto comune tra i braccianti, e ho riempito lo zainetto di tutto il necessario: lenzuolo, sapone, spazzolino e dentifricio. Ho inoltre utilizzato un’unica combinazione di vestiti (che lavavo quotidianamente) affinché si creasse di Koffi una sola immagine. L’entrata nel ghetto ho preferito farla di notte, quando c’è più confusione e si vedono meno i visi delle persone. La maggioranza degli abitanti sono lavoratori, ma sempre più africani che hanno già un impiego altrove vengono semplicemente per vivere qualche giorno nella cosiddetta “Africa della Puglia”. All’interno del ghetto si sono formati negozi, modesti ristoranti, una moschea e una radio. Alcune stanze riescono a contenere più di quaranta persone. La sola rappresentanza del governo italiano a entrare regolarmente è il camion dell’acqua che ogni mattina riempie alcune cisterne. Ed è così che una sera di fine luglio mi faccio lasciare dal taxi a un chilometro di distanza e cammino fino alle prime baracche. Passo dopo passo ripeto la mia storia in inglese e francese, di modo che risulti il più naturale possibile. Chiedo di Mary, una camerunese nota per essere gentile con i nuovi arrivati. Nel guardarmi si domanda perché sia venuto proprio da lei. “Qualcuno alla stazione mi ha consigliato di parlare con te per una camera!”, le dico con disinvoltura. Lei accetta per vera tale spiegazione e all’inizio vuole  farmi dormire in una delle sue stanze. Poi preferisce però portarmi dai “tuoi fratelli togolesi”. “Altrimenti si lamentano che i camerunesi aiutano i togolesi”, continua a dirmi.

La seguo tra i vicoli mentre ci dirigiamo verso Komlà, un togolese sui cinquant’anni sposato con Rose, la ragazza nigeriana. Le presentazioni sono però coperte dall’altissimo volume della musica dei bar attorno. Insieme a un altro togolese andiamo quindi verso un luogo più appartato dove entrambi cominciano a farmi domande sulla mia etnia, parlandomi anche in dialetto. Il Togo, dove sono nato e ho vissuto per gli ultimi due anni e mezzo, ha una popolazione generalmente molto riservata e sospettosa. Pur rispondendogli che avevo passato la maggior parte della mia vita in Francia, Komlà e il suo amico mi credono. Trascorro quindi la prima notte in una piccola stanza del bordello piena di topi ma con un buon materasso. “Dove sono i bagni?”, mi azzardo a chiedere. “Dappertutto!”, mi rispondono indicando i campi intorno. Il giorno dopo Komlà mi presenta a Charles, un capo-squadra ghanese, con cui parla ewé, lo stesso dialetto della regione meridionale tra Ghana e Togo. “Tu vuoi lavorare in campagna?”, mi domanda Charles, mentre mi scruta incredulo dall’alto in basso. Poi, senza aspettare una risposta: “No, tu non ce la fai, ti darò un lavoro più leggero, magari vicino alla macchina”. Mi sento un po’ offeso. Charles vive in Italia da otto anni ed è in diretto contatto con il proprietario italiano di alcuni campi nei pressi di Lucera. Nella cittadina ha invece una casa in cui alloggia una ventina di braccianti che vengono al ghetto solo il sabato sera per poi tornare al lavoro la domenica mattina presto. Pur non rifiutando i miei 30 euro, il costo di un materasso per l’intera stagione, Charles si rifiuta di credere che io sia un buon investimento per i suoi affari. Non lo biasimo. La pressione è altissima, sia da parte dei braccianti sia dell’azienda. Entrambi spremuti dalle regole di un mercato internazionale che ha come unico principio il profitto. “Sto aspettando un camion da Napoli”, mi assicura, “e quando arriva dobbiamo riempirlo in una sola giornata. Quindi, dormi qua al ghetto e sii paziente”.

