Cinema italiano: la stessa pappa

M.A. Valdivia

M.A. Valdivia

 

Ma esiste ancora un cinema italiano, un cinema che abbia una qualche identità e coerenza e coesione? Certo, la burocrazia spinge per il sì. Ogni anno il Ministero dello spettacolo ci offre le sue statistiche e per il 2015 risulterebbero prodotti ben 185 lungometraggi italiani, anche se una quarantina non avrebbero fatto la denuncia di inizio lavorazione alla Direzione generale del cinema: in soldoni, si sarebbe trattato di opere più o meno dilettantesche e amatoriali che non rientrano nei parametri ufficiali e relativi contributi o riconoscimenti vari. Restano comunque 135 film “prodotti al 100% con capitali italiani o in coproduzione maggioritaria o paritaria”, il che è comunque un bel numero. E di questi, ben 29 – sono sempre dati ufficiali – superavano i tre milioni e mezzo di costi di produzione; anzi, a far la media tra tutti i componenti di questa top class, il costo medio di quei 29 film sarebbe intorno ai 5 milioni e 750 mila euro. Ognuno. Il problema è che se poi si guardano le classifiche degli incassi, ci si accorge che nel 2015, l’ultimo anno di cui si hanno dati certi, solo cinque di quei 29 film hanno incassato più del costo medio di produzione. E se invece degli euro contiamo il numero di biglietti venduti, solo tre – diconsi tre – superano il milione di spettatori. Tanto per fare i nomi, si tratta di Si accettano miracoli (2.353.256 spettatori), Natale col boss (1.121.294) e Vacanze ai Caraibi (1.085.099). Praticamente tre “cinepanettoni”.
Rispondere alla domanda iniziale risulta allora ancora più complicato, anche a voler affrontare l’argomento come un “problema da risolvere” e non solo un tema da svolgere. Un cinema nazionale prevedrebbe un pubblico nazionale, una cultura nazionale, un’ambizione nazionale, tutte cose che in Italia sembrano se non sparite almeno introvabili. Non esiste una lingua comune con cui declinare argomenti diversi, così come non esiste un orizzonte condiviso verso cui tendere (parliamo del minimo: un’idea di cinema che abbia almeno l’orgoglio della propria specificità stilistica, un’ipotesi di pubblico non solo beceramente schiavo di barzellette e smorfie, un’ambizione d’autore che voglia andare oltre i limiti della propria autogratificazione). Esiste piuttosto un unico, addormentato pantano di giustificazioni e scuse dove ognuno è pronto a gettare sugli altri le responsabilità di questo fallimento collettivo: è colpa della produzione che non ci crede, della distribuzione che boicotta, degli esercenti che smontano, della critica che non capisce, come un bambino scoperto a dire una bugia che cerca di inventarsi mille giustificazioni e trovare cento altri corresponsabili. Perché che il cinema italiano sia in una situazione di gravissima crisi, nonostante gli occasionali squilli di vittoria, mi sembra affermazione che non teme smentita alcuna: negli ultimi dieci anni, dal 2006 al 2015, le presenze al cinema sono state capaci di superare (di poco) il “muro” dei 100 milioni solo tre volte (nel 2007, 2010 e 2011, sempre per merito della forza attrattiva del cinema hollywoodiano) finendo poi tragicamente al di sotto di una linea che è la metà – esatto: la metà – di quanto fa registrare il cinema in Francia (che pure ha press’a poco i nostri stessi abitanti) e comunque meno di Spagna, Germania o Gran Bretagna. E nemmeno nel 2016 le cose andranno meglio perché nonostante gli exploit (di presenze e incassi s’intende) di Quo Vado? e di Perfetti sconosciuti, il resto dell’anno è tornato a brillare per i suoi scarsi risultati al box office. E tacciamo sul piano della qualità… Il bello, o l’assurdo, è che nonostante questa situazione preagonica, tutti si intestardiscono a offrire sempre il medesimo prodotto, incapaci di imparare quello che la televisione, persino quella italiana, ha finito per capire sulla propria pelle, e cioè che il pubblico vuole variare il menù, stanco di trovarsi davanti sempre le stesse facce e le stesse storie. Al cinema invece, la produzione mainstream sembra incapace di rinnovarsi e ripete all’infinito lo stesso canovaccio, quello di una commedia di costume che non ha più niente del “costume” ma nemmeno della commedia, per rifugiarsi nella riproposizione delle prevedibili macchiette e delle scontate battute che dovrebbero identificare questo o quel protagonista. Se il genere è quell’artificio narrativo che permette al pubblico di scegliere in anticipo lo spettacolo che predilige, l’intestardirsi continuo sulla commedia ha finito per rovesciare il meccanismo e condizionare la disponibilità dello spettatore, come a ingessare le sue papille “cerebrali”: solo un gusto, sempre quello, sempre più diluito e slavato. Finendo per arrivare alla riproposizione meccanica di ruoli e facce: sempre le stesse, sempre più bolse e stanche, gommose e appiccicose, sempre più invadenti e sempre più intercambiabili, senza nessuna distinzione tra cinema e televisione, dove l’effetto trascinamento (se faccio ridere in tv, lo faccio anche al cinema) diventa invece un effetto saturazione.
