Cronache da un mondo sommerso

Luca Di Sciullo

Luca Di Sciullo

 

Nel 1997 il Premio Nobel Svetlana Aleksievic dà alle stampe The Chernobyl Prayer: Chronicle of the Future, un amoroso, monumentale oratorio sul ‘dopo-disastro’ e sul ‘popolo di Chernobyl’, vale a dire tutti noi, un’umanità scampata alla morte ma non alla mutazione irreversibile del senso del tempo e della percezione del proprio corpo e dell’universo fisico nel suo complesso. Il libro viene pubblicato in italiano dalla casa editrice e/o nel 2002 con il titolo Preghiera per Cernobyl’. A trent’anni esatti dal più grave incidente mai verificatosi in una centrale nucleare, riproponiamo il testo di Cronache da un mondo sommerso, la lezione di giornalismo che Svetlana Aleksievic tenne il 6 aprile 2001 nell’ambito del seminario “La fabbrica della dis/informazione”, organizzato insieme al Gcv (Gruppo Volontari Civili) di Bologna, già apparso su “Lo straniero” n. 17 (settembre 2001).

Cos’è il mestiere di giornalista? Quando si crede di saperlo, è il momento di cambiare strada. E, nel farlo, si è sempre soli. E allora iniziamo proprio da qui. Parliamo della strada che abbiamo davanti.

Tolstoj, in età matura, scrive di avere una precisa memoria di sé da bambino. Io ricordo me stessa da adolescente. Ho ancora adesso quello stesso senso di mistero e di segreto. Penso che la cosa più difficile sia non stancarsi di questa nostra professione e non diventare cinici nel praticarla, conservare la capacità di sorprendersi dei fatti e delle persone di cui si scrive.

La cosa principale che ho capito nei cinque anni di università è che a scrivere si impara da soli, che nessuno te lo può insegnare. All’inizio cercavo di esprimermi attraverso poesie e racconti, ma senza riuscire a dire tutto ciò che avevo dentro.

Sono nata in un piccolo paese delle Bielorussia. I miei genitori erano gli insegnanti del villaggio. Già da bambina prestavo molta attenzione alle voci di chi mi stava attorno, perché un villaggio è un mondo. Benché la letteratura russa sia grandissima, nella viva voce della gente semplice ho sempre trovato più grandezza che nei grandi libri.

Finita l’università, un giorno in treno ascoltando il racconto di una persona incontrata per caso ho cominciato a chiedermi perché quella donna semplice che parlava di guerra con parole semplici riuscisse a interessarmi più dei libri. Spesso i libri di guerra parlano solo dei grandi avvenimenti, raccontando chi ha vinto e in quale modo. Non c’è molta attenzione per l’esistenza degli uomini e delle donne in carne e ossa.

Io appartengo alla generazione nata dopo la guerra. Mi interessano altre cose. Mi interessa come una persona può continuare a essere in pace con se stessa pur avendo ucciso un’altra persona. La risposta a questo tipo di domanda non ero riuscita a trovarla in nessun libro. Bene, la donna del treno me la diede. Le chiesi, “Qual è la cosa più paurosa della guerra?”. Lei, un’infermiera di guerra, mi rispose, “La cosa più paurosa è che, appena finito l’attacco, io dovevo passare tra i caduti e vedere se erano solo feriti o morti. Camminavo in mezzo ai caduti. Avevo diciotto anni e intorno a me trovavo ragazzi della mia stessa età che erano lì morti, sparsi come patate nel campo. Mi dispiaceva sia per i tedeschi sia per i russi. Ricordo un’immagine: un tedesco molto bello, in un campo di grano, che guarda il cielo”.

La donna aveva visto l’uomo, non il nemico. Non aveva letto né Dostoevskij né Tolstoj, eppure aveva capito di essere davanti a una tragedia.

Ho capito che se riuscivo a raccogliere centinaia di voci come la sua, il libro c’era, perché tutti avevano una storia da raccontare. Chi una pagina, chi dieci, chi cento. Ed era un testo che ancora non esisteva nell’archivio dell’umanità, anche se la letteratura russa ha nella sua tradizione il libro costruito attraverso la raccolta di voci diverse.

