I “bastardi” secondo Lerner

Se non si bada, più di quanto Gad Lerner stesso non chieda in “Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità” (Feltrinelli), a tutti i suoi più o meno utili o gradevoli artifici narrativi, nelle pagine di questo lungo e preoccupato divagare intorno ai guai del nostro tempo con l’occhio alle identità vere o fasulle, serie o posticce, si capisce subito che ciò che gli importa di più è capire cos’è e che ne è, oggi, di ciò che può e deve essere detta identità occidentale, che attizza e arma certi suoi nemici, in primis l’islam più o meno fondamentalista, tanto quanto attizza e arma certi occidentali, direttamente interessati in senso proprio nel caso serissimo di Bush e in altro senso nei casi nostrani forse meno seri di una Oriana Fallaci, di un Baget Bozzo, di un Marcello Pera. E così si è portati, o almeno io lo sono leggendo il libro di Gad Lerner, a considerare che si possono individuare molti aspetti caratteristici nell’identità occidentale, nel modo occidentale di sentirsi al mondo, ma che si trascura un aspetto essenziale se non si tiene in gran conto una convinzione, di solito veramente fondante, ontologica, strutturale e portante, di superiorità e di eccellenza di ciò che diciamo Occidente, che si misura con le diversità del “resto del mondo”, e in genere per rafforzarsi. Ora, anche per Gad Lerner, giustamente e utilmente, l’essere e il sentirsi occidentale (euroccidentale, magari anche bianco, civilizzato, erede del meglio che si è fatto al mondo) e la nozione di resto del mondo sono cose vaghe, vischiose e anche contraddittorie, ma la vaghezza delle idee e dei sentimenti non sono né causa né segno di una loro scarsa forza o di una loro trascurabile importanza, nemmeno quando oggi, come Lerner fa notare ironicamente in mille modi, si tende a cucinare tutto in salse identitarie, storiche, religiose, localistiche e così via banalizzando una cosa serissima, che però resta seria anche in questa sua banalizzazione. 
Condivido molto l’idea centrale del libro: che il modo occidentale inveterato e però anche odierno di percepire il proprio posto nel mondo, ha come uno dei suoi elementi fondanti una solida e proteiforme concezione-sentimento di tipo etnocentrico, o se si vuole di tipo a volte anche francamente razzista, che inferiorizza i “non occidentali”, in un mondo che tuttavia diventa sempre più occidentale. Il che equivale a dire che nessun occidentale può pensare facilmente il mondo senza porre l’Occidente, in quanto elaboratore della civiltà occidentale industriale e democratica, in una posizione di eccellenza, e in posizioni di più o meno grande inferiorità tutti gli altri, a seconda della differenza rispetto ai modi di vita occidentali. Tanto più questo modo di dare senso al mondo e al modo occidentale di viverci è solido in quanto il sentimento di superiorità degli occidentali poggia sul dato di fatto che l’Occidente è in effetti dominatore del mondo, da ultimo in un’epoca in cui la parte d’Occidente che incarna più fortemente il suo senso di superiorità ha vinto la “guerra fredda”. Questo sentimento è stato fino a oggi tanto tranquillo e tanto mite da non avere avuto quasi mai bisogno di esprimersi in intolleranze non più correnti, grosso modo dalla decolonizzazione fino all’attentato alle Torri Gemelle. Infatti il contrappeso buono al senso inossidabile della nostra superiorità è stato, anche per i Baget Bozzo e le Oriana Fallaci, principalmente la generosità terzomondistica dell’“aiuto” al sottosviluppo, soprattutto nel campo del sapere e delle abilità tecniche sul mondo naturale.
