La diga di Roccamera

Karl Ove Knausgård, Glemmingebro, Svezia (Matteo Pericoli)

Karl Ove Knausgård, Glemmingebro, Svezia (Matteo Pericoli)

 

Pubblichiamo la prefazione di Goffredo Fofi a La diga di Roccamena di Lorenzo Barbera, appena ristampato dalla casa editrice I Quaderni del Battello Ebbro. Ringraziamo l’autore e l’editore per averci permesso di riproporla.

Nel 1964 uscirono due inchieste notevoli, questa di Lorenzo Barbera su La diga di Roccamena nella collana dei Libri del tempo di Laterza – che aveva pubblicato negli anni precedenti le inchieste di Tommaso Fiore, Rocco Scotellaro (Contadini del Sud, 1954), Bianciardi e Cassola (Minatori di Maremma, 1956), Edio Vallini – e la mia su L’immigrazione meridionale a Torino (Feltrinelli), che avrebbe dovuto uscire presso Einaudi due anni prima ma fu rifiutata dall’editore per motivi più politici che scientifici. A farla pubblicare da Feltrinelli fu Danilo Montaldi, l’autore delle bellissime Autobiografie della Leggera (Einaudi 1961) e, con Franco Alasia, di Milano Corea (Feltrinelli 1960), dove le storie di vita erano state raccolte da Alasia mentre Montaldi era l’autore del commento e saggio sull’emarginazione urbana nella “capitale morale” e industriale della penisola. Nella collana di Laterza aveva trovato posto nel 1955 Banditi a Partinico di Danilo Dolci, mentre l’altra grande impresa di Dolci, l’Inchiesta a Palermo, uscì da Einaudi nel 1958. Mi piace ricordare che nel ’55 Pasolini aveva dato alle stampe la sua grande perlustrazione nella poesia popolare, il Canzoniere italiano (Guanda) e nel ’56 Calvino la sua raccolta e riscrittura delle Fiabe italiane (Einaudi). Sulla rivista “Nuovi argomenti” diretta da Alberto Carocci e Alberto Moravia trovarono posto molte altre inchieste e storie di vita raccolte da questi e da altri investigatori, principale tra tutte quella di Franco Cagnetta su Orgosolo (1954), raccolta più tardi in volume. Non si trattava soltanto, in quel tempo, di investigare e raccontare l’Italia com’era, dopo vent’anni di censure fasciste, ma, secondo esigenze più immediatamente politiche, di raccontarla “dal basso”, o meglio, di farla raccontare agli italiani medesimi, accettando la funzione di trasmissione delle loro vicende e delle loro idee e infine, secondo gli insegnamenti di una sociologia non accademica (ispirata alla lontana ai lavori della Scuola di Chicago), di condividere il lavoro di ricerca con i diretti interessati, di fare “inchiesta partecipata”. L’inchiesta doveva servire a cambiare le cose, non soltanto per eventuali interventi dall’alto dall’alto: doveva servire a far “prendere coscienza” (secondo una vecchia convinzione socialista) agli intervistati della loro condizione e a stimolarli alla ricerca delle soluzioni attraverso la lotta e l’auto-organizzazione. Era questa in qualche modo (diciamo così, più “socialdemocratico”) anche la convinzione delle scuole di servizio sociale da poco nate, la più vivace delle quali, il Cepas, finanziatada Adriano Olivetti e diretta da Angela Zucconi, ospitò per tre anni sia Lorenzo Barbera che me, beneficiari di una piccola borsa olivettiana, e si distinse per l’interesse portato in particolare al “lavoro di comunità”(su iniziative concrete, dall’Abruzzo alla Lucania). La scuola era stata fondata da Maria Calogero, che aveva definito in modo sintetico e lucido il compito dei nuovi “operatori sociali”, che tutti erano tenuti a “fare inchiesta” nelle situazioni in cui operavano: “aiutare gli altri perché si aiutino da soli”. Era un principio comune che il lavoro che si faceva – di militanza sociale politica culturale – doveva contribuire alla costruzione di un’Italia migliore, senza più le differenze economiche spesso terribiliereditate dal passato. È su questo sfondo (in politica, il passaggio dalla guerra fredda alla coesistenza pacifica, e in Italia dal centrismo al centro-sinistra) che va collocato il lavoro di Lorenzo Barbera La diga di Roccamena, esemplare per molti versi. Ma, prima di dire perché, mi preme ricordare che Milano Corea, L’immigrazione meridionale a Torino e La diga di Roccamena non sarebbero esistiti senza la comune e decisiva influenza di Danilo Dolci, a cui sia Alasia – il più antico e il più fedele collaboratore di Danilo – che Lorenzo e io siamo debitori di uno stimolo umano, di una modalità politica e del confronto con un modello sociologico assolutamente decisivi: un debito di riconoscenza che è doveroso ribadire. Non erano fedeli in assoluto a un modello anche perché lo stesso Danilo scriveva in quegli anni inchieste ibride – storie di vita e studi particolari come l’Inchiesta a Palermo e Spreco ( 1960) e poi Conversazioni (sempre Einaudi, 1962). I tempi mutavano e si avvertiva il bisogno non solo di denunce e “prese di coscienza”, anche di proposte concrete sul piano economico e sociale. Erano anni in cui, infine, la parola programmazione e la parola pianificazionenon erano più di pochi ma addirittura dei partiti di governo. La diga di Roccamena risponde a questo mutato periodo storico, le cui speranze furono troncate dapprima dal fallimento del centro-sinistra e dalla vittoria del modello Agnelli sul modello Olivetti e dalla corruzione del funzionariato delle industrie di stato, dall’esplosione del ’68 – di cui ho sempre visto le origini