Il ritorno di Jarmusch

Carmelo Violi

Carmelo Violi

Jarmusch torna al cinema con Paterson, un’opera esile e bella. Un film solo apparentemente scarno, che trova invece il coraggio di parlare di tre cose difficili e assai poco attuali: la poesia, la semplicità e la lentezza. E di farle coincidere.

Per sette giorni consecutivi, dal lunedì alla domenica, il regista, che usa per questo racconto una forma delicata seppure a tratti sospesa, ci fa svegliare ed addormentare insieme al giovane protagonista Paterson (che è anche il nome della cittadina industriale americana in cui si svolge la storia), autista della linea locale di autobus e poeta, e insieme alla sua fidanzata Laura, quasi pasticcera e aspirante folk singer, i bravissimi Adam Driver e Golshifteh Faranahi .

Ogni mattina, per sette giorni, spegniamo con Paterson la sveglia, facciamo colazione con i suoi cereali al miele, e osserviamo con lui, nel silenzio della casa, mentre Laura ancora dorme, gli oggetti che scorrono sotto lo sguardo fisso di chi pensa ad altro.

Lo seguiamo momento dopo momento nella sua giornata di lavoro sull’autobus, fino al rientro a casa, e stiamo dentro al suo tempo e al suo sguardo che prende forma su un piccolo quaderno dove nascono le sue poesie. Poemetti brevi e minimalisti che parlano di ciò di cui parla il film: la scatola di fiammiferi sul banco colazione, certi colori di certe giornate, la piccola ironia che si schiude nella vita di tutti i giorni.

Paterson è un eroe piccolo che apre varchi alla bellezza nel grigiore di un lavoro salariato e routinario.

Senza scivolare nella retorica del semplice, Jarmusch riesce a mostrare la resistente poesia del quotidiano, fatta in gran parte di quelle cose che solitamente non riusciamo neppure a notare. Ma Paterson sì. La sua grazia, che bacia tutto ciò che incontra, trasforma in qualche maniera la vita in poesia. E così la sua poesia cammina sulle stesse ruote dell’autobus che conduce, fa gli stessi percorsi e le stesse fermate, e staziona per tutto il tempo del film lungo l’impercettibile magia che la banalità custodisce.

Poi c’è Laura, la sua compagna. Creativa, leggera come una libellula, innamorata dell’accoppiamento di colori bianco e nero. Apparentemente un personaggio che risponde al più classico stereotipo maschile: melliflua, svampita e velleitaria.

Al contrario il personaggio di Laura si tiene divinamente al di qua di questo cliché, impregnata di quella stessa poesia semplice di cui vive Paterson e l’intero film.

Paterson è anche un film sull’amore. L’empatia, l’attenzione, l’indulgenza di un cuore poetico come quello del protagonista avvolgono la relazione di coppia in una sorta di coperta termica, isolante, che sembra capace di ammortizzare tanto le possibili – ma qui assenti – tensioni quotidiane della convivenza, tanto gli urti della vita stessa.

A inframezzare questa vita di coppia banale e fatata solo l’ironico punto di vista del cane Marvin. Tra il sabato e la domenica però, gli ultimi due giorni in cui seguiamo i protagonisti, la quotidianità serena di Paterson e Laura è messa alla prova. La condizione stessa di poeta di Paterson sembra vacillare. Eppure la poesia proteggerà ancora tutto. Perché qui essa assomiglia più ad una forma della vita che ad una della letteratura. In fondo Paterson è solo in parte un film sulla poesia e solo in parte un film sull’amore. È soprattutto un film sul talento di vivere.

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