Il papa e la transizione cubana

Armin Greder

Armin Greder

Dei due, Jorge Mario Bergoglio e Fidel Castro, il più religioso sembrava il lider maximo cubano, e non per la bizzarra somiglianza con padre Pio di Pietrelcina. Il papa ha visitato Fidel nella sua residenza all’Avana, lo scorso 21 settembre, nel corso del viaggio nell’isola caraibica (19-22 settembre) che ha immediatamente preceduto quello negli Stati Uniti (22-27), primo capo di Stato a entrare in territorio statunitense direttamente da Cuba dopo la svolta dei rapporti bilaterali da lui stesso facilitata. Dalle poche immagini diffuse dell’incontro, l’anziano rivoluzionario, icona vivente del regime, ha il piglio intenso, ancorché un po’ malfermo, parla agitando le dita, come nei mille comizi pronunciati davanti a folle plaudenti, quasi una liturgia del castrismo, corruga ieraticamente la fronte. Francesco sorride, ascolta amabilmente, un po’ come il parroco che va a trovare gli anziani. Il pontefice che manda a rotoli l’etichetta vaticana, che liquida i cardinaloni di Curia con sguardi fulminanti, che smonta pezzo a pezzo le ritualità della corte romana, prima di andarsene, fa una battuta a Fidel (non c’è audio, non si sa cosa gli abbia detto) poi scoppia a ridere lui stesso. Fidel lo guarda interrogativo. Un po’ come i tutori dell’ortodossia cattolica irrequieti, a Roma, per il riformismo del papa latino-americano.

Bergoglio e Castro si sono regalati dei libri. Sono due leader, ma anche due uomini di pensiero. Fidel ha regalato al papa una copia del libro-intervista che realizzò nel 1985 con il domenicano Frei Betto, teologo della liberazione, Fidel y la religion, Francesco due libri di umorismo teologico, La nostra bocca si aprì al sorriso e Vangeli scomodi di don Alessandro Pronzato, e un libro, corredato di audiolibro in cd, del gesuita Armando Llorente, insegnante del giovane Fidel al collegio di Santiago, morto novantaduenne in esilio in Florida. Un regalo, sì, ma anche un memento per il padre di una patria che ha emarginato per decenni la Chiesa cattolica, e ora chiede il suo sostegno per accompagnare il tramonto della rivoluzione, afferrare la mano tesa del presidente statunitense Barack Obama senza farsene stritolare, andare avanti senza corrompersi, cambiare senza tradirsi.

L’isola di Cuba è in piena “transizione”, ma il termine è bandito. Scompare dai discorsi ufficiali dei maggiorenti di partito, così come, diplomaticamente, gli uomini di Chiesa lo sostituiscono con il più eufemistico, ma non meno acuminato, concetto della “riconciliazione”. Raul Castro, che dal 2008 ha ereditato la guida del paese dal più carismatico fratello, ha allentato i nodi. Rispetto a soli pochi anni fa nel centro dell’Avana hanno aperto i battenti negozi e ristoranti. Il capitale è spesso straniero, ma, almeno formalmente, la proprietà deve essere obbligatoriamente cubana, e fioccano i prestanome. Lo jinterismo, la prostituzione, continua ad abbondare, è illegale ma il regime sa che attira sull’isola flussi di turisti, e lo tollera. Bandito anni fa, viene alla luce, grazie alla figlia attivista di Raul, l’orgoglio gay. La foto di Fidel che parla col papa (non il video) viene pubblicata, ma contingentata: bisogna far sapere al popolo che l’ospite è particolarmente gradito, smentire le voci ricorrenti di un lider ormai invalido, senza però mostrare troppo la sua vecchiaia. L’immagine del cadavere di Ernesto “Che” Guevara, del resto, sull’isola non l’ha mai vista nessuno, lo spirito del comandante, nell’iconografia dell’immaginario pubblico, è vivo e lotta insieme a noi. Frutto di un estenuante braccio di ferro con il vicino yankee, il governo cubano sta introducendo, pian piano, l’accesso a internet. Gli Stati Uniti da anni portano sull’isola, clandestinamente, strumentazione e reti satellitari perché ritengono che il web riuscirebbe a potenziare la società civile (e l’opposizione) come mille trame politiche non sono riuscite a fare nel corso dei decenni. Il governo cubano sa che non può resistere a lungo, e gradualmente allarga la rete. Lungo le strade dell’Avana si incontrano, accalcati nello spazio di pochi metri quadrati, crocchi di ragazzi con l’iphone, agganciati a sparuti e flebili ripetitori wifi. Non tutti i siti internet sono disponibili. All’hotel Nacional, dove lavora la stampa internazionale per la visita del papa, il segnale invece è forte e chiaro. “Davvero?”, trasecola un giovane cubano, “quindi se vogliono farlo funzionare ci riescono…” Tre ore dopo il decollo dell’aereo papale alla volta di Washington, a ogni modo, il wifi viene spento.

