Le stagioni del sergente

di Gianfranco Bettin


“Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall’autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai ciliegi in fiore”: è stato quasi un programma di vita, per Mario Rigoni Stern, questo, schizzato con la mano ferma e felice di un Hemingway senza nevrosi, un programma che era anche il suo desiderio e il suo augurio per la vita di tutti. Ora che il suo respiro è cessato, la sua voce continua a parlare dall’altipiano, tra le foglie e nel vento, nei versi degli animali che ci ha insegnato a distinguere, come le piante dell’arboreto salvatico, e anche nei silenzi di valli e montagne, eloquenti come sermoni. E, naturalmente, nel ricco deposito di testi che lascia. Niente di naïf e niente di occasionale, come errando sostenne Elio Vittorini nel ’53 presentando “Il sergente nella neve”. La prosa di Rigoni Stern, dal grande romanzo d’esordio ai tanti racconti successivi, è la prosa di un vero scrittore, innervata di profonda, precisa conoscenza degli elementi e delle situazioni di cui parla impastando esperienza e visione, ispirazione e scienza delle cose.
“Verrà, verrà il caro scricciolo sulla catasta di legna ad annunciare la prima neve come quando ero ragazzo con il suo tic tic ripetuto più volte, il suo campanellino nascosto nella gola si sentirà anche lassù dove le nuvole compatte e bianche aspettano il segnale”: è l’imminenza dell’inverno, descritta con perizia da ornitologo e da meteorologo, utilizzando appropriatamente tecnicismi e onomatopee, alternando suggestioni a descrizioni icastiche.
Come non è ingenua sulle cose, la narrativa di Rigoni Stern non lo è sulla Storia e anche quando staglia di fronte a noi la bellezza e la serenità del mondo, resta consapevole della sua precarietà, della possibilità sempre incombente della tragedia. Era da un luogo come quello che avrebbe voluto mettere a disposizione di tutti, tra larici e torrenti, tra api e coturnici, che era partito per attraversare le guerre del suo tempo, dall’Albania alla Russia. Dagli inverni fiabeschi dell’altopiano di Asiago a quelli atroci del Don insanguinato. Ne era tornato, salvando i suoi uomini, in quello che, come disse pacato e fiero a Marco Paolini nel film biografico di Carlo Mazzacurati, considerava il vero capolavoro della sua vita: non aver perso nessuno di quelli che guidava durante la ritirata, sergente nella neve che nella neve aveva cercato e saputo trovare, oltre Nikolajewka, la strada per tornare “a baita”. Ma non aveva più dimenticato quel gelo e quell’ombra che insidiano il mondo, sempre, e che spesso, insanguinandola, scendono nella storia. Spesso le sue pagine ci parlano tenacemente e volentieri d’altro, del piacere di stare nella natura, rispettandola, conciliati con essa, e tuttavia senza ignorare mai la dialettica e il conflitto immanenti, se non deflagranti, il dovere di prendere posizione e, prima ancora, di essere consapevoli di questa dinamica della storia. L’altipiano non è la meta di una fuga, il ritiro. Al contrario, è il luogo e il modo di vita, sono i visibili e tangibili valori, in nome dei quali confrontarsi con la Storia e col Potere. Ognuno, sulla base di questa lezione, ai luoghi del vecchio Sergente può sostituire i propri, se ne ha ancora, o se ne sa trovare nel vasto mondo che valgano la pena, come può abbracciare, scegliere, i modi di vita e i valori in nome dei quali mostrare che un altro mondo è possibile – e anche, o prima ancora,  che è possibile un altro modo di stare al mondo.
In un racconto Rigoni Stern sogna di smarrirsi nel bosco insieme al suo cane, tra i faggi e il sorbo. “Andare così, per tutta la vita”, si lascia andare a desiderare, seguendo quello smarrimento felice come si assapora un desiderio in via di soddisfazione e come si gode un legittimo diritto di ogni vivente. Eppure anche lassù la Storia parla, riemerge. Un vecchio gallo precipita in un burrone e la disgrazia dell’animale gli riporta la visione lontana della testa spaccata di un tedesco in guerra. La tragedia e la violenza non sono dimenticabili, per chi le ha vissute, e non sono esorcizzabili, neanche nella bellezza dei lati migliori del mondo e della vita, per chi ne abbia ascoltato il racconto. Lo si capisce quasi con naturalezza leggendo “Il sergente nella neve”, romanzo singolarissimo e perfetto, che cresce lentamente ma sicuramente, decennio dopo decennio, avanzando col passo del montanaro, nella storia della nostra letteratura ma anche nel ruolo che svolge nella coscienza di un paese spesso aduso a giocarci viziosamente, con la propria coscienza, a manipolarla ipocritamente o cinicamente. Quel romanzo ci riporta al freddo della Storia e ce ne rende dolorosamente e necessariamente consapevoli, almeno quanto, nel cuore più duro della vicenda che narra, riesce ad aprirci gli occhi sul sempre possibile incontro e rispetto umano, anche nelle estreme vicende belliche, come nell’episodio del silenzioso e pacifico pasto casualmente condiviso in un’isba tra i russi resistenti e l’italiano invasore e ora in ritirata. Nemici acerrimi, che fuori di quell’isba torneranno a combattersi, ma tutti in cerca di un tetto e di un piatto caldo nella grande tormenta che gli soffia addosso e che li accomuna.
