La lezione di Gaetano Salvemini

copertina salvemini

 

Pubblichiamo la prefazione di Alessandro Leogrande al volume edito da Cacucci e curato da Cesare Preti, Gaetano Salvemini e Giuseppe Patrono – Lettere 1948-1955. Ringraziamo il curatore e l’editore per aver concesso la riproduzione.

 

Un vecchio carteggio che emerge dalle carte di un archivio, e che per lungo tempo ha fatto compagnia ad altre carte sepolte dalle epoche e dal tempo, è spesso una miniera. Non solo è la testimonianza della stagione in cui quelle lettere sono state scritte, ma è anche un reperto archeologico (più o meno centrale, più o meno marginale) all’interno del quale è possibile scorgere una fitta rete di relazioni, incontri, esperienze, scambi di idee, segmenti biografici. Lo è sicuramente anche questo, tra Gaetano Salvemini e Giuseppe Patrono, recuperato tra le carte dell’archivio privato di Patrono, e consegnato, dopo la sua scomparsa, all’archivio della Fondazione Di Vagno.

L’oggetto iniziale dello scambio epistolare tra i due (un allora giovane intellettuale azionista brindisino, poi entrato nel Psi, e un gigante del pensiero e dell’impegno politico della prima metà del Novecento, uno dei pochissimi che tuttora – a molti decenni di distanza – meriti davvero, e senza alcuna enfasi, il nome di “maestro”, dal momento che dai maestri si può apprendere e dissentire in egual misura), l’oggetto iniziale di queste lettere, dicevo, è l’invito rivolto il 19 agosto del 1948 da Patrono a Salvemini, allora ancora negli Stati Uniti, a inviare un ricordo scritto per una commemorazione dell’economista Antonio De Viti De Marco. Salvemini rispose subito dieci giorni dopo, allegando alla sua lettera un breve saggio sull’economista salentino scomparso nel 1943, con cui aveva condiviso l’esperienza del settimanale “l’Unità”, da lui diretto dal 1911 al 1920, cioè a partire dalla critica della sbornia nazionalista per la guerra in Libia (che spinse Salvemini a ideare un luogo di riflessione autonomo sulla politica interna e estera, in anni tanto convulsi) fino agli anni, per certi versi ancora più convulsi, successivi alla fine della Grande guerra, quando Salvemini fu tra i primi a cogliere non solo i punti di frattura della società italiana, il ritardo delle forze politiche che sedevano in Parlamento, la crisi delle varie correnti del socialismo, ma soprattutto il diluvio che si stava per abbattere.

Sorto in quella occasione, lo scambio epistolare si sviluppò ben oltre il convegno che si tenne a Bari nel settembre successivo per commemorare Antonio De Viti De Marco (e della cui organizzazione, preparazione e realizzazione vi è ampia documentazione nell’appendice a questo volume). Continuò anche negli anni successivi. L’ultima lettera di Salvemini è della fine di novembre del 1955. Si era ormai ritirato a Sorrento, dove morirà meno di due anni dopo.

Mi chiedo spesso come sia possibile raccontare la complessità di una vita come quella di Gaetano Salvemini, l’impegno meridionalista e socialista, la ricerca storica e le riviste militanti, le polemiche, gli allievi, la lotta al fascismo, il lungo esilio lontano dall’Italia e poi anche dall’Europa (quando decise di stabilirsi nel New England), il ruolo da lui svolto dopo il suo ritorno, gli ultimi anni della sua vita, e molte altre cose, a un ventenne che oggi viva a Bari, Napoli o Milano. Quali tasti toccare, quali testimonianze privilegiare, quali episodi raccontare, quali pagine far leggere. Mi chiedo anche se questo carteggio, oltre che un eccezionale documento storico, possa fungere da apripista, possa contribuire a far conoscere Salvemini (e insieme a lui lo stesso Patrono) a chi magari lo ha sentito nominare solo poche volte.

Scorrendo queste lettere (firmate più da Salvemini che da Patrono; tanto da far ritenere che Patrono non abbia conservato copia di tutte le missive da lui inviate al “maestro”) mi rispondo che sì, è possibile. E dico questo non solo perché ogni carteggio, come detto prima, spesso è una miniera o un reperto archeologico di vite ed esperienze che non ci sono più. Dico ciò perché, leggendo proprio queste lettere, ho pensato subito che tra le loro righe emergesse tutta l’acutezza di Salvemini. Il suo essere maestro, il suo essere un punto di riferimento.