Per questo, appena arriva un film che non cerca di assomigliare a una commedia, si finisce per essere a priori contenti e di manica larga. Sembra finalmente di aver intravisto un piccolo raggio di sole, l’inizio di una possibile rinascita. E pazienza se poi le speranze sono destinate a naufragare, se narcisismo e velleità soffocano i (buoni) propositi: non si può vivere senza speranze e così finiamo ogni volta per abbassare l’asticella del rigore e dispensare sorrisi e complimenti in quantità superiore al necessario e al giusto.
Resterebbe l’indignazione, il rigore minoritario, ma anche di quello si finisce per dubitare perché troppo debitore di un mondo diviso tra i buoni e i cattivi dove però le linee di confine finiscono per variare a secondo delle convenienze e delle alleanze (a cominciare da un’idea di cinema dove non sempre il rigore finisce per andare d’accordo con il bisogno di confrontarsi con il mondo che ci circonda ma aderisce piuttosto alle proprie sterili ambizioni d’autore). Per questo penso che un cinema italiano possibile passi attraverso quei registi e quei film che si sforzano di gettare un ponte tra il proprio mondo poetico e quello – spesso molto più prosaico – dello spettatore. Che vogliano instaurare un dialogo e non solo leggere un proclama o fare un comizio, pur nell’assoluto rispetto dei propri percorsi espressivi. Per questo non penso che basti fare un “documentario” per essere riusciti a entrare in rapporto con il mondo reale né che sia sufficiente evitare le trappole del “mercato” per appiccicarsi una medaglietta al petto. Troppo spesso queste due strade, che si congiungono in un’autoassoluzione che sa molto di gratificazione, trovano il loro collante nel rifiuto tout court dell’esistente, senza però trovare un sincero rigore morale a sostenerle e tantomeno uno sbocco alternativo credibile e percorribile. A Carmelo Bene si perdona tutto (anche perché a ben guardare non ha niente da farsi perdonare) ma se non si è un genio come lui, qualche paletto bisogna metterselo. E per esempio fare qualche riflessione sul senso e sul ruolo del cinema qui e oggi.
Terminato il tempo in cui i film funzionavano da filtro e catalizzatore insieme per la cultura dello spettatore, capaci di sintetizzare in due ore di spettacolo un’idea e un approccio del mondo, mi sembra che – sommariamente e sbrigativamente – restino due strade oggi percorribili: quella di chi si impegna per ritrovare (ancora) una funzione “pedagogica” nella forza delle immagini e delle storie che possono raccontare, ricollegandosi magari a strade percorse maggiormente in passato, e tenti di fare del cinema uno “strumento” di scavo e di analisi e quella di chi, sorretto da una forte e innovativa scelta di stile, cerca di individuare nuovi percorsi di comunicazione e di riflessione, capaci di affrontare terreni magari ancora inesplorati. Se penso alla prima categoria mi vengono in mente i nomi di Alice Rohrwacher, Gianfranco Rosi, Gianluca e Massimiliano De Serio, Francesco Munzi, Leonardo Di Costanzo, Claudio Giovannesi (sperando che mantenga le promesse) ma anche dell’ultimo Martone (quello del Risorgimento e di Leopardi), di certo Garrone, di certo Costanzo, di certo Bellocchio, di certo Amelio, del Moretti che con Mia madre ha aperto (spero) nuove prospettive, di certo Virzì (cui andrebbero aggiunti anche i nomi di alcuni attori e attrici, che a volte danno l’impressione di essere migliori dei registi che li dirigono: Valerio Mastandrea, Elio Germano, Alba Rohrwacher); se penso alla seconda vedo Pietro Marcello, Michelangelo Frammartino, Roberto Minervini, Franco Maresco, a volte Alina Marazzi, a volte Massimo D’Anolfi e Martina Parenti (quelli del Castello, non del compiaciuto Spira Mirabilis). Non molti nomi, e ancor meno volti nuovi. Il che ci riporta sconsolatamente alla domanda di partenza…

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