Questo tipo di lavoro non è per tutti. Non importa quanto uno sia forte o debole, alto o basso, magro o grasso. Solo l’abitudine a lavorare in campagna ti salva. C’è chi raccoglie una sola volta e chi non supera una settimana. Chi riesce a lavorare durante l’intera stagione è qualcuno che fin da piccolo, sotto il sole africano, viveva in campagna e seguiva l’esempio dei genitori e dei nonni. Il migliore dei braccianti sembra essere un ghanese soprannominato “38 cassoni” poiché in un solo giorno riesce a riempire 38 casse di pomodori. Un record per la maggior parte dei lavoratori che riesce a riempirne massimo una decina. “Riuscire a lavorare quest’anno è difficile, Wallahi!”, afferma Abdullah, ventotto anni, originario della Guinea Conakry ma residente in Italia da cinque anni, “Siamo sempre di più a venire qui per lavoro e non c’è stata ancora una goccia di pioggia”. La pioggia, infatti, costringe il coltivatore a sfruttare la manodopera dei braccianti evitando di usare le macchine. Ma si prospetta una stagione molto calda.

In meno di un mese, la raccolta ha infatti già ucciso cinque braccianti: tre africani, un rumeno e un’italiana. “Oggi non sono riuscito a lavorare”, ammette Didier, venticinquenne maliano dal corpo tozzo e robusto. “La giornata di ieri mi ha reso le gambe tanto dure da non riuscire più a muoverle.” Inizio ad alzarmi sempre più spesso alle quattro del mattino per vedere i furgoni strapieni di questi schiavi dell’era moderna che partono per le campagne. Stipati in un furgone o schiacciati dietro il baule di una macchina. Il capo-squadra africano, a volte accompagnato da un italiano, chiama le persone una a una. Una pila illumina l’elenco di braccianti scritto su un foglio e il sacchetto che contiene i documenti di ognuno. “Koffi, non ti preoccupare se non hai il documento”, mi confessa Charles, “ti do quello di uno dei miei lavoratori, chi vuoi che se ne accorga”.

Ogni mattina verso le otto chiamo Sidibé. Nonostante i suoi ventidue anni, questo giovane maliano è riuscito a sopravvivere alla traversata del Sahara, all’inizio della guerra in Libia, e agli ultimi quattro anni in Italia. Ha il permesso di soggiorno, ma non la patente o i documenti dell’auto che utilizza come taxi: dieci euro per ogni corsa dal ghetto a Foggia. Suo cugino Malik, poco più grande di lui, è completamente in regola sebbene abbia pagato 550 euro per la patente comprata in una scuola guida di Salerno. Si è fatto mandare i soldi dalla sua famiglia in Mali. Malik guida ogni giorno da prima dell’alba fino al tramonto. “Sono venuto al ghetto per la prima volta l’anno scorso”, mi racconta mentre ci dirigiamo verso Foggia, “ma ho passato ogni notte nell’auto perché mi dà fastidio dormire con altra gente. Quest’anno, invece, ho una stanza che condivido con la mia ragazza”.

Dopo avermi lasciato nei pressi della stazione, mi imbuco nelle viuzze della città, cambiando ogni volta tragitto e controllando che non sia seguito. I ragazzi del ghetto che non riescono a lavorare in campagna, lavorano a Foggia. Alcuni lavano i vetri, altri chiedono semplicemente l’elemosina come fanno anche molti rumeni, bulgari e italiani. Io passo alcune ore in un appartamento a scrivere un diario e a recuperare le ore di sonno perse al ghetto. Nella stanza di due metri per sei, fatta di cartoni, qualche telo e assi di legno, dormiamo in sei, sette o otto coinquilini. Ogni giorno qualcuno cucina gli spaghetti su una bombola a gas rischiando di incendiare l’intera struttura. Nel pomeriggio richiamo Sidibé che, dopo aver raccolto altri clienti alla stazione di Foggia, mi riporta al ghetto. Sulla strada del ritorno incrociamo un’auto distrutta. Il conducente, dopo essersi andato a schiantare contro la grata che protegge un tubo di irrigazione, riposa in una baracca, ferito: “Non vuole andare in ospedale perché non ha i documenti a posto”, mi spiega Sidibé. Tre giorni dopo, il 2 agosto, l’auto di un ragazzo della Guinea Bissau si schianta contro quella di un imprenditore del posto. Concetta, 11 anni, sta viaggiando con il padre e muore sul colpo. Su Facebook si scatenano gli insulti razzisti e nel ghetto sale la paura di ritorsioni per la morte della bambina. Molti di noi ricordano il gruppo di braccianti bersagliati con pallottole sparate da armi ad aria compressa cinque anni fa a Rosarno. Oppure la strage di Castel Volturno nel 2008. Ma se ne parla poco.

