“Architettura impegnata” alla Biennale

Binyavanga Wainaina, Nairobi, Kenia (Matteo Pericoli)

Binyavanga Wainaina, Nairobi, Kenia (Matteo Pericoli)

 

La quindicesima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia (inaugurata a fine maggio e visitabile fino al prossimo novembre) porta un titolo di sapore marziale, da bollettino di guerra: Reporting from the front. Nello schizzo autografo che l’architetto cileno Alejandro Aravena, direttore di questa edizione, pone come effigie della mostra, vengono individuati ben quattordici “fronti di battaglia” con cui l’architettura si deve confrontare: ineguaglianze, sostenibilità, traffico, rifiuti, crimine, inquinamento, comunità, migrazioni, segregazione, disastri naturali, informalità, periferie, housing, qualità della vita. Questa edizione viene presentata come la Biennale dell’architettura “impegnata”, una mostra di rottura che vuole andare oltre la parata di vedette e griffe internazionali. In realtà la rassegna veneziana ha quasi sempre, in qualche modo, alternato l’architettura di intrattenimento con i temi dell’esplosione delle metropoli, dello spazio pubblico, del “sociale”, eccetera. Perfino il cinico Rem Koohlaas, nella scorsa edizione, aveva diviso in due la mostra, da una parte l’esposizione della personale tassonomia di un’unica archistar – lui stesso – dall’altra una presunta panoramica socio-territoriale dell’Italia contemporanea, superficiale, sconclusionata e supponente oltre ogni limite. Anche le edizioni precedenti ci avevano abituato a una qualche commistione tra star system dell’architettura e “realtà”, dal Leone d’Oro del 2012 assegnato a un’inchiesta su un grattacielo-slum di Caracas, fino alla mostra del 2006 sul destino delle metropoli curata da Richard Burdett. Ma più in generale, nell’ultimo decennio, i temi delle emergenze, delle calamità e delle catastrofi sono andati spesso a incrociarsi e sovrapporsi con quelli tradizionali dell’architettura-spettacolo nelle grandi mostre, nella pubblicistica e nella comunicazione, tanto che i progetti delle archistar per le situazioni emergenziali sono da tempo tra gli argomenti preferiti dei supplementi femminili dei quotidiani.

Proprio rispetto a queste ambiguità tra intrattenimento e impegno, tra mediatizzazione e realtà, la mostra di quest’anno non fa molta chiarezza, né forse ce la si poteva aspettare dal suo direttore Alejandro Aravena, che sembra in buona parte riassumerle nella sua stessa figura. Aravena è un’“archistar impegnata”: quarantottenne superfotogenico dai capelli sempre perfettamente spettinati, è arrivato alla notorietà internazionale progettando nel suo paese una vasta quantità di complessi di abitazioni popolari e cooperative di notevole interesse, realizzati con metodi partecipativi secondo uno schema incrementale che permette agli abitanti di ampliare da sé i propri alloggi. La sigla Elemental, che definisce sia questa serie di realizzazioni sia lo studio professionale di Aravena, è un progetto sostenuto dalla Pontificia Università Cattolica e da una multinazionale petrolifera cilena. Aravena ha anche fatto parte a lungo della giuria del premio Pritzker (una sorta di Nobel dell’architettura), uscendone giusto quest’anno per ricevere egli stesso il premio.

Il carattere in qualche modo “militante” che Aravena vuole attribuire alla sua mostra sembra risiedere nella drammatizzazione del titolo e delle suggestioni introduttive più che nei suoi contenuti reali. Per esempio, il tema di un concreto e diretto cortocircuito tra l’esposizione e la realtà esterna, della possibile utilizzazione della enorme quantità di materiali, risorse e progetti tradizionalmente mobilitati per la sola breve durata della mostra stessa e poi destinati alle discariche, viene solo sfiorato un po’ furbescamente nella prima sala dell’Arsenale, allestita con pezzi di cartongesso e profili di alluminio riciclati dalla Biennale Arte dell’anno scorso, e subito abbandonato per tutto il resto del suo chilometrico svolgimento. Così, la possibilità di porre la questione del ciclo di vita delle risorse in modo drastico e concreto all’interno dello stesso dispositivo dell’allestimento, che poteva scardinare la routine espositiva e attivare relazioni con la realtà esterna, non è stato preso sul serio ed è stato tentato volontaristicamente solo da quei due o tre gruppi sui centoventi invitati che hanno provato a immaginare un destino utile nel dopo-mostra, per associazioni di Venezia o Marghera, delle proprie realizzazioni.

Ma è solo una tra le molte questioni cruciali che la mostra sfiora in modo superficiale, senza svilupparle e approfondirle fino al loro nucleo problematico. Ciò che in generale si avverte, è la genericità e vaghezza dell’idea di “sociale” che sta alla base della mostra, una cruna di ago così ampia da lasciar passare al suo interno progetti di grande interesse assieme a cialtronerie furbesche, sperimentazioni necessarie e autentiche baggianate. Così, se da un lato si conferma la serietà delle ricerche di Atelier Bow Wow, Amateur Studio (per limitarsi ai progettisti più noti) e di tanti altri presenti in mostra che sanno tenersi a distanza di sicurezza dalle derive più retoriche, dall’altro il bollino di “architetto impegnato” fa da lasciapassare per i vari Foster, Piano, Rogers, che invece vi sguazzano, delle cui industrie professionali viene qui mostrato il lato “buono” e dedito alla beneficenza.

Ciò che forse più manca nell’impostazione della mostra sembra la coscienza di mezzo secolo di critica dello sviluppo, quella critica che ci ha insegnato a diffidare di ogni richiamo troppo generico e salvifico alla modernizzazione, all’infrastrutturazione, alla moltiplicazione delle attrezzature, a tentare di distinguere dove ce ne sono troppo poche e dove invece decisamente troppe. Lo schema che invece sostiene questa Biennale è ancora legato a un’idea indiscriminatamente positiva e vagamente trionfalistica dello sviluppo, in cui ogni nuova dotazione, infrastruttura, viadotto, museo, aeroporto per droni (è il progetto qui offerto da Sir Norman Foster) è veicolo di progresso, ed è a fin di bene. Va comunque riconosciuto ad Aravena il fatto che, all’interno della sua selezione molto larga e troppo ecumenica, una componente non trascurabile di ricerche e progetti sembrano saper oltrepassare attraverso l’intelligenza e il discernimento i limiti strutturali della mostra stessa, i suoi equivoci e la sua retorica.

All’esterno della sezione centrale, decisamente deludente il Padiglione Italiano, intitolato Taking care, progettare per il bene comune e curato da TAMassociati, in cui una vecchia retorica buonista di stampo veltroniano combinata con quella nuova dei “beni comuni” si dispiega in modo tanto solenne quanto sproporzionato alla convenzionalità dei contenuti. Una delle partecipazioni nazionali più interessanti è certamente il Padiglione Tedesco, curato dal direttore dell’Architekturmuseum di Francoforte Peter Cachola Schmal, intitolato Making Heimat: Germany, arrival country e dedicato al tema dell’accoglienza della grande ondata di profughi seguita alla politica di apertura delle frontiere decisa dalla Merkel, al suo impatto sulle città, alle trasformazioni prodottesi e alle strategie intraprese. Qui l’attenzione è rivolta sia alle dinamiche dello spazio quotidiano sia alle risposte istituzionali, e l’allestimento è chiaro e asciutto nel mettere a fuoco, senza semplificazioni e sconti consolatori, alcuni punti fermi minimi e giusti di una città accogliente.

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