Quando ho scoperto quest’approccio, mi sono accorta che non ero più interessata a lavorare per un giornale. Eravamo ancora sotto il regime sovietico e ciò che era interessante per me non lo era per i giornali. Il mio The War’s Unwomanly Face (La guerra non ha una faccia di donna) è nato così. In Russia la letteratura sulla guerra aveva un grande prestigio, ma era una letteratura sulla guerra scritta dagli uomini. Mi sono chiesta perché, quando erano gli uomini a parlare di guerra, a me spariva ogni interesse, mentre quando lo facevano le donne ero tutta orecchi, perché tutto acquistava colore, odore, espressione. La guerra raccontata dalle donne era piena di dettagli. Non c’erano più solo gli eventi, ma il mondo intero.

Una volta sono andata a casa di una coppia che aveva preso parte alla guerra. L’uomo mi fa vedere una cartina, mi fornisce una serie di cifre, si lancia in spiegazioni tattiche. La donna, che nel frattempo ci aveva servito il tè e dei dolci e sembrava non avesse il permesso di aprire bocca, finalmente – stanco l’uomo di parlare – mi dice: “Sai che, dopo la guerra, per vent’anni non sono riuscita più a andare nei negozi di alimentari, soprattutto nelle macellerie. La carne di pollo mi ricordava la carne umana che avevo visto durante la guerra. E non riuscivo più a indossare vestiti rossi. La mia pelle con il rosso si irritava, si copriva di eczemi. Ho visto tanto di quel sangue durante la guerra che il mio corpo non accettava più quel colore”. Scrissi il mio libro. E se adesso ne parlo tanto è perché ci tengo a dire che, prima di imparare a scrivere bene, bisogna trovare se stessi. Ciò che definisce il grande scrittore non è soltanto la sua capacità di scrittura. Questo è solo il primo gradino di una scala in salita. Il grande scrittore è una totalità, un mondo, un modo di pensare. Lo stile è solo il risultato di un modo di pensare.

Prendiamo il mio The Chernobyl Prayer. Di solito per scrivere un libro mi occorrono dai tre ai cinque anni e trecento/quattrocento conversazioni con persone diverse. Non è facile, perché devo trovare persone in grado di pensare e di ricordare la propria vita. I più, infatti, vivono a livello di bio-energia. Solo una grande sofferenza porta a pensare al senso della vita.

Fino a oggi ho scritto cinque libri, ciascuno a tema su un evento epico: la guerra, la fine dell’utopia, Chernobyl. Dopo l’esplosione del reattore nucleare io ho girato molto in quella zona. In sei mesi avrei potuto sicuramente scrivere un libro. Ma un libro di quel tipo lo avrebbero potuto fare in tanti. Sarebbe bastato chiedersi chi erano stati i responsabili di quella catastrofe, chi ne portava la colpa, o raccogliere un po’ di cifre: quanto cemento era stato usato, ecc…. Per me questo tipo di informazione non era sufficiente, perché fin dal primo giorno Chernobyl mi si è presentata come un mistero, un segreto. Davvero tutto ciò che sappiamo non spiega un evento come questo.

Per esempio, uno arriva in questa zona radioattivamente avvelenata e non vede né sente niente di speciale. Eppure non può toccare nulla, sedersi, bere, mangiare. Ciò che gli si presenta è un mondo nuovo e diverso. Un mondo stregato, sotto incantesimo. Se prova a parlarne con un medico o con i militari, nessuno gli saprà dare spiegazioni.

Ricordo che, insieme ai militari, siamo entrati in un villaggio da cui bisognava evacuare la popolazione. In Bielorussia, a seguito dell’incidente di Chernobyl, i villaggi evacuati sono stati cinquecento. Mi trovavo vicino al capo dell’operazione: i soldati corrono verso di noi e ci dicono che tutti sono già in macchina pronti a partire, tranne una donna che non vuole muoversi. Andiamo da lei: è vecchia, si è inginocchiata davanti alla sua casa e tiene accanto a sé un’icona. Mi vede – sono l’unica donna – e mi dice: “Figlia mia, io ho vissuto la guerra e guarda adesso, c’è il sole, ci sono alberi carichi di mele, le cipolle nel campo sono cresciute”. Si guarda intorno, mostra altre cose, “l’uccello sta volando e oggi ho visto persino un topolino. Allora perché devo andare via? Questa non è una guerra”.

Difficile rispondere alla sua domanda. Chernobyl ci ha buttati in un mondo nuovo. La guerra c’è, ma è di tipo nuovo. Questa è la faccia della guerra e della paura future. Quando sono tornata a casa, ho deciso di scrivere sulla nuova conoscenza che ci ha dato Chernobyl.

