Anarchismo e socialismo in Gustav Landauer

“Io vivo una sola volta, ho un’unica possibilità di agire sul mondo in base alla mia volontà, e ben presto morirò. Perché non dovrei impegnare tutto me stesso per la liberazione dell’umanità?”:1 sono queste le parole che ben rappresentano la pertinacia di Gustav Landauer (1870-1919), una delle figure più lucide e originali dell’anarchismo tedesco tra Otto e Novecento, che, coi suoi numerosi scritti e le ben ponderate azioni, arrivò a esercitare la propria influenza oltre il modesto movimento libertario e a stringere legami con diversi settori del socialismo rivoluzionario. Basti pensare che le opere di Landauer dopo la sua morte furono edite dall’amico Martin Buber, grazie al quale iniziarono a circolare negli ambienti del messianesimo utopista, trovando in Ernst Bloch e Walter Benjamin degli attenti lettori2.

Landauer, di origini ebraiche, iniziò a ventidue anni il suo impegno politico nelle file della dissidenza socialdemocratica esercitando una decisa critica alla struttura burocratica e centralista dell’Spd (Partito socialdemocratico di Germania) attraverso la militanza nella Verein unabhängiger Sozialisten [Associazione dei socialisti indipendenti] e l’attività di redattore della rivista “Der Sozialist” [Il socialista] che animò con molti dei suoi interventi. Già nel 1893 la rivista polemizza con le posizioni marxiste e Landauer in agosto rappresenterà gli anarchici e i lavoratori del metallo berlinesi al terzo congresso internazionale socialista di Zurigo. Nel 1895 fonda la cooperativa di consumo “Befreiung” [Liberazione], nel 1896 prende parte attivamente a Berlino allo sciopero dei lavoratori dell’industria delle confezioni e partecipa al congresso di Londra che sancirà l’uscita della corrente libertaria dalla Seconda Internazionale. Da questo momento in poi egli nondimeno rivendicherà il termine “anarco-socialismo”3 per marcare la filiazione tra queste due dottrine4: l’anarchismo viene considerato lo scopo, dunque l’abbattimento della coercizione e della gerarchia, mentre il socialismo – inteso come “lavoro cooperativo” e come “la solidarietà tra gli uomini in tutto ciò che è loro comune” – viene individuato come il mezzo adeguato. Nel 1900 è cofondatore di un insediamento collettivista che predica un nuovo rapporto dell’uomo con la natura, chiamato Neue Gemeinschaft [Nuova comunità] e nel 1908 fonda l’organizzazione Sozialistischer Bund [Lega socialista] che si dedicò alla creazione di piccole comunità sia urbane sia rurali i cui membri si esercitavano indistintamente nel lavoro manuale e in quello intellettuale. Quando si prospetta lo scoppio della prima guerra mondiale, Landauer si dedica a un’intensa attività antimilitarista che rimane salda anche quando Pëtr Kropotkin e Martin Buber si schierano in favore di un intervento militare. Su invito di Kurt Eisner nel 1918 partecipa alla costituzione della Repubblica popolare di Baviera, e quando questa il 7 aprile del 1919 si trasforma in una repubblica consiliare, giunge a ricoprire l’incarico di Commissario per il popolo della Cultura e dell’Università. Troverà la morte il 2 maggio del 1919, brutalmente assassinato dalle truppe controrivoluzionarie mandate dal ministro della Difesa, il socialdemocratico Noske, per sedare questo tentativo autogestionario indicato da Landauer, alla fine del 1918, come “la rivoluzione più umana e più mite che sia mai esistita (a parte il fatto che si è svolta senza spargimento di sangue, in particolare qui in Baviera), accompagnata dalla piena libertà di parola e di stampa”5.

