America oggi: il teorema della paura

La cronaca di questi ultimi mesi è nota: Ferguson, Baltimora, New York, North Charleston, Cleveland. La dinamica è sempre la stessa: un poliziotto bianco spara a un nero inerme, talora di spalle, e lo uccide.
Eric Garner (43 anni, New York, 17 luglio 2014), Michael Brown (18 anni, Ferguson, 9 agosto 2014), Tamir Rice (12 anni, Cleveland, 22 novembre 2014), Walter Scott (50 anni, North Charleston, 4 aprile 2015), Freddie Gray (25 anni, Baltimore, 12 aprile 2015).
Varianti: nel caso di Eric Garner, l’arma usata sono le braccia del poliziotto, Daniel Pantaleo, che – l’uomo è già a terra, attorniato da vari agenti – di fatto lo strangola con quella che il codice di polizia definisce una chokehold, una stretta alla gola, e vieta; nel caso di Freddie Gray la morte sopravviene a una settimana di distanza dall’arresto, per le ferite riportate mentre era in custodia della polizia.
La motivazione è un copione logoro, improbabile, smentito da fotografie, videoregistrazioni, testimoni oculari: “Credevo fosse armato. È stata legittima difesa”. E i tribunali americani danno ragione agli assassini: prima di tutto la sicurezza delle forze dell’ordine e delle strade.
Le comunità africane-americane insorgono, spesso riempiendo le vie e le piazze delle loro città in forme pacifiche, talora esplodendo e interpretando alla lettera proprio la sceneggiatura che la società bianca ha cucito addosso a esse. Banditi, isolati, criminalizzati, i neri delinquono, devastano, danno fuoco ai simboli di un paese che non li contempla.
Le autorità locali e nazionali non sanno rispondere a questa estrema invocazione di giustizia se non attraverso la forza: sulle città divise scende, lugubre e terminale, il capestro del coprifuoco, un dispositivo di guerra. Il divieto imposto ai civili di uscire di casa in determinate ore, soprattutto dopo il tramonto, per ragioni di ordine pubblico si rivela un formidabile strumento di disordine, una provocazione che esaspera la tensione invece di placarla. Come il sale su una ferita aperta, brucia e impedisce alla lacerazione di rimarginarsi.
Il 18 giugno scorso, Dylann Storm Roof, ventun anni, bianco, compie da solo una strage che ha come inequivocabile bersaglio la comunità africana-americana. Verso le nove di sera, in una chiesa metodista episcopale di Charleston frequentata da neri, durante la lettura della Bibbia impugna una pistola e si mette a sparare sui fedeli. Carica e scarica cinque volte l’arma, uccidendo nove persone e ferendo, tra gli altri, anche un bambino di pochi mesi. Poi scappa. Sarà catturato di lì a poco e giudicato per un atto considerato folle, il gesto di un lupo solitario. Dylann Storm Roof, scheggia impazzita in un’America sostanzialmente democratica, aperta, inclusiva.
E il suo, in effetti, non è razzismo: è acting out di una visione del mondo tacita e tuttavia sempre più diffusa. Ciò che è precluso al simbolico ritorna nel reale.
“Proviamo rabbia, angoscia e tristezza”, dichiara a caldo il presidente Obama, per questa “ennesima tragedia senza senso (i corsivi sono miei), per di più avvenuta in un luogo sacro. Troppe volte ho dovuto commentare l’uccisione di innocenti perché qualcuno non ha avuto problemi a procurarsi una pistola. In altri paesi avanzati questi fatti non accadono”.
“È una tragedia incomprensibile”, afferma il capo della polizia di Charleston, Gregory Mullen, confermando che il ragazzo ha agito da solo. “È inimmaginabile che qualcuno nella società di oggi entri in una chiesa mentre la gente prega e la uccida”.
“Si tratta di un essere umano terrificante”, sostiene il sindaco di Charleston, Joseph Riley.
Da parte sua, secondo una testimonianza raccolta dalla rete televisiva Nbc, in corso d’opera l’inimmaginabile ragazzo avrebbe gridato: “Voi stuprate le nostre donne e state prendendo il sopravvento nel nostro Paese e dovete sparire”.
Non sono in tanti a pensarlo, anche dalle nostre parti? Che stacco c’è tra pensare, dire e agire? È davvero – come sembra pensare Barack Obama, il primo presidente “nero” degli Stati Uniti – solo questione di accesso alle armi? E se si trattasse di altro?
Toni Morrison, in uno dei saggi raccolti nel volume Giocare al buio, invita a studiare “L’impatto del razzismo su chi lo perpetua”. Non su chi ne è vittima, ma su chi lo pratica, perché il problema sta forse nella deformazione che il soggetto attivo, bianco e per autodefinizione superiore, subisce a forza di vedersi riflesso – e “ingrandito” – negli occhi di donne e uomini scientemente ridotti in stato di minorità, resi meno che umani.
Come agisce, in altre parole, l’ideologia razziale sulla mente, l’immaginazione e il comportamento degli antichi padroni di schiavi e dei loro discendenti? “Da scrittrice/lettrice, sono arrivata a capire ciò che è ovvio”, scrive Morrison, “il soggetto del sogno è il sognatore: la costruzione del personaggio africanista è riflessiva, una straordinaria meditazione del sé; un’esplorazione pacifica delle paure e dei desideri che risiedono nella coscienza di chi scrive. Si tratta di una rivelazione stupefacente di nostalgie, terrori, perplessità, vergogna, magnanimità. Bisogna mettercela tutta per non accorgersene”.
