Quarant’anni fa, Franco Basaglia
di Carlo e Rita Brutti
L’occasione di ricordare Franco Basaglia – a quarant’anni dalla pubblicazione di “L’istituzione negata” (Einaudi), il libro che rese famosa la sua esperienza – potrebbe trovarsi esposta, come ogni commemorazione, a una retorica esaltazione del suo valore e dei suoi meriti o, per contro, a una subdola e talora ingenerosa svalutazione del suo pensiero, del suo operato e del ruolo che ha giocato in quel turbinoso e pur fecondo periodo che prende nome da un anno mitico: il ’68.
Tuttavia una distanza critica che ci faccia non solo ricordare e ripetere, ma anche elaborare con intenzione di verità l’eredità di Franco Basaglia, potrebbe permetterci, al di là dei limiti e delle contraddizioni di un pensiero che si fece azione, di partire da quella esperienza, comunque esemplare, e tornare a interrogarci oggi sui nuovi volti di quelle drammatiche realtà che Franco Basaglia e altri pionieri ebbero il coraggio di affrontare. Intendiamo riferirci a tre realtà, cioè ai modi in cui nella metà del secolo scorso si configuravano la “follia”, l’“istituzione psichiatrica” e le “direttrici della cultura politica dominante”: tre dimensioni di un’epoca solo in apparenza sussistenti di per sé ma, di fatto, così strettamente intricate da creare una situazione il cui grado di decomposizione era occultato da una potente rimozione collettiva.
Già il proposito di sollevare lo spesso velo di tale rimozione e mettere sotto gli occhi di tutti il degrado dell’istituzione psichiatrica, e la condizione disumana di coloro che vi erano reclusi, costituì un evento di così grande portata e produsse effetti tali che gli attuali rigurgiti regressivi e negatori potranno contestare ma non cancellare. Prima di tale evento, la cattiva coscienza dell’epoca occultava ipocritamente le operazioni che si svolgevano nei manicomi presentandole come “custodia” e “cura”. Termini, questi, rivelativi del legame e della solidarietà sussistente tra “cultura politica” e “scienza”, se è vero che le istituzioni psichiatriche rappresentavano la risposta a un bisogno di sicurezza e di protezione della società che si credeva assicurato da una strategia contrabbandata come terapeutica. Essa, in realtà, si riduceva a un programma di controllo rigido (di fatto “carcerario”) delegato a “secondini” con la divisa della corporazione sanitaria.
Il campo di battaglia scelto da Franco Basaglia – medico e psichiatra – fu primariamente quello politico. Si trattò di una intuizione lungimirante che niente aveva a che fare con il politicismo becero e protestatario di alcuni suoi epigoni. Essa scaturì dall’ondata contestativa che investì in Occidente tutte le strutture di potere mettendo sotto processo le loro prassi di dominio e di oppressione consolidate da secoli ma che il lento lavorio della cultura aveva via via messo a nudo e incominciato a erodere.
Questo clima culturale degli anni sessanta trovò in Franco Basaglia, che proveniva da una seria formazione clinica a impronta fenomenologica, un osservatore attento, dotato di quell’acuta sensibilità che gli permise di cogliere i fermenti più significativi presenti nei due grandi maestri del sospetto: Marx e Freud. Dal primo trasse gli strumenti per una lettura delle istituzioni totali come funzionali alla logica dominante della divisione del lavoro e a quella del profitto. Dal secondo il principio – formulato per la prima volta dal padre della psicoanalisi – per il quale venne cancellata ogni differenza di natura tra normale e patologico a favore del pur inquietante assunto della sola differenza di grado. Un salto concettuale tutt’altro che tranquillo, ma di enorme portata trasformativa se si pensa che all’epoca il dogma scientifico dominante sosteneva che la patologia mentale fosse di natura “altra” rispetto alla condizione “normale”. Dogma che costituiva il fondamento giustificativo della separazione e dell’emarginazione dei folli dei quali veniva pure sancita l’incurabilità.
In realtà proprio il criterio di incurabilità della malattia mentale costituì l’asse portante attorno al quale venne a strutturarsi e consolidarsi l’istituzione psichiatrica. (Non si vuole con ciò sostenere che, all’origine, l’idea di costruire cittadelle per alienati non rispondesse a un’esigenza di assistenza che, per lo spirito con il quale venne esercitata, potrebbe persino fornirci, ancora oggi, preziose indicazioni: gente da “assistere” l’avremo sempre con noi!). Ma, a nostro parere, il successivo tentativo di riduzione medicalistica della sofferenza psichica contribuì, paradossalmente, a deteriorare il primitivo assetto di quegli asili, connotandoli del carattere restrittivo e punitivo che assunsero, dove la gente che vi approdava finiva per diventare definitivamente folle.