Landauer fu una figura poliedrica: scrittore, critico letterario, filosofo, traduttore di Oscar Wilde e Shakespeare, Kropotkin, Maestro Eckhart. La sua traduzione della Servitù volontaria di Étienne de La Boétie, comparsa nel 1910 su “Der Sozialist”, diede un grande contributo alla riscoperta di questo testo in Europa. Come scrive Libera Pisano lo “splendido intreccio tra misticismo, romanticismo, anarchismo e comunità”6 di cui è autore Landauer, costituisce “un unicum nella storia politica del Novecento”7. Fu dunque uno “spirito libero”, un rinnovatore della tradizione associazionistica dell’anarchismo che non mancò mai di polemizzare anche con altre organizzazioni anarchiche – “gli anarchici in maggioranza sono dogmatici”8, scriveva nel 1901 – dando in questo modo prova di quell’“anarchismo critico” che il coevo Camillo Berneri definiva “un anarchismo che, senza essere scettico, non s’accontenta delle verità acquisite, delle formule semplicistiche, un anarchismo idealista e insieme realista, un anarchismo insomma che innesta verità nuove sul tronco delle sue verità fondamentali”9. Come vedremo in seguito, il nucleo centrale della riflessione landaueriana è costituito dall’inscindibile e profondo nesso fra i due poli dell’individuo e della comunità, come messo bene in luce da Gianfranco Ragona nell’introduzione alla preziosa e unica raccolta italiana di scritti di Landauer da lui curata, intitolata per l’appunto La comunità anarchica.

L’origine spirituale della rivoluzione

In Landauer risulta decisivo il distacco dall’economicismo e dal materialismo marxista non considerati più alla base dei rivolgimenti che avrebbero portato al successivo rinnovamento dell’uomo. Al contrario, Landauer considera la “rigenerazione dello spirito”10 una premessa indispensabile per il cambiamento sociale:

io chiamo anarchico chi si rifiuta di fare il doppio gioco con sé stesso; e in seguito a una crisi esistenziale decisiva si è riplasmato in una nuova essenza. […] Per me è un individuo senza padroni, libero, autonomo, anarchico, chi è padrone di sé stesso, chi può definire qual è il suo istinto caratteristico e la sua propria vita […]. Solo muovendo dall’interno si può riformare il mondo11.

 

Landauer prospetta una sorta di “microfisica dell’anarchismo” che inizia dalla cura dei rapporti con il prossimo e che finisce col propagarsi per riflesso ad associazioni di individui, a comunità, a comunità di comunità fino a determinare un cambiamento tangibile anche nella sfera sociale. L’eco di tale microfisica appare anche nella celebre e altrettanto discussa affermazione di Landauer secondo cui “lo Stato è una condizione, una particolare relazione tra esseri umani, un modo di comportarsi degli uomini: lo distruggiamo contraendo altre relazioni, comportandoci in modo diverso”12. La riscoperta di valori umanitari di affratellamento e assorellamento [Verschwisterung], già sostenuta con vigore nella Morale anarchica da Kropotkin (1889), costituiva per Landauer l’avvio verso una trasformazione indirizzata non solamente ed esclusivamente alle strutture fondanti del capitalismo, ma anche alla dimensione del singolo, investito della responsabilità della duplice e contemporanea modificazione del proprio mondo interiore ed esteriore: “si deve edificare in grande iniziando dal piccolo, dobbiamo espanderci in ampiezza e possiamo farlo solo se scaviamo in profondità”13.

Landauer, in definitiva, rimproverava al movimento anarchico il primato della politica, di “voler imitare gli altri partiti”, di “avere mania di protagonismo” e di considerare l’anarchismo una questione esclusivamente pubblica, tralasciando ciò che definisce “anarchia interna” [innere Anarchie]14, per lui altrettanto risolutiva. Durante la stagione dei grandi attentati anarchici a cavallo del secolo Landauer criticò chi considerava legittimo l’uso dell’assassinio quale strumento di emancipazione, rifiutando lo schema rivoluzionario classico secondo cui la “violenza libertaria” era l’unica forza capace di opporsi alla violenza autoritaria del potere. Si schiera su posizioni attigue al pacifismo integrale tolstojano, condannando così il regicidio di Bresci, sostenendo che “ogni violenza è o dispotismo o autorità”15 e invitando a “non uccidere più gli altri, ma se stessi: ecco la caratteristica dell’uomo che crea il proprio caos per trovare la sua natura originaria e la sua grandezza diventando misticamente tutt’uno con il cosmo”16. Può così sostenere che con il termine rivoluzione non intendiamo la tattica delle bastonate [Knüppeltaktik], non il gettare le bombe, non l’incitazione a scendere nelle strade e a dimostrare […] bensì il grosso “mutamento radicale” [Umschwung] che deve ricomparire se l’umanità vuole di nuovo tendere alla piena beatitudine dell’anima17.