Che, attraverso la raffigurazione allegorica o metafisica, e tuttavia sempre soffocata, della presenza africanista i bianchi americani abbiano scelto di parlare di sé diventa a Morrison sempre più chiaro. “Come si poteva parlare di sé senza avere come referente, al centro del discorso, al centro della definizione, la presenza degli africani e dei loro discendenti? Non era possibile. E non è accaduto. Quel che è successo è che si è tentato di parlarne con un vocabolario che aveva lo scopo di travestire il soggetto. Questo tentativo non sempre ha avuto successo, ma la conseguenza è stata una master narrative che parlava per gli africani e i loro discendenti oppure di loro.”
Paura e desideri. Soprattutto paura. Soprattutto dell’uomo nero, così come lo ha costruito nel tempo l’America bianca: spossessato, schiavo, privato di tutti gli attributi che fanno di un uomo un uomo – libertà, autodeterminazione, capacità e possibilità di assumersi la responsabilità di sé e delle persone amate, facoltà di guadagnarsi da vivere senza delinquere.
Svirilizzato e oggettificato, il corpo maschile nero finisce per coincidere con la propria animalità sessuata e – da lì il passo è breve – in arma impropria. La sua sola presenza è una minaccia. La sua vista allarma, come se fosse sempre fuori posto, fuori dal suo posto. È lì per colpire, ferire, rubare, stuprare. Di fronte a quel corpo che è sinonimo di pericolo la parola d’ordine è “sparare a vista”.
La paternità, sottratta per secoli ai neri americani, ridotti a bestie da soma e a stalloni, diventa appannaggio delle loro donne. La corvée della riproduzione, ma anche il senso di sé che le si accompagna, è tutta in mani femminili. Disancorati, senza casa, senza obblighi e senza diritti, i maschi sono percepiti e si percepiscono come vuoti a perdere e come tali ci si aspetta che agiscano. Coincidente con il colore e il perimetro della sua pelle, il corpo maschile diventa significante di violenza e bestialità, una macchina sessuale insidiosa e ingovernabile, meno e più che uomo.
È questo che vedono i poliziotti, spesso italo-americani o irlandesi-americani, quando un nero gli attraversa la strada? Che siano atterriti dall’immagine di sé che la presenza dei neri risveglia in loro? Una storia popolata di fantasmi.
Potrebbe parere un paradosso che, proprio quando la leadership politica è da oltre sette anni nelle mani di un presidente colored che ha fatto sognare non solo l’America, ma il mondo intero, la situazione dei neri americani sia obiettivamente più catastrofica che mai.
“I dati dicono che un nero su tre passerà del tempo in prigione nel corso della sua vita. La crisi economica ha tolto ai neri il doppio della ricchezza rispetto ai bianchi. Nel 2014 la ricchezza media di una famiglia bianca era di circa 142mila dollari rispetto ai 192mila dollari di prima della crisi. La ricchezza media delle famiglie nere, che era di 19.200 dollari prima della crisi, è crollata a undicimila dollari.” (Lydia Polgreen, From Ferguson to Charleston and Beyond, Anguish About Race Keeps Building, in “The New York Times”, 20 giugno 2015).
E invece il paradosso sta proprio nel non aver capito che, là dove a un nero viene chiesto di fare da copertina a un libro scritto da altri o da facciata a un palazzo di cui non controlla neppure lo scantinato, i giochi di forza contro coloro che più gli somigliano, la sua “tribù”, diventano più agevoli grazie alle garanzie offerte dalla sua presenza nel ruolo di potere tuttora più indiscusso della terra. Non si può spiegare altrimenti la regressione in corso, proprio quando l’elettorato nero aveva deciso di investire sulla democrazia, sulla partecipazione, sulla fiducia nei confronti di rappresentanti liberamente scelti e votati.
Curioso che in questo clima tossico, incastrati tra il business delle guerre giuste che danno lavoro soprattutto alle cosiddette minoranze etniche e una spaventosa crisi economica che continua ad avvitarsi su se stessa, gli Stati Uniti cerchino di rappresentarsi come il paese dei diritti civili cavalcando l’onda tutto sommato indolore e a ben vedere corroborante del matrimonio omosessuale. Una conquista, senza dubbio, ma che deve trovare la forza di farsi esemplare e di impegnare in una catena analogica i tanti gruppi che, senza precise e creative alleanze temporanee, non sapranno da soli uscire dai confini in cui sono stati rinchiusi. Penso ai neri, ma anche alle donne, ai poveri, a chi non crede che sarà la spregiudicatezza di un neoliberismo sfrenato e guerrafondaio a togliere il paese dal buco bianco in cui è precipitato.
E noi, da questa parte dell’Atlantico, faremmo bene a interrogarci sul rapporto che intendiamo intrattenere con i nostri neri, i vicini d’oltremare che anelano a lasciare il proprio paese, resi schiavi non dai negrieri, ma dalla povertà, dalle guerre umanitarie, dal tentativo di scrollarsi di dosso dittature incancrenite e le efferatezze scatenate dal virtuoso, ma non disinteressato interventismo occidentale. E c’è chi si ostina a chiamarli valori.

 

    di Maria Nadotti

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