Cultura: una deriva debordante

G. Scarabottolo

G. Scarabottolo

 

La sensazione è che tutto sia diventato cultura.
Il mito della valorizzazione del patrimonio culturale, in Italia, e la sua “torsione” in termini produttivi ed economici sembra abbia fatto breccia. In tempi di magra (domanda calante, deflazione, ridimensionamento delle imprese, ristrutturazione del settore industriale e manifatturiero) si è cercato di raschiare il fondo del barile alla ricerca spasmodica di spazi da mettere a valore e di ottenere un ritorno economico da tutti i patrimoni inerti di cui disponiamo.
La crisi ha, fra le altre cose, fatto scoppiare la “bolla” del lavoro intellettuale che in Italia non trova spazio in un sistema di impresa che non sa che farsene di laureati e a cui il sistema pubblico – nel passato primo datore di lavoro di questa categoria – ha sbarrato le porte essendo costretto per mala gestione a blocchi di turn over e a riduzioni della spesa.
Tuttavia, anche in tempi di crisi, il “mercato culturale” ha retto, tant’è che secondo quanto riportano la Fondazione Symbola e Unioncamere, il Sistema Produttivo Culturale e Creativo oggi in Italia produce un valore aggiunto di circa 90 miliardi di euro e occupa qualcosa come un milione e mezzo di persone. In sostanza ogni cento euro prodotti, sei sono riconducibili ad attività culturali e creative e, allo stesso modo, ogni cento persone occupate, sei sarebbero impegnate nella cultura.
Se si allarga la filiera e si vanno ad aggiungere le ricadute del Sistema su altre attività economiche contigue (ad esempio alcune aree del turismo e ristorazione o enogastronomia come si dice oggi), il valore prodotto raggiungerebbe la soglia dei 240 miliardi di euro, poco meno di un quinto del pil totale (circa il 17%).
Il mercato culturale ha retto anche perché la domanda di cultura ha sì subito un calo negli anni recenti più critici, ma ha anche mostrato una forte elasticità nei momenti migliori di questo ciclo economico, che di momenti felici non ne ha regalati molti.
Fra il 2014 e il 2015 si è assistito così a un piccolo rimbalzo delle spese delle famiglie per consumi (+0,4%); fra le diverse categorie, la spesa alimentare aumenta dell’1,4%, la spesa per “ricreazione, spettacoli e cultura” (secondo la definizione dell’Istat) aumenta invece del 4,1% e quella per servizi ricettivi e ristorazione (la filiera lunga di cui sopra) addirittura dell’11%. In sostanza una famiglia spende in media al mese 2500 euro, di cui 455 destinati ai consumi alimentari, 122 ad alberghi e ristoranti, 126 a spettacoli e cultura.
Se si prende l’ultimo dato e lo si moltiplica banalmente per il numero delle famiglie (poco meno di 26 milioni) si arriva a un valore della domanda mensile di 3,3 miliardi di euro, che sull’anno diventano quasi 40 miliardi di euro.
Questa è solo una parte della torta da spartire; se si considera, in maniera molto grezza e approssimata, la spesa pubblica per cultura si aggiungono altri 20 miliardi di euro.
Tornando al lavoro e all’occupazione che il settore mette in moto, si potrebbero includere, in una nostra definizione di “cultura” intesa come settore economico-sociale, anche tutte quelle persone che sono impiegate nell’area dell’istruzione, pubblica e privata. Si aggiungerebbe così un altro milione e mezzo di occupati, portando così la somma a circa tre milioni. Cinema, stampa e tv dovrebbero all’incirca raggiungere la soglia dei 100mila addetti; altri 100mila sono riconducibili all’industria della stampa, mentre se consideriamo anche i servizi legati all’informatica, a internet, al digitale, ai servizi e alla consulenza per l’informazione dovremmo più o meno prendere in esame altri 400mila occupati. Il totale sarebbe quindi intorno ai tre milioni e 600mila, circa il 16% degli occupati. Un aspetto non secondario è però dato dal fatto che in quest’ambito il lavoro irregolare copre una quota vicina al 23%, contro una media di tutte le attività economiche che si “ferma” al 15%.
Ma forse non basta. Il “contagio” delle attività culturali oltre i confini tradizionali è anche spinto da un fenomeno tutto dentro il lavoro.
Sotto i colpi della crisi, l’espansione del lavoro informale e del lavoro irregolare, la confusione fra lavoro e non lavoro, la conseguente modifica sostanziale – la destrutturazione – del concetto di retribuzione, oggi molto più sfumata e meno riconducibile a prestazioni formali e contrattualizzate, hanno prodotto un’area grigia in cui proliferano posizioni lavorative temporanee ed estemporanee, fluide e difficilmente rappresentate dalle rilevazioni sull’occupazione.
Un segnale indiretto proviene dall’ambito del non profit, che oggi conta 301mila istituzioni in cui operano ben 4,7 milioni di volontari. Il non profit vale circa il 3% del pil e occupa come dipendenti circa 680mila addetti dipendenti e 270mila lavoratori esterni. Se questi ultimi rientrano nell’occupazione esplicita, forse non tutta l’area del volontariato può essere strettamente riconducibile ad attività non retribuita. Fra il 2001 e il 2011 all’incremento del 43,5% nel numero delle istituzioni non profit presenti in Italia è corrisposto un aumento degli addetti del 39,1% e un parallelo aumento nell’utilizzo di lavoro esterno pari al 169%.
La progressiva organizzazione e strutturazione delle istituzioni dà conto di una trasformazione strutturale che ha esteso il perimetro delle attività e ha allargato il campo d’azione del non profit, soprattutto se si pensa alla crescente azione di sostituzione e di surroga dell’intervento pubblico che ha svolto nel sociale, nel welfare, nella salute, nella tutela dei diritti.
Per quanto riguarda la filiera culturale, questa offre lavoro a quasi 50mila addetti dipendenti, conta su 134mila lavoratori esterni e raccoglie circa 2,8 milioni di volontari. Poco più di un milione di volontari sono riconducibili ad attività sportive, circa 800mila ad attività artistiche e il restante milione (o poco meno) ad attività ricreative e di socializzazione.
Paradossalmente, alla mercatizzazione di tante attività che prima consideravamo al di fuori della sfera economica e che oggi invece conteggiamo nella produzione di ricchezza, si è accompagnata una forte trasformazione del lavoro che ha però portato a una sua progressiva svalutazione e perdita di potere contrattuale e identità. Altrettanto paradossalmente la filiera culturale, che tende inesorabilmente a sconfinare e che da molti viene indicata come il vero fattore di crescita futura per l’Italia, sembra invece lentamente adagiarsi a settore marginale o rifugio di tanta occupazione esposta a una progressiva dequalificazione.

Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on Google+Print this pageEmail this to someone

Nessun commento a questo articolo.

Lascia un commento