Landauer rileva inoltre che l’atteggiamento massimalista di taluni anarchici li porta a una doppia morale, divisa tra presente e futuro, ambito privato e ambito pubblico. Difatti la rigidità dell’applicazione di alcuni princìpi di riferimento per la costruzione della società futura, considerati troppo spesso indiscutibili, conducono uomini solitamente sensibili con la cerchia dei propri prossimi a sacrificare nell’immediato presente alcuni valori universali e sentimenti morali per perseguire il proprio ideale di emancipazione in modo dozzinale. E ciò si spiegherebbe col fatto che essi si sono abituati a rapportarsi con i concetti e non più con gli uomini. Per loro esistono due classi rigidamente contrapposte, ostili l’una all’altra, sicché non si uccide l’uomo ma il concetto di sfruttatore, di oppressore, di capo di Stato. Così accade che proprio coloro che nella vita privata, per sensibilità, spesso sono i più umani, nella vita pubblica si abbandonino all’inumanità18.

Per Landauer gli anarchici hanno sottovalutato che anche l’etica (non solo la politica) richiede l’accurata ricerca di una coerenza tra mezzi e fini. Come si può intuire, il profondissimo umanesimo di Landauer lo porta su posizioni anticlassiste: ciò non si risolve semplicemente con il disconoscere l’esistenza e la funzione della divisione della società in classi, bensì nel favorire la creazione di nuove formazioni (“si tratta di dar forma a qualcosa che non è mai esistito”19) in cui sia possibile lasciarsi alle spalle la propria origine sociale, senza che il ceto di appartenenza venga assunto a elemento di discriminazione o a condizione insuperabile. Landauer mostrava dunque diffidenza nei confronti dei concetti di “lotta di classe” e di “sciopero generale” mutuati dal marxismo e intrisi di determinismo, i quali, relegando la rivoluzione a un sicuro imminente futuro, negavano all’educazione e alla cultura la possibilità di influire sugli eventi storici. Per Landauer invece un movimento rivoluzionario è duraturo e solido se è anche un movimento culturale, dunque non un puro movimento di interessi di classe, ma un fenomeno capace di fondare le basi per una più trasversale “comunità umana”.

Questa particolare concezione landaueriana non si risolve però in un anarchismo intellettuale, privato o tutt’al più didattico, poiché – e giungiamo qui al secondo polo che, come inizialmente accennato, costituisce il nerbo della sua riflessione – egli era convinto che lo spirito, cui ognuno deve accedere e che occorre riscoprire, aspira a una libertà sociale che in parte già contiene in sé e può esprimersi nella creazione di vari organismi comunitari, la famiglia, la comunità, il sindacato, il comune, la federazione. Come scrive con esemplare chiarezza Gianfranco Ragona, per l’anarchico tedesco “l’individuo è comunità, perché la porta in sé dalla nascita, la sviluppa nell’apprendimento e nella crescita, nel lavoro e nella riproduzione, e l’appartenenza comunitaria garantisce a tutti la tanto anelata libertà”20. Egli pertanto è fautore di un “anarchismo comunitario”21 costantemente impegnato a combattere l’isolamento e l’abbandono del singolo a sé stesso: “l’uomo che sta solo è un essere esposto soprattutto a ogni forma di demagogia. L’uomo deve organizzarsi assieme agli altri, consigliarsi, agire di concerto”22. E ancor più incisivamente

non vorrei essere frainteso, inducendo a credere che io predichi quietismo o rassegnazione, la rinuncia all’azione o a modificare le condizioni esterne. Ma certo che no! Mettiamoci insieme, lottiamo per un socialismo municipale, per insediamenti comunitari, per cooperative di consumo o comuni abitative; fondiamo giardini pubblici e pubbliche biblioteche; abbandoniamo le città, lavoriamo di vanga e pala […], organizziamoci e istruiamoci, lottiamo per nuove scuole e per conquistare giovani menti 23.