Alcuni vizi non passano mai. Il castrismo parla a pieni polmoni di “solidarietà”, ma prima dell’arrivo del papa centinaia di senzatetto dell’Avana vengono caricati sui pullman e portati lontano. Difficile che il pontefice non sia stato informato, ancor più difficile pensare che l’abbia presa bene. “Servire significa, in gran parte, avere cura della fragilità. Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo”, dice nella messa in Plaza de la Revolucion. Il servizio, scandisce, “guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a ‘soffrirla’, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone”.

Il palco sul quale Francesco dice messa è a pochi metri dai mastodontici ritratti in ferro di “Che” Guevara e Camilo Cienfuegos, i compagni di Fidel prematuramente morti mentre Castro consolidava il suo potere nell’isola. Di fronte, però, il regime ha issato una gigantografia di Gesù Cristo. In cima a un altro palazzo c’è una foto enorme del papa e di santa Teresa di Calcutta con il motto della visita papale, “missionario della misericordia”. La Chiesa cattolica non è mai stata così libera come in questi mesi. Almeno da quando Raul Castro è tornato da Roma con la certezza che Francesco si sarebbe recato in visita a Cuba (“Se il papa continua così tornerò nella Chiesa cattolica”, aveva commentato il presidente, allievo dei gesuiti come suo fratello Fidel). Ancora pochi anni fa, quando Benedetto XVI visitò Cuba nel 2012 (per non parlare della prima, storica visita nell’isola caraibica di Giovanni Paolo II nel 1998) era praticamente impossibile per il cronista straniero intervistare un prete, una suora, un semplice fedele. I parrocchiani a messa iniziavano a rispondere alle domande, poi si interrompevano bruscamente, chissà se avevano intravisto qualche agente in borghese. Oggi gli uomini e le donne di Chiesa possono parlare più apertamente, organizzare manifestazioni pubbliche, rivendicare la loro fede. Il regime reinterpreta la storia. Invita nella sala stampa internazionale Frei Betto, per sottolineare che nel castrismo c’è sempre stata attenzione alla fede cattolica: ed è vero che il libro con Fidel aveva segnato un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti della repressione, il lider maximo intuiva che i cattolici potevano essere degli alleati, ma la libertà, fino all’era Bergoglio, era ancora vigilata.