La visione-sentimento di superiorità occidentale oggi non può per molti restare implicito e sonnecchiante. e Gad Lerner mostra come anche su misura italiana, dato che anche qui era pronto a esserlo, è diventato esplicito (poche ore dopo l’attentato alle Torri Gemelle per bocca di Berlusconi),  e anche combattivo. Certamente non si esprime più, se non nei casi limite di discorsi di certo leghismo padano, fondando la superiorità dell’Occidente bianco democratico e industriale su radici e cause biologiche: la superiorità degli occidentali bianchi non è più una superiorità indiscutibile in quanto superiorità psico-fisica, genetica. Quest’idea oggi è poco corrente e perfino screditata, anche se per circa due secoli ha fatto parte della visione occidentale insieme con l’altra idea del determinismo geografico e soprattutto climatico. Pochi oggi osano sentirsi e proclamarsi superiori da un punto di vista biologico, psico-fisico, genetico, o addirittura climatico. Questo spiega la ricorrenza sincera della giaculatoria comune: “Io non sono razzista, però…” E il vero però, è chiaro e chiarisce in fondo Lerner, è che anche certi spiriti magni sentono, e a volte proclamano, la superiorità occidentale oggi come ieri. Ma il razzismo vero di oggi è un razzismo storico e culturale, non più biologico. Eppure la rinuncia all’idea della superiorità su base biologica non implica che le “concezioni” razzistiche storico-culturali siano meno robuste, anche se meno boriose e più raramente violente. Anzi il razzismo storico-culturale è più accorto e pervasivo, più aggiornato e meno rozzo, anche se ogni tanto perde troppi ritegni come nel caso di Marcello Pera (altro bersaglio polemico di Lerner) e poi non giudica e non spiega: gli basta constatare la propria superiorità, ritenuta troppo evidente per poter essere messa in dubbio, dentro e fuori l’Occidente.
Il razzismo odierno, mite fino alle guerre jugoslave e all’attentato alle Torri Gemelle,  vuole del resto tenere conto delle diversità, e soprattutto constata quella diversità che fa constatare una inoppugnabile superiorità occidentale prima di tutto sul piano della cultura materiale, della tecnica come strumento umano per servirsi del mondo ai propri fini. L’Occidente manda le sonde nel cosmo, il Terzo Mondo non riesce a sfamarsi “lasciato a se stesso”. Il consumismo, dal punto di vista delle necessità elementari, è obiettivamente superiore alla fame, per tutti, anche se nella cultura cristiana c’è l’apprezzamento del paradosso della superiorità morale e spirituale del povero, e soprattutto di chi si fa povero tra i poveri.
Lerner insiste, contro un facile buonismo multiculturalista e magari terzomondista, sulle difficoltà delle convivenze tra diversi, come non può non fare uno con la sua esperienza di ebreo a lungo apolide in Italia, nato in un Medio oriente col problema della convivenza ancora impossibile tra palestinese e israeliani. Certo però che per Gad Lerner il multiculturalismo, anche quando in difficile convivenza, non cessa di essere una ricchezza. Lerner sembra lasciarsi andare a volte alla chiacchiera e alla cronaca spicciola e polemica, ma si vede bene come egli sa che il diverso da sé ha suscitato di solito reazioni che oscillano tra il difensivo e l’aggressivo, spesso con lo sviluppo di sentimenti di superiorità. Lo si chiami razzismo, intolleranza, etnocentrismo, si tratta di un guaio tanto antico quanto il sentimento di appartenenza, di identità. E nessuno forse sa meglio di uno con una biografia “bastarda” come Lerner, che l’equilibrio tra sentimento di sé e modo di rapportarsi all’altro da sé risulta storicamente arduo e variegato, e che è ricorrente la tendenza a ridurre la diversità a inferiorità, per cui il diverso diventa qualcosa di peggiore e di pericoloso, a volte capro espiatorio, oppure si tende ad assimilare l’altro a se stessi negandogli ogni diversità, per cui l’uguaglianza pretende ridursi a identità. Ambedue gli atteggiamenti, l’uno aggressivo e l’altro a volte implacabilmente caritativo, sono presenti nella nostra civiltà almeno fin dalle origini di ciò che chiamiamo epoca moderna, simbolicamente incominciata con la scoperta di Colombo e l’inizio dei grandi colonialismi extraeuropei, e oggi sono in una crisi di reviviscenza inaspettata.
Una certa cultura di sinistra, pare di poter far dire qui più esplicitamente a Lerner, è, anche suo malgrado, responsabile della divulgazione dell’idea che l’atteggiamento razzista, inferiorizzante verso l’altro, l’etnocentrismo più in generale, sia qualcosa di universale, quasi qualcosa di biologico, di geneticamente ereditario nella nostra specie, che avremmo tra l’altro in comune con altri animali. Per cui sarebbe un obbligo per tutti, educatori ed educati, mettere la sordina e cercare di eliminare questa propensione della specie umana a inferiorizzare il diverso. Per cui il razzismo si supererebbe come si fa imparando a controllare gli sfinteri da bambini. E anche l’aver compreso questo, e l’aver sviluppato atteggiamenti di tolleranza, è attribuito da certuni alla superiorità della cultura o civiltà occidentale, presentata sbrigativamente come la sola capace di “rieducarsi” in senso non etnocentrico e non razzistico.