 

La rivoluzione come processo ad infinitum

Differenziandosi dall’individualismo distruttivo e amorale di Max Stirner (che Landauer critica riprendendo le parole di Edgar Bauer circa “l’arroganza dell’Unico”24), quanto dall’insurrezionalismo di Jacques Sorel, l’idea landaueriana di rivoluzione si configura in forma di un’attiva e continua mutazione antropologico-sociale. Essa dovrebbe investire la totalità della convivenza umana nello sforzo di superare ciò che Landauer – nella sua opera maggiore del 1907 intitolata Rivoluzione – chiama “topia”, ossia quella condizione di equilibrio autoritario e di cristallizzazione dei poteri, legami e culture che mantengono stabile una società preservandola dai rivolgimenti. Questi ultimi sono resi possibili soltanto dalla costruzione di concrete esperienze di “socialismo vivente” che, sviluppando forme di vita alternative all’interno dello status quo di volta in volta affermatosi, consentono da una parte di contaminare la società e dall’altra di distaccarsi da essa progressivamente, conducendo a una condizione di “utopia”. Uno dei contributi significativi di Landauer alla teoria del socialismo è rappresentata proprio dalla “tesi di un’alternanza tra topie e utopie”25 che, come sostiene Ferruccio Andolfi, non si limita soltanto a denunciare la possibile involuzione delle esperienze rivoluzionarie – dimostrata secondo Landauer in primis dalla Rivoluzione Francese – ma soprattutto definisce la rivoluzione come tendenza che sopravvive all’alternanza delle topie: non designa pertanto un preciso evento storico né un “periodo di tempo o un limite, ma un principio che avanza sempre di più superando ampi spazi temporali”26, e si ripresenta all’occasione di qualsivoglia stabilizzazione forzata.

Dunque seguendo il percorso tracciato dal principio immanente e metastorico della rivoluzione, questa non riguarda la rigida dicotomia tra Stato o non-Stato, rivolta o gradualismo, quanto piuttosto il dar forma, già all’interno dell’odierna società capitalistica, a nuove strutture e a rinnovati rapporti sociali capaci di favorire e accelerare la fuoriuscita immediata di piccole comunità radicalmente alternative dalle istituzioni coercitive. In una lettera a Max Nettlau del 1903 scrive: “Il compito degli anarchici è il seguente: la creazione di raggruppamenti anarchico-sociali [anarchistisch-gesellschaftlich] in una modalità pacifica, con la maggiore diminuzione possibile degli attriti nei confronti del mondo esterno”27. Queste comunità ecologiche e libertarie che rifiutavano l’industrialismo (che verranno riprese e teorizzate anche da Murray Bookchin) sarebbero state la traccia viva di un anarchismo sociale in actu che, anziché porre le basi per un futuro abbattimento violento dello Stato, rimaneva calato nel presente costituendo una realtà opposta al capitalismo e alle strutture di dominio ma che esisteva già fin da ora, e al suo interno, come recita un’altra nota citazione di Landauer: “l’anarchismo non è una faccenda del futuro ma del presente; non è una mera rivendicazione, ma una questione che riguarda la vita”28.

Anarchismo e liberalismo

Come mostra il precedente compendio interpretativo del suo pensiero, l’attualità di Landauer consiste nell’evidenziare gli equivalenti legami dell’anarchismo con il liberalismo e con quel socialismo che mi pare eccessivamente trascurato dalle tendenze post-anarchiche: queste, archiviando legittimamente il concetto di rivoluzione come immediato e totale stravolgimento dei rapporti di forza, finiscono col ridurre l’anarchismo alla funzione passiva e arrendevole di “coscienza critica della democrazia liberale” – come si legge nel ricco e stimolante contributo di Giorgio Fontana su questa stessa rivista, Un seme sotto la neve. L’anarchismo oggi, Lo straniero 174/175 (2015)29. Una decostruzione di questa nuova radicalità liberale del post-anarchismo mi sembra urgente – e in proposito rimanderei alle puntuali critiche espresse da Eduardo Colombo30 – anche per confrontarsi adeguatamente con alcuni sbandamenti liberisti filo-berlusconiani31 messi in atto da Giampietro Berti (i cui contributi alla storia dell’anarchismo restano indubbiamente tra i più validi dalla scomparsa di Pier Carlo Masini), citato più volte da Giorgio Fontana. È qui in oggetto non la ricusazione dell’influsso storico del liberalismo sull’anarchismo, bensì il pieno riconoscimento della funzione degli anarchici come i “liberali del socialismo”32, individuata a ragion veduta da Berneri, e la conseguente ricalibratura dell’ago della bilancia fra i due termini in questione.