Quando ci si batte per un impiego da due euro e mezzo a cassone, la solidarietà africana viene spesso a mancare. Risulta infatti chiara la diffidenza tra le differenti nazionalità. I maliani sono i più numerosi e posseggono un grande numero di furgoni e contatti. Camerunesi, senegalesi, nigeriani, e altre nazionalità si tengono altrettanto stretti i loro datori di lavoro. Ma tutti si lamentano dei propri connazionali che, avendo il ruolo di traghettatori e capi-squadra, trattengono sempre una percentuale dei guadagni giornalieri. Un trasporto quotidiano di circa tre o quattro euro, a seconda della distanza da percorrere e del mezzo utilizzato, che incide in maniera micidiale sui venticinque euro quotidiane. “È meglio che gli italiani vengano direttamente al ghetto ad arruolarci”, commenta un ragazzo del Mali, “almeno evitiamo di pagare il trasporto fino ai campi e, a volte, un euro per ogni cassone. Ammetto che anche tra di noi c’è davvero poca solidarietà per combattere queste ingiustizie”. Le grandi rivolte scoppiate durante gli ultimi dieci anni contro tale sistema si contano sulla punta delle dita. E spesso è necessaria la morte di uno o più persone affinché si esca dal silenzio. Altrimenti, si lavora tutti, sempre di più, a testa bassa. Nonostante ciò, il ghetto rappresenta solo il sintomo di una malattia molto grave.

“La cosa più importante è uscire dalla dimensione locale per affrontare questa drammatica realtà a livello mondiale”, spiega Claudio de Martino, avvocato foggiano e specializzato nel diritto del lavoro. “La raccolta del pomodoro, come di molti altri prodotti, è definita nella mentalità italiana un fenomeno solo della Puglia. Quando invece dovrebbe essere considerata una questione che riguarda non solo l’Italia e l’Europa”, continua de Martino, “ma i diritti e la dignità di ciascun lavoratore all’interno del mercato globale”. Una fetta importante dei circa ventisettemila produttori agricoli della Puglia sfrutta quindi tali condizioni per risparmiare sulla forza lavoro e sopperire alle aste al ribasso inflitte sui loro prodotti. “Non è possibile che un pomodoro venga pagato dalle grandi società di distribuzione e trasformazione otto centesimi al chilo”, si lamenta un agricoltore, “quando si sa che ci vorrebbero almeno quaranta centesimi per coprire i costi di forza lavoro, concime, pesticidi, eccetera”. Secondo i sindacati, le aste al ribasso per l’acquisto dei pomodori (e di altri prodotti agricoli) rappresentano uno dei maggiori problemi dell’intera filiera. Tra le più grandi società di trasformazione e distribuzione che comprano i prodotti pugliesi, per esportarli anche a livello internazionale, ci sono: Doria spa, Princes, Franzese spa, Giaguaro spa, La Rosina, Pancrazio spa, Conserve Italia, Divella e Mutti. Colti dalla disperazione, un numero sempre maggiore di contadini si è paradossalmente visto costretto a guadagnare sulla distruzione dei propri raccolti: costava di meno far marcire la verdura rispetto a ingaggiare la manodopera locale o straniera.