Ciò affiora già dalla prima lettera che Salvemini scrive a Patrono, rispondendo alla sua richiesta di inviargli un ricordo di De Viti De Marco. Divagando quasi dall’oggetto dello scambio epistolare, Salvemini gli risponde che si ricorda bene di lui, del suo interlocutore, che ha letto alcuni suoi articoli su “Italia socialista” e che uno l’ha persino riprodotto su “Controcorrente”, una rivista bostoniana fondata da esuli antifascisti cui collaborava in quegli anni. Ma poi aggiunge subito: “L’ho un poco sgrossato. E soprattutto ho spezzato i periodi in proposizioni brevi. I lettori del popolo trovano faticoso leggere i periodi lunghi. Molte volte ci mettono due o tre giorni per leggere un articolo. Il loro è uno sforzo che commuove. E noi ‘intellettuali’ – con rispetto parlando – dovremmo non aggravare la loro fatica. Spero che non ti offenderai se ho messo le mani nella tua prosa per… risciacquarla.”

In queste poche righe c’è tutto Salvemini. C’è il “mestiere” di un direttore di riviste, ma c’è anche l’amore per il “popolo”, per gli emarginati, gli sfruttati, gli esclusi, quelli che non ce la fanno, più che per un’idea precostituita di classe. E al contempo c’è il rifiuto per tutte quelle fumisterie ideologiche, per il parlare a vanvera, per il pensiero che si distacca dal mondo e dall’azione, fino a farsi afasico o autoreferenziale. È un concetto che ribadisce anche in altri luoghi del carteggio quando, forse anche un pizzico di malizia, individua nella prosa di Giordano Bruno e di Benedetto Croce i modelli di questo distacco dal reale.

“Parla chiaro” e “Fa’ quel che devi, accada quel che può” sembrano essere le due idee-guida, i due imperativi, alla base dell’esistenza salveminiana. Alla base di ogni considerazione morale e di ogni azione politica. E alla base anche dello scrivere su giornali e periodici, quasi sempre messi in piedi con estreme difficoltà, perché – come detto a Patrono – quello sforzo di lettura commuove, quanto meno chi ha occhi per vedere, e una rivista è sempre un luogo di incontro tra scrive e chi legge, un luogo di incontro fra persone diverse, di origine e formazione diverse, riconosciutesi tra loro con l’intento per fare un pezzo di strada insieme.

“L’Unità” che Salvemini diresse, e alla quale De Viti De Marco collaborò assiduamente, fu un esempio di tutto ciò in anni bui. Nel ricordo dell’economista salentino allegato alla lettera, Salvemini scrive: “Quel settimanale, che specialmente nei primi anni trattò continuamente problemi meridionali, non ebbe che mille abbonati – quasi tutti settentrionali. L’Italia meridionale non dava che un centinaio di lettori. Un deserto.”

Ma “l’Unità” non si occupò solo di meridionalismo e di questioni meridionali, e quando lo fece lo fece sempre in un’ottica di risoluzione nazionale di tali questioni, favorendo la ricerca di una reale alleanza tra gli operai del Nord e gli esclusi del Sud, e affinando la critica verso chi, anche a sinistra, negli anni del giolittismo, preferiva insistere sull’inclusione sociale e politica della classe operaia del Nord, dimenticandosi che l’altra metà del paese aveva una struttura politica e sociale profondamente diversa.

“L’Unità” fu un rivista vigile anche sulla politica estera. Non si occupò solo della spedizione libica, ma anche delle questioni adriatiche e balcaniche prima e dopo la Grande Guerra, consapevole (Salvemini e la redazione) che non ci poteva essere alcuna forma di socialismo all’altezza dei tempi se non fosse stato in grado di dire la sua, con rigore e analisi, sulle principali questioni internazionali.

Che siano stati mille o più di mille i suoi abbonati, “l’Unità” fu una rivista che lasciò un segno, aprì molte menti, formò una generazione di persone che poi sarebbero entrate nelle file dell’antifascismo. Forse il più bel ricordo de “l’Unità” lo ha fatto una volta Ernesto Rossi, allievo quasi filiale e poi strettissimo collaboratore di Salvemini fin dagli anni dell’università e del “Non mollare”, il foglio realizzato da entrambi insieme ai fratelli Rosselli e a pochi altri, nella Firenze della metà degli anni venti, che per primo denunciò le compromissioni degli alti vertici del regime fascista nell’uccisione di Matteotti.

