Disneyland sbarca a Sud

Francesca Zoni

Francesca Zoni

 

Chiacchiere salottiere, esperienze ludiche, vuoto sentimentalismo etnografico, circo dell’emozione culturale: lo confessiamo, non ci aspettavamo altro da Aliano e dal suo festival “meridiano”, messo in campo dal marketing della “paesologia”. Ma lo spettacolo che si presenta davanti a noi, appena consumata l’ultima curva in salita, amplifica i nostri pregiudizi e li trasforma in un dato di fatto: Aliano, il paese di Carlo Levi, ridotto a un parco giochi per la solita intellighenzia di questo Paese, che della “cultura” ha fatto il segnacolo della propria identità sociale, fingendo così di colmare un vuoto di realismo politico e di ragionamento veramente culturale. Delle facce contadine di Levi, ridotte a un manifesto di propaganda, resta il ricordo nel museo che raccoglie i suoi quadri. Intorno a esso, un’artificialità talmente smaccata da sconcertare l’osservatore disincantato: le case – che dovrebbero richiamare un’altra civiltà – adibite a stalle, con tanto di fieno su cui sedersi, ricordano la logica delle vetrine di un centro commerciale; ovunque, c’è da bere: segno che di sera, dopo le fatiche culturali, ci si potrà divertire ballando sino a tarda notte una tarantella. Prima il dovere, poi il piacere (dei luoghi comuni).
Qui, insomma, l’intellettuale metropolitano che si indigna può fare esperienza della civiltà contadina, senza conoscerne il sudore. Qui può sentirsi (e “sentire” è il verbo che conta, la sola azione consentita a chi voglia riconoscersi come parte di una comunità il cui unico scopo è quello di emozionarsi, di riconoscersi diversa, di salvarsi dal conformismo di cui, in realtà, è vittima cieca, senza capire nulla di cosa stia davvero facendo), può sentirsi dalla parte degli oppressi. Una sorta di nostalgico “remake” di ere ormai andate in cui comodamente rifugiarsi – con la consapevolezza che poi, tra un paio di giorni, si tornerà nei propri appartamenti borghesi – come fosse un gioco multimediale che permette di respirare la vita contadina, comodamente ridotta a una balla di fieno, al sapore del pomodoro, alla dolcezza del miele, alla bianchezza della pietra rupestre. Insomma, ridotta alla più bieca letteratura.
Ci addentriamo nei vicoli del paese. Le facce che vediamo sono le stesse che abitano le città universitarie dei “contestatori” (poi, laureati, saranno impiegati in banca o altrove); le pose, del tutto identiche; il vestiario, il solito: quello degli alternativi che, per esserlo, trasudano denaro. Li immaginiamo ancora una volta nelle loro abitazioni perché, ovviamente, qui, nel mondo contadino rifatto ad arte, dormono in tenda. Alcuni leggono Cristo si è fermato a Eboli, perché anche la lettura deve diventare un’esperienza sensoriale, da compiersi in loco, nell’esaltazione totale dell’immediatezza che nasconde – pensiamo – un vuoto realistico enorme, o persino quella rimozione del conflitto e della negatività imposta dalla nostra epoca. Di colpo, Aliano diventa la metafora più evidente di cosa sia la cultura d’opposizione nella postmodernità: un nuovo brand oppiaceo di cui gli intellettuali – quelli che perdono le loro ore a leggere recensioni sulle terze pagine dei giornali, quelli che programmano le loro vacanze culturali nei festival o nei luoghi del turismo alternativo, quelli che annegano il sapere nella chiacchiera tranquillizzante – si cibano, un dispositivo di potere che rende tutti più quieti, nell’illusione di rappresentare la parte buona della società.
Ogni tanto, tra una discesa e l’altra, incontriamo i residenti. La cultura ha il potere di camuffare anche la realtà, di renderla infida, di confondere le acque. Guardiamo le anziane col fazzoletto in testa, vestite di nero, come vorrebbe vederle un turista desideroso di conoscere questi luoghi abbandonati. Ci assale allora uno sconforto; assume la forma di un interrogativo: saranno anche loro un personaggio di questa trama del tutto artificiale? Sono loro, queste anziane che ritornano dalla campagna con ceste piene di fichi, la realtà – sono loro il passato che non vuole passare, il crisma di quella compresenza di tempi storici che forse caratterizza un Sud oggi perso nella miscela tra arcaico e iper-moderno e, proprio per questo, attualissima immagine del nostro tempo? Restiamo annebbiati, non sappiamo darci risposta: e scopriamo che la potenza negativa della cultura spettacolare messa in scena ad Aliano risponde alle logiche contro cui vorremmo combattere – quelle che ci condannano all’ignoranza e all’idiozia, al disorientamento e all’incomprensione.