Landauer difatti pur riuscendo nella rivitalizzazione della teoria dell’anarchismo attraverso una concezione della rivoluzione che, insieme alle influenze del post-strutturalismo francese (Lacan, Foucault, Deleuze), sta alla base del post-anarchismo33, sembra comunque rifuggire del tutto dal disimpegno sociale e dal disconoscimento della lotta per l’uguaglianza in cui pare esser sprofondata la società post-moderna. Non è un caso che propugnando la rigenerazione spirituale e l’inviolabilità della libertà e della volontà umana, al tempo stesso non ritenne incoerente pubblicare un Appello per il socialismo34 (1911) e partecipare al tentativo rivoluzionario socialista della Baviera.

A dieci anni dal brutale assassinio di Landauer, il noto scrittore e attivista libertario Erich Mühsam lo celebrava come un uomo “la cui azione e volontà hanno gettato una forte luce sull’immagine del suo tempo, e che come martire morì per la sua azione e la sua volontà e ha pertanto il diritto a ricevere un grande onore”35. Poco più avanti tuttavia, nel 1933, i nazisti distrussero la lapide in commemorazione di Landauer presente nel cimitero di Monaco, riesumarono le ceneri per spedirle alla comunità ebraica monacense pretendendo addirittura il pagamento di una fattura per coprire le spese di questa opera di distruzione. Ma lo scorso 24 aprile il comune di Monaco – in seguito a una campagna promossa dallo studioso Siegbert Wolf e dal cantautore Peter Kühn, che ha trovato l’appoggio di molti esponenti della cultura progressista tedesca36 – ha emesso una delibera con la quale si impegna alla ricostruzione del monumento in ricordo di questo pensatore, che meriterebbe senz’altro una maggiore attenzione, sia in Germania sia in Italia.

Devis Colombo


 