Disse Ernesto Rossi nel corso di una commemorazione tenuta a Roma per il decennale della scomparsa del “maestro”, che gran parte delle persone incontrate nella sua vita, quelle che hanno segnato il suo percorso, la sua formazione, ciò che ha fatto o scritto o pensato, avevano a che fare con Salvemini. Tutto ciò, aggiunse, gli era ben chiaro da sempre, anche negli anni del primo antifascismo: “Prima di essere arrestato, nei quattro anni in cui muovendomi da Bergamo andavo in giro come commesso viaggiatore della notte a stampa clandestina, dovunque trovassi un antifascista non comunista disposto a distribuire la mercanzia che portavo in due grosse valigie, quasi sempre riscontravo che era stato un abbonato de ‘l’Unità’. Erano i germogli dei semi generosamente sparsi da Salvemini dieci o vent’anni prima. Trascorso un altro decennio i medesimi germogli hanno ancora dato i loro frutti migliori nella lotta della Resistenza.”

C’è in Salvemini una forte attenzione, di derivazione mazziniana, alla volontà dei singoli davanti agli eventi. La Storia, la politica, non si fanno mai da sé. Sono il prodotto dell’azione degli uomini in carne e ossa, delle loro scelte operate sia individualmente, sia all’interno di gruppi organizzati. Sono la conseguenza delle loro azioni, del loro fare e sovente del loro non fare. Ci sono coloro che hanno atteso, quando invece era il tempo di agire. E ci sono altri che hanno contribuito a ridurre il disastro. E altri ancora che hanno acceso qualche fiammella.

La politica e i suoi immobilismi non derivano mai esclusivamente dalla società, dalle sue trasformazioni e dai suoi conflitti, benché un’analisi delle sue intime strutture non possa essere esente da elementi di critica sociale. C’è sempre uno spazio di autonomia, e quindi di responsabilità. Viceversa, come già detto, il mondo della cultura, e quella sottile terra di mezzo nata dall’incontro tra attività intellettuale e società politica, non è mai il prodotto di una campana di vetro, né di un parto in laboratorio. Proprio perché inevitabilmente calato nel mondo, anch’esso ha le sue responsabilità. Non porsi il problema del proprio ruolo, per un intellettuale (parola cui Salvemini aggiunge subito, come visto, “con rispetto parlando”), vuol dire semplicemente negare tutto questo, perseguendo l’astrusa idea della propria astrazione del mondo.

L’idea di un rapporto, tutt’altro che deterministico, tra la società e la sua rappresentanza politica emerge anche in un’altra lettera di Salvemini contenuta in questo volume. Non è inviata a Giuseppe Patrono, bensì a un generico “Caro amico”, presumibilmente un amico comune a entrambi, che ha dato una copia della missiva a Patrono in un momento successivo.

È del giugno del 1950. Salvemini scrive che, nei decenni precedenti, è stato indubbio un miglioramento delle condizioni di vita dei braccianti meridionali. Il punto essenziale, però, è che quella classe, nel 1950, quando scrive, non era ancora in grado di far emergere dal proprio interno degli organizzatori e dei suoi rappresentanti. Questi provenivano ancora, come in passato, dalla piccola borghesia intellettuale, per Salvemini da sempre una delle principali cause del freno della società meridionale, il principale ostacolo alla creazione di una reale classe dirigente. In assenza dell’autonomia intellettuale di cui c’era bisogno come il pane, si stavano semplicemente riproducendo, all’interno del partitismo meridionale, e dei suoi precari equilibri, i soliti meccanismi di sudditanza politica e di mera riproduzione di un ceto politico ammaliato dalla status quo.

L’analisi è tanto acuta, quanto spietata. E forse tanto acuta, proprio perché spietata.

Difatti, subito dopo, Salvemini aggiunge: “Ora avviene che mentre le classi rurali si sono elevate socialmente, la piccola borghesia intellettuale è scesa intellettualmente e moralmente assai più in basso che non fosse vent’anni or sono. Ogni anno le università meridionali sfornano decine di migliaia di laureati, ignoranti, morti di fame, ladri, imbroglioni. Ci sono eccezioni eroiche, come c’erano eccezioni eroiche mezzo secolo fa. Ma le eccezioni di oggi, in confronto della massa aumentata in proporzioni enormi, sono ancora più impotenti che mezzo secolo fa… Io non vedo salvezza!”

