Il Nobel a Dylan   

Ahmed Ben Nessib

Ahmed Ben Nessib

Ma è troppo tardi, è sempre stato troppo tardi per inquadrarlo, fissarlo, imbalsamarlo, e giustamente a tutta questa manfrina del Nobel lui non risponde. Come in una sua antica canzone di non-amore, Dylan speaks like silence e ognuno la prenda come vuole, è indifferente. Il copione si ripete ma è una vita che ha sviluppato gli anticorpi, e sa sottrarsi. Dopo tutta una carriera a seminare indizi che nessuno raccoglie, me l’immagino sereno, e – ovvio – beffardo. A metà degli anni sessanta l’avevano incensato, ma per crocifiggerlo, e lui aveva risposto con una capriola, dileguandosi. L’I’m not there di allora rimane la sua bandiera, “è quasi un mantra” e persino adesso che potrebbe essere un vecchio miliardario in pensione se ne resta in giro a latrare le sue canzoni, e a reinventarsi. Se non l’hanno infilzato sulla punta di uno spillo in quella stagione entusiasmante, figuratevi adesso, siamo seri.

Buio a mezzogiorno e ombre nel cucchiaio d’argento, come un tempo, e lui resta sempre così, inafferrabile. Appari e poi scompari, e ti perdi e ti ritrovi, continuamente, e in questo gioco c’è lui, e ci siamo noi. Ma è inevitabile: quando uno scrive o parla di Dylan fa sempre autobiografia, parlando d’altro, e fuori dalle formule e dagli schemi e dai modelli, e contro formule e schemi lui resta lo specchio dei nostri tempi, ma contro il tempo,e quindi è anche il nostro specchio più estremo, e disturbante. Va da sé, quello che poi uno ci ritrova in questo specchio può piacere o non piacere, fatti suoi, ma tanto non c’è alternativa, e non si scampa.

Da cinquantacinque anni esatti, Dylan incarna la propria era, sabotandola, e, sì, sarà anche un grandissimo poeta e un musicista stupendo, e un vero scrittore (Chronicles è semplicemente un capolavoro) ma la sua lezione più preziosa e più vera è questo esempio di libertà che non ha uguali. La vita potrà anche essere una “serie di sogni”, però a occhi aperti, e Dylan, oggi, è ancora il ragazzo del Minnesota che sbarcava a New York nel 1961 sentendosi “a rambler” e “a gambler”, un vagabondo e un giocatore d’azzardo, ma consapevole. Lasciamo stare la lucidità con cui ha sempre detto di non aver mai scritto canzoni di “protesta”, ma semmai di “rivolta” e prendiamo atto che lui ha sempre voluto essere se stesso, mai qualcos’altro, meno che mai la “voce di una generazione” o, peggio, un megafono. Questo in effetti è un sottrarsi, e sacrosanto, ma nella coscienza di Dylan c’è molto altro. Se negli anni ottanta si era perso per strada sul serio, poi aveva ritrovato la strada immergendosi in vecchi blues sognati e inventati da altri, e ricreandoli, e quei due straordinari dischi di cover dei primi anni novanta (Good as I been to You e World Gone Wrong) sono tra le cose più sue di sempre, e più emozionanti. Ma davvero, oltra alla “vecchia gente del folk”, e ai bluesman del Delta riemersi dagli anni trenta, come fantasmi, per Dylan ci sono tante altre cose, c’è tutto un mondo.

In un passo sorprendente di Chronicles, rivela qualcosa di se stesso che è sempre sfuggito a tutti e lascia di sasso: “Si era detto che la Seconda guerra mondiale aveva segnato la fine dell’Età dei Lumi, ma non per me. Io non ne ero mai uscito. Non me l’ero dimenticata e ne percepivo ancora la luce. Li avevo letti, Voltaire, Rousseau, John Locke, Montesquieu, Martin Lutero, visionari, rivoluzionari… Era come se li conoscessi, come se avessero vissuto dietro casa mia”. Tipico suo: spiazzare, prendere di sopresa, sconcertare. Da illuminista lisergico, e da erede di Baudelaire e Rimbaud (e di Woody Ghutrie), Dylan è sempre rimasto ben sveglio, anche in letargo, e tutte le sue svolte e giravolte e abiure e tradimenti vanno letti come un tentativo estremo di stare sempre un passo più avanti (e due o tre indietro).

Come nella Bibbia, ha sempre prestato attenzione ai segni dei tempi, ma persino chi lo vuole inchiodare alla prosopopea della sua The Times They are a-changin’ dovrebbe mischiare meglio il suo mazzo di carte o scoprire che magari sono soltanto tarocchi, e da quattro soldi. Dylan non ha mai voluto essere un profeta o un bonzo o un vate e tantomeno un sociologo, o un politico. “Certe volte”, ha scritto, “si sa che le cose devono cambiare, che stanno per cambiare…e non è abbastanza per potersi dare una direzione. Poi succede un che di inaspettato ed ecco che ci si ritrova in un altro mondo, si fa un salto nell’ignoto e si ha l’istintiva consapevolezza di essere liberi.”

Questa libertà gli è servita per vedere oltre e modificarsi lui, senza ripetersi. Basta un esempio. Se negli anni sessanta le sue canzoni di “rivolta” declinavano l’Apocalisse come una categoria sociale, forse l’unica valida, col passaggio degli anni settanta il male diventa quel Blood on the tracks che segna la vita privata e i suoi smarrimenti, e i cannoni e i fucili e le stragi dei Masters of War sono rimpiazzati da quel “cavatappi nel cuore” che chiude You’re a Big Girl Now, e sembra un enigma. Al “completo rifiuto di dubitare di sé” (Greil Marcus) che è stato il suo marchio di fabbrica, e il suo credo, Dylan ha costantemente associato il desiderio e il coraggio di inoltrarsi nel roveto ardente dell’ambiguità e francamente non gli è mai importato granché di farsi amare così, tanto per fare. Ha sempre fatto quello che voleva, tranquillamente, e mai quello che gli altri pretendevano da lui, ricattatori. Adesso, per dire, canta pure Frank Sinistra, e non si vergogna. Per oltre cinquantanni è stato un camaleonte, senza nascondersi (“I don’t cheat on myself, I don’t  run and hide, Hide from feelings that are buried inside”), e tutti gli atteggiamenti, le maschere, le pose, le infinite figure che ha assunto e dismesso non sono un esempio di trasformismo ma di reinvenzione costante della propria identità, dentro al presente e contro la gabbia del presente, e contro il potere. La vita e l’arte come ricerca interminabile e reinvenzione continua: in fondo ha sempre parlato di questo, mostrato questo. Davvero, che senso ha parlare del Nobel e spaccare il capello in quattro, accalorarsi? Sono soltanto chiacchiere, “Idiot Wind”. Del resto, lo ripete da una vita, come stupirsi? “There’s no success like failure and failure is no success at all”.

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