1 Gustav Landauer, La comunità anarchica, a cura di Gianfranco Ragona, tr. Nino Muzzi, Elèuthera, Milano 2012, p. 45.
2 Siegbert Wolf individua tracce del pensiero di Landauer anche in Oskar Maria Graf, Silvio Gesell, Franz Jung, Ernst Toller, Arnold Zweig, Alfred Döblin, Hugo von Hofmannsthal, Gottfried Benn, Albert Camus e Noam Chomsky, cfr. Siegbert Wolf, Gustav Landauer zur Einführung, Junius Verlag, Hamburg 1988, p. 109, nota 2.
3 Cfr. La comunità anarchica, cit., pp. 56 sgg.
4 Circa le origini e lo sviluppo dell’anarchismo secondo Landauer, si veda Gustav Landauer, Per una storia della parola anarchia, a cura di D. Colombo, Bollettino del Centro Studi Libertari, 40 (2013), pp. 19-40, consultabile all’indirizzo www.centrostudilibertari.it/sites/default/files/materiali/Boll_40_def.pdf.
5 Ivi, p. 57.
6 Libera Pisano Anarchia dello spirito – spirito dell’anarchia. Su Gustav Landauer, Il Cannocchiale, 38.3 (2013), pp. 163-170.
7 Ibidem.
8 Ivi, p. 91.
9 Camillo Berneri, Contributo a un dibattito sul federalismo in Id., Scritti scelti, Zero in Condotta, Milano 2007, p. 78.
10 Sul significato attribuito da Landauer al concetto di “spirito” rimandiamo a Libera Pisano, Anarchia dello spirito – spirito dell’anarchia. Su Gustav Landauer, op. cit., da cui riprendiamo la seguente definizione: “un principio che tiene insieme senza coercizione esterna e dà forma, impronta e vita agli organismi della comunità. È ciò che precede, segue e intesse la trama dell’individuo, sempre determinato a partire da un legame biologico e spirituale con le generazioni precedenti”.
11 Ivi, p. 95.
12 Riportiamo qui il testo originale della citazione, proprio perché la sua traduzione è troppo spesso dipesa di volta in volta dal giudizio complessivo che si voleva dare dell’opera di Landauer: “Staat ist ein Verhältnis, ist eine Beziehung zwischen den Menschen, ist eine Art, wie die Menschen sich zueinander verhalten; und man zerstört ihn, indem man andre Beziehungen einhegt, indem man sich andres zueinander verhält“, G. Landauer, Schwache Staatsmänner, schwächeres Volk (1910), testo consultabile all’indirizzo www.anarchismus.at/anarchistische-klassiker/gustav-landauer/6473-gustav-landauer-schwache-staatsmaenner-schwaecheres-volk (ultimo accesso 8.08. 2015).
13 La comunità anarchica, cit., p. 131.
14 Cfr. Per una storia della parola anarchia, cit., p. 31.
15 Ivi, p. 93.
16 Ivi, p. 96.
17 Cit. da Ultich Linse, Organisierter Anarchismus im Kaiserreich vom 1871, Duncker & Humblot, Berlino 1969, p. 283.
18 La comunità anarchica, cit., p. 98.
19 Ivi, p. 94.
20 Gianfranco Ragona, L’ostinata speranza di un anarchico controcorrente”, introduzione a Gustav Landauer, La comunità anarchica, cit., p. 27. Per un approfondimento della teoria politica di Landauer rimandiamo all’indispensabile monografia di Gianfranco Ragona, Gustav Landauer: anarchico, ebreo, tedesco, Riuniti University Press 2010.
21 Cfr. Siegbert Wolf, I due amici che volevano rinnovare l’umanità, “Una città”, 89 (2000), consultabile all’indirizzo www.unacitta.it/newsite/articolo.asp?id=255 (ultimo accesso 13.08.2015).
22 La comunità anarchica, cit., p. 167.
23 Ivi, pp. 95-96.
24 Gustav Landauer, Per una storia della parola anarchia, cit., p. 33. www.centrostudilibertari.it/sites/default/files/materiali/Boll_40_def.pdf
25 Cfr. Ferruccio Andolfi, Gustav Landauer. La rivoluzione e il suo oltre, in Gustav Landauer, Rivoluzione, Diabasis, Reggio Emilia 2009, p. 12.
26 Ivi, p. 42.
27 Lettera di Landauer a Max Nettlau del 20.11.1903, cit. da Gustav Landauer zur Einführung, cit., p. 71.
28 Ivi, p. 94.
29 Consultabile all’indirizzo www.lostraniero.net/archivio-2014/170-dicembre-2014gennaio-2015-n-174175/903-un-seme-sotto-la-neve-lanarchismo-oggi.html
30 Eduardo Colombo, L’orizzonte dell’insurrezione. Un’azione illegale tra le tante: la rivoluzione in AA. VV., Rivoluzione, A.sperimenti, Milano 2011, pp. 53-65, consultabile all’indirizzo asperimenti.noblogs.org/files/2010/10/opuscolo_rivoluzione_asperimenti.pdf
31 Si vedano i vari interventi comparsi su “Il Giornale”, soprattutto il recente Giampietro Berti, “Dietro ai beni comuni si nasconde la retorica del luogocomunismo”, 05.08.2015, consultabile all’indirizzo www.ilgiornale.it/news/cultura/dietro-ai-beni-comuni-si-nasconde-retorica-luogocomunismo-1158342.html
32 Camillo Berneri, Una lettera a Piero Gobetti, in Id., Scritti scelti, cit., p. 82.
33 Per un primo approccio rimandiamo al numero speciale: Salvo Vaccaro (a cura di), Post-anarchismo. Un’ introduzione, Bollettino del Centro Studi Libertari, 31 (2008), consultabile all’indirizzo www.centrostudilibertari.it/sites/default/files/materiali/CSL_SupplBoll31.pdf
34 Traduzione italiana parziale in La comunità anarchica, cit., pp. 127-133.
35 Erich Müsham, War einmal ein Revoluzzer. Verstreute Schriften (1917-1932), Die freie Gesellschaft Verlag, Hannover 1985, p. 59. 36 Per maggiori informazioni si veda www.edition-av.de/info/gedenkstein.html. È attualmente in corso una campagna per la costruzione di un monumento a Gustav Landauer anche a Berlino: ulteriori dettagli, purtroppo per ora solo in lingua tedesca, all’indirizzo http://gustav-landauer.org/Denkmal
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Un commento a Anarchismo e socialismo in Gustav Landauer

  1. viagem para cancun 02/01/2017 12:21 #

    No século XVI, os negros bantus, gegês, negros
    nagôs, negros haussas trazidos para Brasil pelos portugueses em número considerável procedentes de Angola,
    Congo, Benguela, Cabinda, Mossâmedes, África Ocidental, Moçambique e também da Quelimânia para
    trabalharem nas lavouras de cana-de-açucar, nas minas, aos
    encargos domésticos dos senhores brancos se fixaram no Rio de Janeiro,
    Bahia e Pernambuco e criaram nas senzalas a mato, uma rixa ardilosa muito criativa e também ritmada.

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