Circa quarant’anni prima, Salvemini aveva fornito un’analisi altrettanto spietata della piccola borghesia intellettuale meridionale in un articolo apparso su “La Voce” di Prezzolini: Cocò all’università di Napoli o la scuola della mala vita.

Era il 1908. E, cosa non secondaria, a parlare era un docente universitario senza peli sulla lingua. Cosa rimane oggi di tutto questo? Cosa rimane del pessimismo salveminiano dei suoi ultimi anni di vita, quel pessimismo che lo portava a vedere le maggioranze conformiste sempre più maggioranze e le minoranze sempre più minoranze?

Innanzitutto rimane intatta l’esortazione a dire sempre la verità, anche a costo di crearsi non pochi nemici: in quegli anni, ad esempio, è forte il richiamo di Salvemini a mantenere salda e autonoma una “terza Italia”, che rischiava di essere schiacciata nello scontro tra la Dc vincitrice delle elezioni del ’48 e le forze frontiste. Non essere “né clericali, né comunisti” vuol dire per Salvemini provare a ragionare sulla democrazia italiana e la sua emancipazione al di fuori di un pensiero che procede per condizionamenti esterni, e per il ricorso a una teleologia politica che sacrifica il presente e la sua concretezza in nome di un domani di là da venire.

Cos’altro rimane?

Rimane il fastidio per le frasi fatte e per il limbo di un pensiero slegato dal reale. Rimane la ricerca di un meridionalismo che parta innanzitutto dall’analisi della palude, dei ritardi e delle responsabilità interne alla stessa società meridionale (e quindi quanto di più lontano ci possa essere dal borbonismo di ieri e di oggi). Rimane una critica delle classi dirigenti che, anche quando accesa e tagliente, non diventa mai livore anti-politico. Per Salvemini, come ribadisce in una delle lettere, “dire che invece dei partiti ci vogliono dei ‘movimenti’ è sostituire una parola a un’altra”. Detto in altri termini: quella che oggi definiremmo antipolitica mutua troppo in fretta i vizi della politica nel suo farsi forza organizzata, tanto da non poter costituire un’alternativa. L’alternativa non è semplicemente un problema di strutture. Attiene, ancora una volta, a una sfera precedente: gli individui.

Ma per scrivere un carteggio bisogna essere in due. E l’impressione che si ricava dalle lettere raccolte in questo volume è che Salvemini intraveda in Giuseppe Patrono un interlocutore collocato sulla sua stessa lunghezza d’onda. Ciò non è solo testimoniato da tutte le volte che il “maestro” annuncia all’“allievo” che ripubblicherà un suo articolo su questa o quella rivista. È testimoniato innanzitutto da una sorta di aria di famiglia, un modo comune di pensare e di sentire, cui Salvemini fa sempre riferimento. Il suo non è mai un monologo, è un dialogo con un amico distante geograficamente ma vicino politicamente, benché appartenente a un’altra generazione. Come appartenenti ad altre generazioni sono stati tantissimi dei suoi allievi, tantissimi di quegli uomini per cui intellettualmente e non solo intellettualmente è stato un maestro, e con cui quasi sempre ha mantenuto negli anni del lungo esilio un contatto epistolare.

Quando, nel 1949, riprese l’insegnamento dalla cattedra di Storia moderna lasciata ventiquattro anni prima, volle ricordarne nel discorso tenuto all’Università di Firenze almeno due che non c’erano più, Nello Rosselli e Camillo Berneri. Uno giellista, l’altro anarchico: “il primo con suo fratello Carlo doveva essere assassinato nel 1937 da sicari francesi per mandato italiano; il secondo doveva essere soppresso in Spagna da comunisti nel 1937”.

C’è alle spalle di questo carteggio, e delle lettere raccolte in appendice, inerenti al convegno che si tenne a Bari su Antonio De Viti De Marco, una fitta rete di relazioni umane: l’ordito di una piccola Italia anticonformista, minoritaria, eretica, antitotalitaria, cosmopolita, europeista, socialista (di quel socialismo che, per Salvemini, era da tempo senza partito, un socialismo che – come disse sempre Ernesto Rossi nel ricordo del maestro – “voleva assicurare a tutti gli uomini, in quanto uomini, a qualsiasi categoria appartenessero, un minimo di vita civile”). C’è dietro queste carte un gruppo di persone fra cui si dipanano infiniti fili. A tratti si avverte soffiare forte e caldo il vento della solidarietà e della comunanza esistenziale, prima ancora che intellettuale.

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