Papa Francesco ha messo tutto il suo peso politico nella svolta dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti. Lo scorso 17 dicembre, quando Raul Castro e Barack Obama hanno annunciato, in due conferenze stampa parallele in mondovisione, la riapertura dei canali diplomatici, e dunque la fine dell’ultimo scampolo della Guerra fredda, lo hanno ringraziato apertamente. A ricostruire dettagliatamente come sono andate le cose dietro le quinte è stato un eccezionale libro di due professori statunitensi, Back Channel To Cuba (UncPress). Il volume svela, documenti d’archivio declassificati alla mano, arricchiti di interviste con ufficiali e politici nordamericani, sessant’anni di negoziati tra Washington e l’Avana, da Dwight D. Eisenhower a Barack Obama. Cambiano i presidenti, cambiano le strategie. Da ultimo, George W. Bush punta a fare implodere il regime castrista, foraggia l’opposizione, chiude i negoziati, dà un giro di vite agli scambi tra i due paesi. Obama punta quasi tutto sul soft power, riapre gli scambi accademici, allenta (ma non abolisce, complice la maggioranza repubblicana al Congresso) l’embargo, promette di chiudere il carcere di Guantanamo. La situazione, però, non si sblocca nel corso del primo mandato. Il secondo, invece, rappresenta il momento giusto. Obama non è più frenato dalle prudenze di chi cerca la rielezione. Raul Castro intanto invecchia, mentre la povertà (e il malumore) di Cuba non diminuisce, anzi. Condizioni perfette per una svolta, che però stenta ad arrivare. Questione di diplomazia: entrambi vorrebbero la stessa cosa, ma nessuno dei due può perdere la faccia, per non venire assaliti dalle critiche interne (dei repubblicani e dei democratici legati agli esuli cubani in Florida, l’uno, degli hardliner del regime che temono l’implosione l’altro), nessuno può rischiare di mostrarsi alla propria opinione pubblica come il partner debole (e perdente) della trattativa. Servirebbe un mediatore, un facilitatore, qualcuno, esterno ai giochi, che abbia l’autorevolezza politica, la statura morale, la proiezione mondiale per farsi carico delle ragioni del bene comune, portare le due parti a parlarsi, a fare ognuno delle concessioni senza capitolare. è papa Francesco. L’idea viene inizialmente in mente a uno sconosciuto funzionario della Casa Bianca, Obama ne è subito convinto, quando viene sondato anche Raul Castro è entusiasta. Discretamente, viene coinvolto il cardinale dell’Avana Jaime Ortega, aria bonaria, un remoto passato nei campi di lavoro del regime cubano, un presente da uomo di fede capace di perdonare e da fine politico capace di cogliere le opportunità che si schiudono per la Chiesa, nonché un porporato con un ruolo-chiave nell’elezione di Jorge Mario Bergoglio (sarà lui, subito dopo il Conclave del 2013, a pubblicare gli appunti dell’arcivescovo di Buenos Aires durante le discussioni che avevano preceduto l’elezione, quasi un testo programmatico del pontificato). Cuba e Stati Uniti arrivano all’accordo, Washington apre l’ambasciata all’Avana. Mesi dopo, Francesco ha voluto minimizzare il suo ruolo: “La cosa è andata da sola, è stata la buona volontà dei due Paesi, il merito è loro, che hanno fatto questo. Noi non abbiamo fatto quasi nulla, soltanto piccole cose”. Gesuitico understatement che non trova riscontro nelle parole del consigliere di Obama Ben Rhodes, che in un’intervista al “Corriere della sera” conferma che l’ultimo incontro del negoziato si è svolto proprio sotto l’egida di Francesco: “Ricordo la sensazione di leggerezza quando sono uscito dal Vaticano con l’altro negoziatore americano. Abbiamo vagato per Roma, poi siamo andati a cena in un ristorante tipico, consapevoli che ormai il dado era tratto: era tutto nelle mani della Chiesa. Il ruolo del papa è stato fondamentale”.

Francesco, del resto, è il papa giusto, l’uomo della provvidenza direbbe qualcuno. è il primo pontefice latino-americano della storia. Ha una spiccata sensibilità politica. è stato eletto quando i due fratelli Castro sono già anziani, e consapevoli, soprattutto Raul, che è lui che deve preparare il dopo-Castro, perché dopo potrebbero esserci leader più deboli, incapaci di negoziare la transizione, o addirittura di gestire il caos. “Granma”, il giornale ufficiale, dedica prime pagine, inserti, foto a colori al papa argentino. Sottolineano che è un pontefice vicino al “popolo”, attento ai poveri e agli ultimi. “è con ospitalità, affetto e rispetto”, scrive il giornale che prende il nome dal traghetto usato da Fidel e compagni per tornare a Cuba e iniziare la rivoluzione, che il “popolo” cubano attende la visita all’arcipelago, un popolo “la cui rivoluzione coincide”, si sottolinea, “in volontà generale e gestione reale, con la rivendicazione dei più umili, senza eufemismi né eccezioni”. La battuta che, quasi certamente apocrifa, Fidel Castro avrebbe pronunciato una quarantina di anni fa (Martin Luther King veniva assassinato, la Chiesa latino-americana era lacerata e marginalizzata), rende il senso della svolta epocale: “Gli Stati Uniti dialogheranno con noi quando avranno un presidente nero e quando ci sarà un papa latinoamericano”.