C’è sempre, in Rigoni Stern, questo doppio registro: calore umano e gelo della storia, incanto e disincanto verso il mondo e la natura. C’è nei drammatici e pur sempre vivi racconti di guerra e c’è nelle storie spesso meravigliose dell’altipiano, sviluppando i primi e le seconde con la stessa perizia artistica, sotto il controllo di una tecnica che, per essere sommamente artigianale, non è affatto minore. Anzi, che trova nella propria sobria misura e nel proprio ricco catalogo di figure e colori e voci, la cifra segreta e inimitabile di un’autorevolezza paterna più che patriarcale, da sergente che sta con te nella neve o, meglio, che ti sa precedere tracciando la pista, più che da alto ufficiale che percorre vie riservate. è da questa posizione che può ricordarci la bellezza del mondo senza che ciò suoni patetico o consolatorio, o, viceversa, che può mostrarci l’orrore della Storia e la bassezza dell’uomo senza che ciò neghi in radice la speranza e la fiducia nella vitalità e nella possibilità di cambiamento della nostra specie.
“Sono nato alle soglie dell’inverno, in montagna, e la neve ha accompagnato la mia vita”, così incomincia “Stagioni”, il suo ultimo libro, errabondo tra stagioni della vita e della storia, oltre che intensa celebrazione del variare e dell’andare delle stagioni durante l’anno, necessaria alternanza di vite morti rinascite che portano ognuna colori forme suoni e semi germogli frutti, e sonni e risvegli, che insieme sviluppano il grande ciclo di tutti e del tutto. Un andare e un vedere che, a chi ha addestrato i propri sensi, non sembra mai monotono, neanche quando pare più uniforme. Si fa presto, ad esempio, a dire neve. Rigoni Stern lo dice in molti modi diversi, usando la lingua dell’altipiano, quella più connessa alle cose che nomina, capace di distinguere, della neve, una decina di fasi, forme, colori (le sorprendenti gradazioni del bianco) e anche i suoi mutevoli contenuti (il diverso significato che assume per gli animali, per i pascoli, per il bosco, per il cielo nelle varie fasi dell’anno). “Le più variate nevi”, le chiama in un verso Andrea Zanzotto, un altro grande vecchio veneto (del Veneto capace di vero radicamento e di vera universalità) a sua volta osservatore infallibile della complessa, mutevole costituzione delle nevi.
Come nello stesso Zanzotto, la neve, che pure incanta (e che, nel poeta di Pieve di Soligo, perfino “risana”), in Rigoni Stern non nasconde tuttavia ciò che ne insidia la purezza. Nella lunga intervista concessa a “Lo straniero” circa un anno fa ad Asiago, ci raccontò della neve che a maggio, sciogliendosi, anche lassù, a 2500 metri, adesso è spesso “unta”. Qualche decennio fa non lo era, ci disse, spiegando che ora capita di vederla sporca, “zaleta”, gialliccia, lasciare sulla terra, quando si scioglie, uno strato untuoso, residuo di inquinamenti assorbiti nell’atmosfera e ricaduti insieme ai cristalli composti nei fiocchi. Il grande narratore della meraviglia della natura, è sempre stato anche un lucido testimone di ciò che a essa ci rende estranei e indifferenti, prima ancora che, di essa, acerrimi sfruttatori.
“Pochi sono quelli che nell’agenda scrivono le temperature, le precipitazioni, i cambiamenti del clima. Solo affari, solo appuntamenti; una volta erano di più gli uomini che usavano annotare anche le cose della natura, perché ora si vive di artefizi, ossia con espedienti diretti a ottenere effetti estranei all’ordine naturale”, scrive in “Stagioni”, piccolo ultimo e magnifico libro in cui non mancano pagine preoccupate o decisamente disilluse, radicalmente critiche verso la perdita di rispetto per la natura e per il nostro stesso patrimonio storico e culturale. Eppure, come nell’inverno della guerra, come nella tormenta che confondeva ogni strada, anche in questa pace smarrita e corrotta, il Sergente continuava a segnare la pista, a mostrare la meta.