Le gravi condizioni in cui versano le aziende agroalimentari non devono però giustificare le violazioni dei diritti umani. “Comprendiamo la complessità delle dinamiche di una filiera come quella del pomodoro”, afferma Giuseppe Deleonardis, segretario generale della Flai-Cgil in Puglia, “ma proprio per questo stiamo spingendo da anni per una certificazione etica dei prodotti agricoli in cui è necessario far chiarezza sulla tracciabilità del sistema”. Sono diversi i casi in cui grandi aziende della trasformazione e distribuzione hanno ignorato o accettato solo in apparenza l’adozione di un codice etico da parte della filiera. Sulle ceneri del progetto Ghetto-Off, mai veramente decollato, la sfida attuale è quella di coinvolgere le istituzioni e permettere una maggiore unione tra le migliaia di agricoltori locali. “Da circa otto anni le autorità non vengono più coinvolte dagli agricoltori”, continua Deleonardis, “da una parte non c’è la volontà di farlo, dall’altra non si è in grado”. Le multinazionali della distribuzione, difficili da intervistare, dicono invece di rispondere semplicemente alla domanda del mercato. “Ma un ruolo importante ce l’hanno anche le Organizzazioni dei produttori (Op) che fanno da intermediari tra le aziende agricole e le industrie della trasformazione”, dichiara un comunicato della Flai-Cgil, “Agriverde, OP Mediterraneo, Apo Foggia, Assofruit, eccetera, cosa fanno per debellare il fenomeno?” I braccianti stranieri, l’anello più debole della catena, hanno quindi poca scelta. “Uno di noi spesso partecipava alle proteste contro il caporalato e aveva persino messo una bandiera della Cgil sulla sua baracca”, afferma un ragazzo del ghetto. “Poco dopo gli hanno però fatto capire che il suo comportamento non andava bene”.

Secondo gli esperti, è necessario anche da parte del cittadino un atteggiamento molto più critico rispetto a quello che si compra. Il cambiamento può partire dal basso, sebbene la realtà locale sia particolarmente avversa ad affrontare pubblicamente certe problematiche. In una regione dove da generazioni diverse mafie italiane e straniere si contendono il territorio, risulta tutt’altro che facile riuscire a parlare con la gente del posto. Troppo spesso sia gli adulti che i giovani celano infatti le proprie opinioni dietro un muro di omertà difficile da penetrare. “Lei faccia i suoi giri e ascolti le persone, ma senza parlare troppo e senza dire che è un giornalista. Dalle nostre parti abbiamo l’abitudine di non fare o rispondere a troppe domande”. Rosaria (nome di fantasia) spiega a bassa voce ciò che le è successo persino quando parla dentro casa sua. A 50 anni, ammette di dover proteggere sua madre, suo marito e i tre figli. Recentemente, infatti, è riuscita a chiarire con i carabinieri che il camion sequestrato per aver scaricato rifiuti nelle campagne circostanti non era più il suo. L’attuale proprietario non aveva ancora eseguito il passaggio di proprietà. “Mio marito, direttore dell’azienda, non è mai stato vittima di estorsioni”, continua Rosaria sempre sottovoce, “però non so neanche se me lo direbbe”. I silenzi che colmano le coscienze di molti cittadini, di migliaia di lavoratori (italiani o stranieri) e delle autorità locali sono davvero densi.