nell’insoddisfazione per le riforme promesse e non attuate, prima fra tutte quelle riguardanti l’accesso alla scuola dei ceti più poveri (vedi Lettera a una professoressa) – e poi del ’69 e dalla accesa politicizzazione dei movimenti, fino alle radicali sconfitte subite dalla risposta della parte più ottusa e più criminale dei poteri pubblici e privati. Si chiudeva un’epoca, e il “sociale” è tornato a imporsi solo dopo altri sommovimenti, e dopo l’imposizione di un modello nuovo di società accettato negli anni del benessere e subìto in quelli della crisi. Ma stavolta si è trattato più di iniziative di resistenza che non di proposte più o meno radicali, si è trattato di una controtendenza che non ha, sul piano della politica, il peso che avrebbe potuto e dovuto avere e che, in definitiva, continua ad affidarsi allo Stato nonostante il decisivo tramonto del welfare, e a un Privato vieppiù internazionale e in parte, quello finanziario,occulto e incontrollabile da qualsivoglia “basso”. Tutto questo rende la lettura di La diga di Roccamena più dolorosa che consolante, perché racconta un’epoca che era, nonostante tutto, di grandi speranze. Il lavoro di Lorenzo è per tanti aspetti esemplare e appassionante: per la descrizione di una comunità e della sua storia (dei suoi modi di vivere e di lavorare, delle sue diversità sociali, delle lotte e dei loro protagonisti talora semplicemente eroici, del separatismo e del suo fallimento, dei fallimenti o delle incertezze e compromissioni delle riforme, della piaga dell’enfiteusi, della mafia e dei suoi tipi umani -“gli intellettuali”, più subdoli, e “i villani”, più trucidi -, di Corleone come centro di riferimento e di potere territoriale, della situazione della scuola (bellissimi gli interventi di Paola Buzzola, allora compagna di Lorenzo e proveniente anch’ella dal Cepas), delle richieste fondamentali su salute e lavoro, del Pci, della condizione giovanile, e di una folla di personaggi poi raccolti in buona parte nel “comitato cittadino dei cento” – spesso chiamati con il loro nomignolo o, come si diceva in Sicilia, “ingiuria” – che, sollecitati da Lorenzo e dai suoi collaboratori, peraltro tutti o quasi del posto, raccontano, discutono, analizzano, propongono. È un coro straordinario, e più vivace, mi pare, che nelle Conversazioni di Danilo, portato all’azione da un metodo di lavoro ben preciso che è tuttavia quello che Danilo ha teorizzato: discutere di tutto e insieme; risolvere i conflitti – nei limiti del possibile! – con la discussione e il confronto, con l’accettazione dei compromessi inevitabili (le ragioni di tutti, quelle motivate e chiare). L’assemblea, insomma, l’agorà, che mi ha fatto pensare, e non si tratta di un’associazione gratuita, al sogno capitiniano dei Cos o Centri di orientamento sociale. E poi il digiuno come preparazione al momento dell’azione. La non violenza e la disobbedienza civile come punti basilari, scelte irrinunciabili dei mezzi giusti, importanti quanto i fini. Il legame tra le idee, le scoperte attuate nel corso del lavoro (dell”‘inchiesta partecipata”) si fanno evidenza nel sogno di “una comunità senza egoismo”. Più in particolare, il metodo dell’intervento conoscitivo e di quello pratico si intrecciano indissolubilmente, perché “ogni ricerca sociale deve essere azione sociale e ogni azione sociale deve essere ricerca”. E cambiamento nel corso dell’intervento. È molto bello rileggere La diga di Roccamena, libro raro ed esemplare, ma è infinemolto malinconico se si pensa al dopo, agli anni in cui la corsa allo sviluppo e un malinteso progresso hanno avuto (pasolinianamente) la meglio, se si pensa all’Italia di oggi, e alla povertà delle nostre speranze di poteri a migliorare, a un tempo di resistenza piuttosto che di lotta, e di conseguenti risultati. Anche il “muoversi lentamente” teorizzato da Lorenzo mi pare serva a poco, perché alla nostra lentezza, al nostro metodo, si è risposto e si risponde da parte dell’avversario con velocità impressionante, con trasformazioni che incidono sulla natura stessa dell’uomo, nella nuova era detta post-moderno. Siamo stati sconfitti, abbiamo perduto, non c’è dubbio, e tuttavia anche da questo libro si evince il dovere di continuare. La sconfitta non ci ha avvilito oltre misura, non ci ha tolto l’ostinazione di voler capire, di aiutare gli altri a capire, di capire e fare con loro, pronti a dar loro e a prendere da loro, a ricercare e affrontare insieme le azioni da compiere pensando a un mondo migliore, più “vero” di questo. I nostri compiti si sono nel tempo accresciuti, anche di fronte allo stesso fallimento o “recupero” del modello diga (e cioè alla violenza del progresso, che può anche portare benessere, ma con esso nuove contraddizioni, senza risolvere le vecchie; e penso a quello di cui ci aveva già avvertito un romanzo come La masseria di Bufalari, ristampato da poco per le edizioni Hacca, che mi è capitato di rileggere in concomitanza con La diga di Roccamena; o a quello che ci ha raccontato dell’India Arundhati Roy). E tuttavia la questione, ci hanno spiegato altri maestri, non è di vincere, ma di essere nel giusto e nel vero e di fare attivamente, non solo studiare denunciare parlare, per l’affermazione del giusto e del vero.

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