Molti nodi restano da sciogliere. Guantanamo. L’embargo, che un cartello lungo la strada percorsa da Francesco in “papamobile” definisce il “peggior genocidio della storia”. I dissidenti ancora in prigione, il cui mancato incontro con il papa ha irritato tanto gli esuli cubani di Cuba quanto la stampa spagnola (ma era politicamente pensabile, nel momento del disgelo dei rapporti con un castrismo al tramonto, siglare una pubblica alleanza con la sua opposizione?). Soprattutto, Cuba è preoccupata che, aprendo le frontiere, arrivino nell’isola non solo investimenti e libertà, ma anche la malavita organizzata, la droga (lo spaccio ora è represso con estrema durezza), il contrabbando, un turismo sessuale di dimensioni incontrollabili, precipitando l’Isla grande in un destino incerto come quello di altri paesi latino-americani dell’area, vittima di un colonialismo di ritorno, più dissimulato ma non meno invasivo di quando Washington considerava il Sudamerica il proprio backyard, se non riportando Cuba a quel hub della mafia che era ai tempi di Al Capone. Una preoccupazione che anche papa Francesco ha ben presente. Il pontefice latinoamericano spera, più in generale, che il “suo” sub-continente riscopra il sogno bolivariano di una “patria grande” capace di ricomporre le divergenze, emanciparla per sempre da ogni colonialismo, e intraprenda un percorso che abbia magari al suo cuore, più che el pueblo unido, el pueblo fiel de Dios.

Concetti risuonati nei calorosi discorsi pronunciati da Bergoglio nel corso del suo viaggio a Cuba. Quando invita preti e religiosi a mantenere uno stile di vita di “povertà” (parole per nulla scontate in un paese dove la povertà morde), perché “la povertà è il muro e la madre della vita consacrata: la madre perché genera più fiducia in Dio, e il muro perché la protegge da ogni mondanità”. Quando invita i giovani cubani, tentati di emigrare appena le frontiere saranno del tutto aperte, a rimanere nel paese, lavorare per “il futuro e la nobiltà della patria” e non idealizzare altri lidi o facili profitti (in Europa, ha detto, “ci sono paesi in cui la percentuale dei giovani dai 25 anni in giù disoccupati è del 40%, in un altro paese del 47 %, e in un altro ancora del 50%: è chiaro che un popolo che non si preoccupa di dare lavoro ai giovani, un intero popolo che non si preoccupa della gente, che questi giovani lavorino, questo popolo non ha futuro”). Piove nella piazza di fronte alla cattedrale dell’Avana, i ragazzi lo ascoltano in silenzio sotto un’acqua fine e ininterrotta, il cerimoniere si avvicina al papa con un ombrello bianco, lui lo allontana da sé e continua a parlare bagnato: il pastore condivide il destino del popolo, fosse anche la pioggia.

Due giorni dopo nella città di Holguin (qui vicino sbarcò Cristoforo Colombo, nel mare di questa zona fu trovata la statua della Vergine del Cobre divenuta patrona dell’isola, simbolo della lotta allo schiavismo e al dominatore spagnolo, da queste parti nacquero Raul e Fidel Castro) Francesco pronuncia l’ultimo discorso, quasi un testo-programmatico: “L’anima del popolo cubano”, afferma, “è stata forgiata tra dolori, privazioni che non sono riusciti a spegnere la fede”. E ancora, sovrapponendo evidentemente la “rivoluzione” cristiana a quella castrista: “La nostra rivoluzione passa attraverso la tenerezza, attraverso la gioia che diventa sempre prossimità, che si fa sempre compassione – che non è pietismo, è patire-con, per liberare – e ci porta a coinvolgerci, per servire, nella vita degli altri. La nostra fede ci fa uscire di casa e andare incontro agli altri per condividere gioie e dolori, speranze e frustrazioni. La nostra fede ci porta fuori di casa per visitare il malato, il prigioniero, chi piange e chi sa anche ridere con chi ride, gioire con le gioie dei vicini. Come Maria, vogliamo essere una Chiesa che serve, che esce di casa, che esce dai suoi templi, dalle sue sacrestie, per accompagnare la vita, sostenere la speranza, essere segno di unità di un popolo nobile e dignitoso. Come Maria, Madre della Carità, vogliamo essere una Chiesa che esca di casa per gettare ponti, abbattere muri, seminare riconciliazione”. Ossia transizione. Nel nome del Vangelo e con il “popolo di Dio”. Che, è sembrato suggerire il Papa, può prendere spunto dalle letture di quel giorno per schivare i rischi opposti e speculari, congelare tutto o cambiare tutto, gattopardescamente, perché nulla cambi: “Il Vangelo ci dice che Maria uscì in fretta, passo lento ma costante, passi che sanno dove andare; passi che non corrono per arrivare troppo rapidamente o vanno troppo lenti come per non arrivare mai”.

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