Nella provincia di Foggia, come in molte altre cittadine della Puglia, sono soprattutto i sindacalisti e le organizzazioni sociali a denunciare pubblicamente i crimini. Una realtà come quella del ghetto di Rignano è da molti considerata “una vergogna”. Ma sono anni che questa vergogna aumenta. “Il presidente della regione, Michele Emiliano, ha promesso di smantellare il ghetto alla fine della stagione”, è il commento di diversi foggiani che vivono vicino alla baraccopoli, “ma perché aspettare?” Forse perché una gran parte delle aziende agricole pugliesi si troverebbe senza la necessaria manodopera a basso prezzo per soddisfare la domanda di pomodori. Una condizione che danneggerebbe di conseguenza i contratti con le grandi società di trasformazione e distribuzione. Ma anche per queste ultime realtà vige uno strato pesante di omertà. “Parlano tutti dei braccianti quando anche noi siamo costretti a lavorare in condizioni disumane”, spiega un impiegato di una grossa società di distribuzione ortofrutticola con sede a Foggia. “Dobbiamo sempre negoziare salari e contributi e lavoriamo tutto il giorno in edifici caldissimi perché non funziona l’aria condizionata. Inoltre”, continua l’impiegato, “non abbiamo vacanze e molti di noi si stanno ammalando”. Nonostante tali difficoltà, nessuno protesta pubblicamente. “Siamo cresciuti così”, afferma un avvocato di Bari. “Fin da piccoli abbiamo imparato a guardare dall’altra parte anche se qualcosa di molto grave succedeva al nostro vicino di casa”.

Di questo i migranti se ne sono accorti: “L’Italia è mafia, caro Koffi”, è l’opinione di molti, tra cui Nadim, 23 anni, arrivato a Lampedusa nel 2012 dal Burkina Faso: “Sono gli italiani che devono sconfiggerla, non noi”. Un approccio in stile mafioso che, negli ultimi anni, diversi africani sembrano imitare, riscuotendo appunto una percentuale su ogni cassone di pomodori e facendo tacere chi ha intenzione di parlare troppo. “Se non ci si ribella è perché non siamo uniti”, dice Salif, maliano, mentre cucina pollo alla brace sulla carcassa di un vecchio frigorifero trasformato in barbecue. Verso sera giro invece tra i bar del ghetto per guardare i vari telegiornali africani. I maliani vedono le immagini del loro Paese in guerra: maledicono l’estremismo islamico da una parte, e gli interessi degli ex coloni francesi dall’altra. I burkinabé sono in apprensione per le prossime elezioni. I nigeriani ce l’hanno invece con la loro classe imprenditoriale. Tutti concordano su una cosa: sono qui perché pensavano di trovare una vita migliore in Italia. Una fuga di massa dal continente nero che continua a far comodo alla classe politica africana, la quale sfrutta i miliardi di euro in rimesse dei propri connazionali e allontana una polveriera di giovani che potrebbe esplodere sottoforma di proteste nelle piazze. Ma tutti, alla fine, vogliono tornare a casa. “Lavorerò fino a mettere da parte diecimila euro e poi rientro in Mali”, mi giura Malick. “Tanto quello che faccio qui posso farlo anche giù, con la differenza che avrei la mia famiglia vicino”.

Come ogni notte faccio tappa al bar di Komlà. Tra le baracche si sente odore di marijuana. Prostitute nigeriane e camerunesi mi afferrano il braccio e indicano con una pila la loro stanza: dieci euro per un’ora di sesso. L’ennesima rissa è scoppiata invece davanti al bar di un italiano soprannominato “Il Camorrista”. Alcuni ragazzi della Costa d’Avorio vengono allontanati. I litigi sono solitamente legati alla prostituzione o alla droga. Se uno di noi morisse in una di queste risse, non se ne accorgerebbe nessuno. Quest’ultima mattina decido di svegliarmi alle 3,30. Centinaia di braccianti, muniti di taniche per l’acqua e un panino, stanno già aspettando di essere chiamati. Per le prossime cinque ore, uno a uno, i furgoni si allontaneranno dal ghetto in una grossa nuvola di polvere.

Matteo Fraschini Koffi

Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on Google+Print this pageEmail this to someone

Nessun commento a questo articolo.

Lascia un commento