John Berger e la fotografia

Armin Greder

Armin Greder

“Una società capitalistica esige una cultura basata sulle immagini… al mutamento sociale si sostituisce un mutamento nelle immagini”. Negli anni settanta, Susan Sontag traduceva in critica della cultura le asserzioni forse troppo vaghe di Debord sullo “Spettacolo”. Ma la produzione di icone – enormi quantità di svago finalizzate ad “anestetizzare le ferite di classe” – sfugge al controllo del potere senza volto del capitale e intervalli ricorrenti immagini disturbanti sconvolgono il paesaggio, estremizzandolo. La soglia di orrore e di scandalo si ridefinisce scandendo il tempo storico in cadenze accelerate, e discontinue (e il “mutamento sociale” torna a sorprenderci). Pochi anni prima di morire, la Sontag in Davanti al dolore degli altri torna sul tema per misurarsi con lo schifo di Abu Ghraib, e di Guantamamo. Oggi, affiora la tentazione di opporre una grande pagina nera alle immagini dei tagliateste invasati dell’Isis. E ancora una volta, è di immagini che si parla, sconcertanti (a metà strada tra le strategie della réclame e il dispositivo retorico della militanza). Sia come sia, guardare una fotografia – o un filmato – è, e resta, un atto complicato, da analizzare.

I saggi di John Berger raccolti in Capire una fotografia (introduzione di Geoff Dyer, Contrasto 2014), sono una guida preziosa e il tentativo (riuscito) di dare spessore e profondità a un gesto vissuto troppo spesso in distratta ingenuità, falsa coscienza. Si tratta di saggi-meditazione-didascalia che coprono un ampio arco di tempo dalla fine degli anni Sessanta al nostro presente. Critico della visione e dei nostri “ways of seeing” senza rivali, in Berger l’intenzione politica non si sovrappone mai al regno della apparenze percettive che fanno della nostra vita tra le immagini un percorso a ostacoli dentro un casa degli specchi. Dalle pagine – fulminanti – sulla foto che mostra il “Che” ucciso, esposto al ludibrio, a quelle sulle foto d’agonia del Vietnam, sino all’omaggio a Cartier Bresson, o a Salgado, Berger si ostina a capire e a smontare e a rimontare le più ovvie percezioni, il nostro modo passivo di guardare, sapendo che il compito del critico è soprattutto quello di demistificare (come argomenta nel lucido saggio sui fotomontaggi di John Heartfield). È il suo metodo. Come in tutta la sua opera, Berger protesta contro un mondo bloccato e unificato da un capitalismo “senza alternative” e tratta immagini e foto come ‘sintomi’.

Eppure, questo grande vecchio non si ferma alla protesta e nella sua prosa non c’è nessuna forma di vano lamento contro il corso del mondo. Berger non denuncia: vuole capire. E i saggi più belli del libro sono probabilmente quelli in cui lo sguardo di Berger intreccia la storia e la sociologia, il “tempo narrato” e il “tempo storico”, facendoci intuire che c’è sempre un mondo dentro al mondo, o sotto al mondo. Le pagine sui contadini di Arthur Sander che si mettono in ghingheri per la festa del paese sono esemplari. L’abito e la fotografia è un capolavoro di critica marxista, non ideologica (e non a caso, Berger passando per Benjamin, cita Goethe: “esiste una forma delicata di empirismo che si identifica così intimamente con il suo oggetto da trasformarsi in teoria”). Lavorando sul contrasto tra i corpi induriti dal lavoro dei contadini e gli abiti borghesi che questi proletari indossano con sussiego sul far della sera, Berger osserva che in questa foto abbiamo “un esempio minimo, ma molto efficace (forse l’esempio più efficace che esista), di ciò che Gramsci chiamava egemonia”. Per capirlo, bisogna soltanto guardare di più, e guardare meglio. È uno snodo chiave del primo Novecento: le classi lavoratrici si convinsero – furono convinte: dalla pubblicità, dalle fotografie – ad adottare come propri i criteri della classe dirigente, anche nel vestire. Proprio “l’accettazione di quegli standard… li condannò, in quel sistema normativo, a essere sempre in modo riconoscibile per le classi superiori, mediocri, goffi, ordinari, insicuri. Ed è proprio così che si soccombe all’egemonia culturale”.

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