Sappiamo come questo processo di medicalizzazione fu avviato da Emil Kraepelin – un gigante nella storia della medicina – il quale elaborò un’opera poderosa sulle malattie mentali cui dette un ordinamento nosografico al quale ancora oggi si fa riferimento. (Basti guardare l’impianto tassonomico del Dsm, imposto al mondo dall’imperialismo scientifico statunitense, per rendersene conto.)
L’intuizione basagliana – e dell’intero movimento contestativo – rispetto allo statuto scientifico della psichiatria, consisté nel denunciare l’errore basilare di Kraepelin il quale non si rese conto che quanto descrisse e classificò non riguardava processi patologici “naturali” ma gli effetti della segregazione dei pazienti dalla comunità umana, cioè da relazioni e scambi comunicativi che costituiscono la trama del nostro reciproco (anche se inevitabilmente conflittuale) riconoscimento e del nostro stesso sussistere come persone.
Solo alla luce di questi rilievi acquista allora il suo peculiare significato lo slogan scandaloso dell’antipsichiatria: la malattia mentale non esiste. Esso mirava a sovvertire la concezione medicalistica delle affezioni psichiche che dovevano riconoscersi come il tragico effetto di spinte espulsive presenti in una società attraversata da contraddizioni così profonde di cui pativano le conseguenze le fasce più deboli, cioè meno garantite, della popolazione.
Proprio in ragione di tali analisi l’antipsichiatria – attaccando l’istituzione asilare e quella medica che la gestiva e quindi i secolari interessi attorno a essa consolidati – non poteva che coinvolgere le forze politiche più vive del Paese se voleva essa stessa salvarsi da reazioni repressive e perseguire risultati concreti senza esaurirsi in proteste velleitarie e sterili.
La strategia politica di Basaglia e dell’antipsichiatria riuscì nell’intento di coinvolgere le forze politiche della sinistra ispirandone l’azione coraggiosa di smantellamento e di rinnovamento dell’assistenza. Una politica sulla quale il saggio realismo della sinistra riuscì a far confluire consistenti forze della maggioranza governativa. Fu tale convergenza a permettere la formulazione e l’approvazione della famosa Legge 180 (che non a caso viene evocata come “Legge Basaglia”). Essa decretò, come sappiamo, la chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici: il raggiungimento di un traguardo da cui non si potrà più recedere e che segnò la fine di un’epoca e l’inizio di un’era di rinnovamento radicale nella gestione dei malati mentali.
Non è questa la sede per un’analisi dettagliata di una così straordinaria vicenda, legata certo al nome di Basaglia e dei suoi collaboratori. Ma non possiamo qui non ricordare anche le équipes operanti a Perugia, Arezzo, Parma, Reggio Emilia, per citare alcune tra le sedi più importanti che si segnalarono per gli apporti creativi e per le riflessioni sulle strategie del movimento che ognuna di esse aveva attivato e che ebbero un peso sempre più significativo ed efficace. Queste diverse esperienze non sempre dialogarono tra loro né si integrarono vicendevolmente. Ma la sostanziale ispirazione di fondo unificò tutti in un significativo movimento che nessuno meglio di Michel Legrand – un sociologo belga che soggiornò a lungo proprio nelle sedi dove il processo di cambiamento era più fervido – ha saputo approfondire e documentare in un volume di grande interesse “La psychiatrie alternative italienne”. (Che nessuno da noi si peritò di tradurre forse perché non si rinvenne un editore disposto a pubblicarlo in italiano.)
Ma il nostro ricordo di Franco Basaglia si ridurrebbe a sola memoria della stagione di destrutturazione delle istituzioni totali e dei primi passi del nuovo corso, se non ci confrontassimo con la situazione che da quell’avvio iniziò a prendere forma. Le note critiche che ci apprestiamo a formulare al riguardo, lungi dall’intaccare il valore dell’impianto ideale di partenza e dei traguardi raggiunti, vorrebbero rappresentare un piccolo contributo a una riflessione più incisiva che possa rimettere in moto il processo.
Non c’è chi non riconosca come lo sviluppo delle premesse poste dal movimento antipsichiatrico abbia incontrato lungo il suo cammino tre ostacoli fondamentali, tre nodi problematici che non si è riusciti a sciogliere appieno. Il primo serio ostacolo fu rappresentato dalle reazioni al cambiamento che si sono via via potenziate per l’attenuarsi dell’impegno politico e per la debolezza e il ritardo delle risposte alle prime inevitabili disfunzioni. L’appoggio politico, essenziale nella fase “destruens” del progetto, non lo fu altrettanto nel sostenere la fase “costruens”, cioè l’avvio della sperimentazione – e dell’eventuale correzione “in itinere” – delle nuove vie di assistenza e di cura. Tale impasse dell’azione politica a noi sembra concatenata – e questo è il secondo nodo – alla carenza dell’elaborazione scientifica da parte degli addetti ai lavori. Fu questo a produrre lo scollamento con la componente politica del movimento che finì per appostarsi su una gestione burocratica del cambiamento assistenziale senza un’adeguata attenzione al problema centrale della cura. Fu proprio il tema della “cura” – e incontriamo così il terzo nodo problematico – che il movimento non fu, nel suo insieme, in grado di assumere e gestire a fronte della pressante richiesta da parte della gente di una presa in carico, non solo assistenziale ma terapeutica, degli ex ricoverati e dei nuovi portatori di sofferenza psichica.
