Bene e male. Su ciò che resta

 

 

Mara Cerri

Mara Cerri

 

Una pagina dei taccuini di Chiaromonte contiene una straordinaria meditazione su che cosa rimane di una vita. Non che cosa abbiamo o non abbiamo avuto è, per lui, il problema essenziale – la domanda vera è, piuttosto, “che cosa rimane?”, “che cosa rimane del seguito di giorni e d’anni vissuto come si poteva, e cioè secondo una necessità di cui neppure ora riusciamo a decifrare la legge, ma insieme come capitava, e cioè a caso”? La risposta è che rimane, se rimane, “quello che si è, quello che si era: il ricordo d’essere stati ‘belli’, direbbe Plotino, e la capacità di mantenerlo tuttora vivo. Rimane l’amore, se lo si è provato, l’entusiasmo per le azioni nobili, per le tracce di nobiltà e di pregio che si incontrano nelle scorie della vita. Rimane, se rimane, la capacità di mantenere che ciò che è bene è bene, ciò che è male è male e non si può fare che sia diversamente. Rimane quello che era, quello che merita di continuare e durare, ciò che sta”.
La risposta sembra così chiara e senza riserve che le parole che concludono la breve meditazione passano inosservate: “E di noi, di quell’Ego da cui non potremo mai strapparci né mai abiurarlo, non rimane nulla”. E, tuttavia, io credo che solo queste ultime, sommesse parole diano senso alla risposta che le precede. Il bene – anche se Chiaromonte insiste sul suo “stare” e “durare” – non è una sostanza senza rapporto col nostro testimoniare di essa – piuttosto solo quel “di noi non rimane nulla” garantisce che qualcosa di bene rimanga. Il bene è in qualche modo indiscernibile dal nostro annullarci in lui, esso vive solo del sigillo e dell’arabesco che vi segna il nostro scomparire. Per questo non possiamo strapparci da noi  né abiurarci. Chi è “io”, chi siamo “noi”? Soltanto questo dileguare, questo trattenere il fiato in qualcosa di più alto, che trae, però, vita e ispirazione solo da quel nostro  fiato sospeso. E nulla è più  parlante e inconfondibilemente singolare di quel tacito dileguare, nulla più commovente di quell’avventuroso sparire.
Ogni vita corre sempre su due livelli: uno che sembra governato dalla necessità, anche se, come scrive Chiaromonte, non riusciamo a decifrarne la legge, e un altro abbandonato al caso e alla contingenza. è vano fingere che fra essi vi sia un’arcana, demonica armonia (questa è l’ipocrita pretesa che non ho mai potuto accettare in Goethe) e, tuttavia, nel punto in cui riusciamo a guardarci senza ribrezzo, i due livelli, pur incomunicanti, non si escludono né contrastano, ma si danno una sorta di reciproca, serena ospitalità. Solo per questo il tessuto sottile della nostra vita può scivolarci via quasi impercettibilmente tra le mani, mentre i fatti e gli eventi – cioè gli errori – che l’ordiscono attirano tutta la nostra attenzione e tutte le nostre inutili cure. Al poeta sufi Al-Hallaj, una leggenda araba attribuisce questa spiegazione del pianto di Iblis (l’angelo caduto dell’Islam):”Iblis piange il mondo perché vorrebbe farlo sopravvivere alla distruzione, piange le cose che passano e vorrebbe riportarle in vita, perché non sa che quel che resta è di Dio (lilah al-baqi)”. O non si dovrebbe dire, piuttosto, che ciò che rimane è indissolubilmente legato a ciò che abbiamo perduto, che, cioè, per parafrasare il detto di Al-Hallaj, “ciò che si perde è di Dio”?

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