Viene qui da considerare che in certi con voce in capitolo questo argomentare raggiunge, oltre che le bassezze alla Marcello Pera, livelli di raffinatezza molto sottili. Ma almeno una comune fallacia è spesso evidente: l’etnocentrismo non è ineluttabile e non è universale. Tanto meno i suoi estremismi razzisti. La storia e l’etnografia ci mostrano casi di non inferiorizzazione del diverso non molto meno numerosi dei casi di sua inferiorizzazione. Anzi, non è per nulla raro l’atteggiamento di “superiorizzazione” del diverso, dell’estraneo, dello straniero. Un tale fenomeno di “superiorizzazione” dell’altro è posto da certuni all’origine della disfatta repentina degli imperi azteco e inca al primo contatto con la rozza masnada dei Cortez e dei Pizarro. Chi finora si è abituato a ritenere che il razzismo ancora oggi sia costituito principalmente dalle imprese di giovinastri come i naziskin, si rende incapace di capire che, da occidentale, egli è compartecipe di una nuova forma di razzismo che lo fa quanto prima sentire al mondo in una posizione di superiorità, ovvia e indiscussa nei più, e, se discussa, quasi solo in funzione di critica ai nostri costumi alla maniera della critica borghese illuministica del tipo delle “Lettere persiane”, oppure egli stesso è criticato per la sua remissività disfattista dai figuri massmediatici di turno.
Questa forme odierne di senso di superiorità occidentale sono state fino all’undici settembre in prevalenza miti e condiscendenti, aliene da violenze e intolleranze, anzi l’occidentale tipico si era abituato a essere collaborativo, caritatevole, cristianamente ecumenico, terzomondista, relativista, pietoso, filantropico, esoticheggiante, “etnico”, oltre che ovviamente anticoloniale, e poi mani tese ai disagi del Sud povero (ma attenzione: in fondo non in modi sostanzialmente dissimili da quando il fardello dell’uomo bianco era la cristianizzazione e l’incivilimento dei barbari e dei selvaggi, per mezzo delle varie forme di colonialismo), ma dopo la strage delle Torri Gemelle, si sa, è partito in guerra. L’occidentale così ritiene ancor più incoercibilmente di avere ancor sempre da dare e da insegnare, anche con la forza più brutale, e ciò è sentito come la sua missione al mondo. E Lerner sembra chiedersi se oggi la maggioranza degli occidentali colti, e non solo i nostri Baget Bozzo o Pera o Fallaci, sorride ancora delle tre C sette-ottocentesche che l’europeo aveva la missione di portare dappertutto nel mondo: Cristinesimo, Civiltà, Commercio, o, in una parola, il progresso. E questo allora era il meglio, perché aveva forse maggior forza anche l’idea che il non-europeo, il selvaggio, il primitivo, il colonizzato fosse incapace di raggiungere l’europeo in cima alla scala evolutiva, idea proclamata a chiare lettere e praticata con la violenza dai fascismi novecenteschi di ogni latitudine. Tutto ciò ormai sembra riavere diritto di parola e di azione, magari rivestendo i panni di un’identità in crisi, anche quando ritagliata su misura localistica alla maniera leghista, o rivestendo altri panni anche meno seri fino al tifo sportivo più o meno violento, e così via abusando dell’identità: che è però cosa seria, elementarmente umana, nel bene e nel male, ma senza spacciare per buon diritto anche il male fatto in nome della propria identità, che spesso invece è terribile, come le forme vecchie e nuove di pulizia etnica, da quelle naziste a quelle jugoslave, per restare in Europa.
Gad Lerner ha scritto questo libro mosso da una sua convinzione esistenziale maturata biograficamente: che cioè è come se i tipi nuovi di etnocentrismo o esclusivismo o razzismo storico-culturale, antico nel suo germe originario, stessero nei “geni” costitutivi della cultura occidentale, del modo occidentale di essere e di sentirsi al mondo. E che ogni occidentale lo assorbe per impregnazione fin dalla più tenera età. Che questo è ciò che conta, in fatto di identità, oggi, mentre gli altri usi e abusi sono poca cosa o pretesto per riaffermare l’idea dell’eccellenza occidentale, che per tutti anche in Italia rimane ancora un’ovvietà, persino anche quando messa in discussione, la cui messa in causa provoca eccessi di disagio.

Giulio Angioni 

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