È nostra convinzione che il non essere stati all’altezza del compito abbia favorito il trionfale ritorno della psichiatria biologica che ha segnato la sua rivincita. Dissotterrato l’antico credo del suo fondatore – Wilhelm Griesinger – abbiamo inteso di nuovo affermare che le malattie psichiche sono solo malattie del cervello e, irridendo al radicalismo sociologista dell’antipsichiatria, questi profeti redivivi hanno di fatto reintrodotto la psichiatria nella cittadella medica. Un recupero, dobbiamo aggiungere, favorito dalla contraddizione che il movimento antipsichiatrico non riuscì mai a superare, rappresentata dalla commistione dell’assunto teorico che bollava la medicalizzazione come una subdola contenzione chimica e il contemporaneo ricorso, anche massivo, agli psicofarmaci senza i quali – e tutti noi, segretamente, ne eravamo convinti – lo svuotamento degli ospedali psichiatrici non sarebbe stato possibile.
La debolezza teorica dell’antipsichiatria non le permise di portare la sua battaglia proprio all’interno del terreno epistemologico della psichiatria organicista per dimostrare, a fronte della sua stantia impalcatura positivista, la forza umanistica delle proprie tesi, l’affermazione del valore della persona, il significato fondante della relazione al fine di instaurare quell’alleanza terapeutica con il paziente che, pur nelle condizioni più destrutturate, mantiene possibilità di libertà, responsabilità e cambiamento. Ma una simile prospettiva antropologica richiedeva un’attrezzatura culturale e scientifica che purtroppo il movimento non promosse rimanendo sempre più incastrato in battaglie di retroguardia, in beghe di potere e di carriera, rischiando di far rientrare dalla finestra quell’istituzionale che si credeva di aver cacciato dalla porta.
Eppure c’erano attorno a noi segnali che indicavano la strada per la conquista di una originale identità scientifica della nuova psichiatria. Una strada naturalmente tutta in salita che, per pregiudizi ideologici, ma soprattutto per pigrizia intellettuale e tornaconti personali, i più si son ben guardati dal percorrere.
Già contemporanei ai lavori di Basaglia apparvero gli scritti di Cooper, Goffman, Laing. In Italia non mancarono le voci che indicavano in una psichiatria psicoterapeuticamente orientata il nuovo orizzonte che si apriva dinanzi a noi dopo la destrutturazione del vecchio ordine (ricordiamo qui le iniziative scientifiche ed editoriali di Pierfrancesco Galli sviluppatesi attorno alla rivista “Psicoterapia e Scienze Umane”, gli scritti di De Martis e Petrella, i libri di Brutti e Scotti). Ma più forti furono le resistenze contro le prospettive di quelle indicazioni e oggi sembra che si è fermi su una reintegrazione medicalistica della psichiatria e nella gestione dei pazienti “seri” in piccoli asili di ricovero (di certo di gran lunga più dignitosi degli ospedali psichiatrici che ci siamo lasciati alle spalle, ma non sappiamo quanto destituzionalizzanti e realmente terapeutici).
Franco Basaglia, ne siamo certi, condividerebbe le nostre perplessità e la delusione che peraltro non arriva a spegnere la certezza che i valori essenziali che ispirarono l’antipsichiatria non tarderanno (di necessità) a riproporsi e fruttificare.
Bibliografia
Basaglia F. (a cura di), “L’istituzione negata”, Einaudi, Torino 1968.
Brutti C., Scotti F., “Psichiatria e democrazia”, De Donato, Bari 1976.
Cooper D., “Il linguaggio della follia”, Feltrinelli, Milano 1979.
Goffman E.,(1961), “Asylums” (traduzione di Franco Basaglia), Einaudi, Torino 2003.
Legrand Michel, “La psychiatrie alternative italienne. Entre mythe et réalité”, Privat,
Toulouse 1987.
Legrand Michel, “Introduction” a “Réussir la psychiatrie alternative”, Les éditions Esf,
Paris 1988.
Scotti F., Brutti C., “Quale psichiatria?” , due voll., Borla, Roma 1981.
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