Raccogliere solo i fatti non crea un libro. Potete parlare con mille persone, ma non ha senso. Per sentire cose nuove, bisogna chiedere in modo nuovo. E, per farlo, bisogna crearsi un proprio modo di vedere e pensare le cose. E solo quando avete le vostre idee sulla cose potete ricavare un qualche senso dal mazzo dei fatti. Perché a questo punto avete un centro che attiva questo senso. È in questo momento che cominciate a sentire la novità delle voci che ascoltate e subito dopo cominciate a sentire la musica del libro, perché un libro buono e un libro cattivo differiscono proprio per il suono.

Il libro futuro lo ho immaginato allora, ascoltando i racconti di chi si era trovato a vivere la catastrofe. Una donna, la moglie di uno dei pompieri che – chiamati a domare l’incendio del reattore nucleare (“se non fermavano il fuoco, l’Europa intera sarebbe perita”) – si trova esposto a radiazioni mille volte superiori alla soglia di tollerabilità, mi racconta ciò che le dice il medico che ha in cura il marito. “Vedrai lo stesso uomo, ma non potrai toccarlo. Non è più il tuo amore, è un oggetto che deve essere disattivato”. Non è difficile capire che un testo di questo genere alza la temperatura del tuo intero lavoro. Parole come queste non consentono che nel libro ci siano falsità.

È con questi piccoli frammenti che creo il mio grande collage, un romanzo delle voci. E, lì fuori, ci sono centinaia di romanzi di questo tipo che aspettano di essere scritti. Ma per riuscire a scriverli bisogna che queste voci coincidano con qualcosa che è dentro di noi, nella nostra anima. Che i miei libri siano pubblicati in tanti paesi dipende dal fatto che sto parlando di utopia, non di eventi, ma di sentimenti. Cosa sentiva, cosa sognava, come uccideva e come era ucciso, come amava, cosa diceva ai suoi bambini quella tal persona? Come si svolge la vita attorno all’idea dell’utopia? Il XX secolo è probabilmente il secolo della fine delle idee, delle idee che hanno più valore della vita umana. Quando scrivo i miei libri vedo l’essere umano su due piani: l’essere sociale, vale a dire l’individuo del suo tempo (è la sfera del giornalismo puro), e poi la persona nuda sulla nuda terra (e qui, nell’interrogarsi sulla natura umana, inizia la letteratura).

Che cosa dipende da ognuno di noi? Quante scelte abbiamo? Ogni giorno dobbiamo scegliere tra il bene e il male. E quanta umanità c’è nell’essere umano? Perché si tratta di bilanciare di continuo l’umano e l’animale che abbiamo dentro di noi. Cercando l’essere umano dentro di noi, scriviamo per trovare il senso della vita. Tutta la nostra vita è ricerca di questo senso.

Senza documenti oggi è impossibile avere un’immagine piena della vita e per questo molti scrittori cercano di lavorare creando una letteratura della realtà, senza tentare di purificare certi momenti della vita ripulendoli del sangue.

Che cos’è un documento nell’arte? In senso puro il documento non esiste. Il racconto personale è una versione del documento. Prendiamo l’evento guerra: un pilota ne parlerà in un modo, l’infermiera in un altro, il generale in un altro ancora. Le versioni sono tante. Per questo è importante che un libro le raccolga tutte. Tante voci che si accavallano, si inseguono, si interrompono e si aggiungono le une alle altre, accumulandosi. In questo senso è importante avere eroi di età diverse, perché la memoria è fragile e vecchi e giovani ricordano in modo diverso.

Ogni singola versione può discordare dalle altre. Il nostro interlocutore era felice quando raccontava, oppure no? Ha raccontato a caldo o a distanza di dieci anni? Cosa ha letto, nella sua vita? Come ha vissuto? Il mondo è pieno di colore, misteri e segreti. Il testo del mondo è davvero infinito e ognuno di noi può raccontarlo almeno in parte, con meraviglia e stupore.

 

Ed ecco alcune delle risposte date da Svetlana Alexievic agli studenti che hanno seguito la sua lezione:

Da trent’anni a questa parte scrivo la storia delle persone concrete in un paese concreto. L’utopia socialista, così simile a un organismo umano, non ha creato solo sangue e cimiteri. Ciò è avvenuto solo alla fine. All’inizio l’idea era giovane e romantica, ma non si può dire che tutto è degenerato perché al potere sono arrivati dei banditi. Anche l’idea utopica invecchia e muore.

Da parte mia ho cercato di costruire un protocollo dei sentimenti. Adesso sto scrivendo un libro sull’amore, poi ne scriverò un altro sulla morte. Sto cercando di redigere un’enciclopedia dei sentimenti e della vita.