Ma c’è di più. Siamo curiosi di capire il contenuto di questa bolla di sapone che è diventata Aliano. In una serie di case disabitate si tengono seminari aperti (aperti a chi, poi?). Orecchiamo qualcosa e ci sembra di vivere una parodia delle riunioni sessantottesche. A colpirci sono le pose, i visi, le figure, le bottiglie di birra in ogni dove, lasciate al sole dalla sera prima. Qualcuno si lamenta di aver ballato sulle scale tutta la notte: “potrebbe essere pericoloso”, dice. Tutti si somigliano. Senza tirare in ballo il solito Pasolini, la rivoluzione antropologica è qui molto più evidente: l’“utente” (altro termine non sarebbe più appropriato) dei festival culturali è immediatamente riconoscibile. Potrebbe non aprire bocca: il suo corpo, il suo vestiario, il modo di porsi parlano da sé, comunicano un’appartenenza, un voler-essere, o persino un sentirsi diverso. È questa, del resto, la normalizzazione imposta dal mercato, che nella cultura ha trovato una prodigiosa articolazione.
Poco più in là, in un’altra “grotta”, c’è un massaggiatore. Promette esperienze mistiche di rilassamento. Non riusciamo a trattenere il riso, lo confessiamo, ma ci soffermiamo un attimo sulla scena appena vista e comprendiamo che un altro fattore essenziale della “cultura” consumistico-spettacolare di sinistra è quello della catarsi. L’esperienza festivaliera deve poter cambiare l’individuo a livello spirituale: deve sentirsi purificato, incoraggiato nel suo cammino di fede. L’emozionalità pruriginosa diventa qui esperienza religiosa del farsi oggetto culturale. E, in fondo, del farsi merce, prodotto di consumo.
Non siamo ancora esausti, vogliamo capire. Immancabile si spalanca davanti a noi la poesia. Il culto del desiderio immediato che mira a scompaginare qualunque senso di colpa trova nell’arte – e in un’arte che, ovviamente, dev’essere qui reinventata per combinarsi con l’artificio etnografico – un momento di gloriosa rappresentazione. I poeti, finalmente, diventano protagonisti. Letture ad alta voce, retorica, appartenenza culturale, esposizione narcisistica della nevrosi. Su un muro, il delirio si fa strada (senza la consapevolezza di quanto sia addomesticato, oggi, il delirio); leggiamo, nel solito minuscolo d’antan: “aliano come spigolo della realtà, luogo estremo, avamposto del mondo. faccende, vicende, commerci umani addossati, sperduti in uno spazio. provenendo da spazi svuotati, disoccupati, attraversati da strade che portano dal nulla al nulla, a un tratto appare qualcosa, questo qualcosa è aliano. propriamente, e prima di essere aliano, è ciò che è aliano, aliano piuttosto che il nulla intorno, non ci sono luoghi, ma ciò che non è aliano”, e via così, fino alla perentorietà: “per questa ragione, aliano è un luogo profondamente politico”. Siamo esausti.
Ci guardiamo negli occhi, un po’ increduli. Facciamo spallucce. Usciamo dal reticolo di “macchine desideranti”, muovendoci tra zampilli di birra, e ci dirigiamo verso la casa del confino di Levi, come fossimo dei pellegrini. Non senza chiederci se il nostro essere lì sia esso stesso una forma di conformismo. La realtà ci dà una risposta: la casa del confino di Levi, che oggi è un museo, è chiusa. Non si entra – e siamo in orario di apertura. Verifichiamo, non si entra da nessuna parte. Sgomento. Nei giorni del festival che dovrebbe consacrare l’attualità del suo insegnamento, il luogo-simbolo di quella esperienza è inaccessibile. Né sembra essere di grande interesse per gli attori della paesologia: nessuno capita da quelle parti; il loro primario interesse sembra essere quello di invadere le strade di Aliano, di corroderle con la loro saccenteria moralistica da primi della classe, di manomettere il senso di questi luoghi portandovi la cultura normalizzata del potere, dell’autorialità riconosciuta, dell’editoria di massa, del nome che garantisce consenso. Alla mente vengono alcune parole di Levi, riferite ad altro, ma utili alla nostra causa: “tutti i moralisti, tremanti di finto o di vero sdegno, si indignarono per lo spreco assurdo, per l’intollerabile insulto alla miseria. E lo era, certamente, ma non più del malo impiego del pubblico risparmio, o delle spese per opere inutili, o del denaro buttato in congressi, o in manifestazioni di nessun vantaggio per nessuno, quello divorato giorno per giorno dagli infiniti parassiti del nostro paese”.
Ci avviamo verso l’uscita. Tutto ci sembra immediatamente diverso: una giovane donna col velo si infila in un seminterrato, sotto gli occhi preoccupati di un’attempata signora, appollaiata su un balcone ricolmo di peperoni rossi. Per quanto i festivalieri pensino che questo sia il luogo della più diversa eccezionalità – un luogo che definiscono “politico” in nome di un ethos primigenio –, Aliano è anche e soprattutto un lembo della nostra Italia. Sulla strada di ritorno, incontriamo un gruppo di stagionali intenti alla raccolta. La realtà sbattuta in faccia, dopo la sbornia culturale. Di chi è Aliano? Dei figli e dei nipoti degeneri dell’impresa culturale a reti unificate, in cui a contare è solo l’emozionalità della chiacchiera e l’indignazione perbenista condita di bellettrismo, o di questi nuovi schiavi, di cui non sappiamo più riconoscere la provenienza, tanto sono i loro visi storpiati dalla fatica? E ci sentiamo responsabili, anche noi, di questo scandalo. Aliano è servita almeno a questo.

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