Il sentimento del tempo nell’Urss comunista e nella Russia di oggi? Beh, fino a un certo punto la nostra visione del tempo è stata lineare, teleologica, proiettata verso il futuro.

Il problema del tempo oggi è per me del massimo interesse, soprattutto dopo Chernobyl. Chernobyl ha azzerato ogni nostra esperienza precedente. Parole come ‘nostro’, ‘straniero’, ‘vicino’, ‘lontano’ hanno perso ogni senso. La nuvola di Chernobyl ci avrebbe messo meno di due giorni a coprire l’Africa o la Cina. Si tratta di un’esperienza del tutto diversa da quella della guerra. Da Chernobyl non si sfugge. Chernobyl ha significato un’evacuazione di massa delle persone e l’abbattimento degli animali. Riuscite a immaginare cosa significhi separarsi dagli animali? L’Ucraina è piena di cimiteri dove sono stati sepolti gli animali che siamo stati costretti a uccidere. Chernobyl ha toccato tutto, è stata un’esperienza di sterminio totale: contro gli animali, gli alberi, la vita stessa.

Chernobyl ha distrutto la dimensione temporale, perché ha tolto a tutti noi il senso di un futuro possibile e ha aperto la strada verso l’autosterminio. In questo senso non si può dire che l’esperienza di Chernobyl riguarda solo i russi. È chiaro che il nostro mondo è piccolo. La tecnologia ci ha buttati in un mondo nuovo e noi non sappiamo più dove siamo. Il problema del tempo oggi pone questioni a cui non siamo in grado di rispondere.

In che rapporto entro con le persone che intervisto? Non è affatto semplice, perché ciò che cerco di fare è aprirne la sfera più intima e segreta. Ognuno di noi protegge meglio che può il mondo dei sentimenti privati. Io dunque mi presento come una persona qualsiasi, non come una scrittrice. Cerco di essere totalmente sincera quando loro mi chiedono qualcosa. Non è facile, perché sono una figura pubblica. Se voglio sincerità devo, però, anche offrirne. Vi faccio un esempio: mentre lavoravo al libro su Chernobyl, mi è successo spesso di essere invitata a pranzo da qualche famiglia. Ho sempre accettato, anche se sapevo che era pericoloso. Non puoi ascoltare il racconto della sofferenza di una persona e poi rifiutarne il cibo. C’è un prezzo da pagare.

Ho molto pianto, mentre lavoravo ai miei libri. E ho avuto paura. E, sì, mi sono molto identificata con le persone con cui parlavo, soprattutto con le donne. Vado sempre in giro con un piccolo registratore e poi trascrivo personalmente, parola per parola, tutto ciò che raccolgo. Una volta che ho scritto i miei testi, li invio ai miei intervistati. Considero indispensabile persuaderli della necessità di raccontare con sincerità la loro storia. Ma altrettanto indispensabile è che si riconoscano poi nella mia voce che prova a restituire la loro, raddoppiando l’atto di testimonianza.

Le parole possono cambiare il mondo? Non lo so. Sono così fragili e poi hanno creato anche tante delusioni.  Se sono mossa da un principio etico? Sì, se per etica si intende lo sforzo di cercare il senso delle cose.

La mia motivazione profonda? Mi interessa l’essere umano, la persona. Penso che tutto, l’erba gli alberi, sia magico e soprattutto bisogna continuare a chiedersi ‘perché’.

Sono cresciuta nella tradizione della letteratura russa. Il senso di questa cultura è di raccogliere l’energia delle cose buone. Come scrittrice vedo il mondo attraverso i dettagli della vita. Un esempio: in Afghanistan, durante la guerra, sono stata portata a visitare una mostra di armi confiscate. Appena entrata, sono stata colpita dalla bellezza di quegli strumenti di morte. Ho pensato: quanta energia umana, tempo, pensiero per costruire queste armi. Il generale che mi accompagnava, indicandomi un ordigno, mi ha detto: se metti piede su questo giocattolo, di te non rimarrà che un po’ di carne da raccogliere con il cucchiaino. Per paura di turbarmi, si è rifiutato di mostrarmi le immagini fotografiche di quanto mi stava illustrando. Io ho insistito, perché quando cerco la verità vado sempre fino in fondo. È nella nostra tradizione. Non mi importa se ne rimarrò traumatizzata. Ed è il mio modo di scrivere: in ogni mio racconto io muoio, per diventare tutto. Il fatto che la gente non voglia conoscere la verità può determinare il destino di un libro. Ma alla fine uno deve fare il suo mestiere e ci sarà sempre qualcuno che ti ascolterà.

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