La sinistra italiana e Israele

 

Danilo Santinelli

Danilo Santinelli

 

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di “Charlie Hebdo” e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.” Allorché il rabbino Moshe Sebbag gli ha risposto: “La nostra casa è la Francia”. Per giorni, a margine del dibattito sulla natura del terrorismo dello Stato islamico, sulla guerra globale in atto, sul diritto di satira di “Charlie” se ne apre un altro, solo apparentemente più ristretto, sul rapporto tra Israele e il mondo ebraico francese (e più in generale europeo). Dove corre il discrimine dell’identità e dell’appartenenza? Può il premier dello stato israeliano parlare a nome di tutti gli ebrei del mondo? Quali sono oggi i tratti salienti della diaspora? Come vive questa il nuovo antisemitismo? Per la cronaca, proprio nel corso del 2015 il numero degli ebrei francesi che si sono trasferiti in Israele è nettamente aumentato…

Il secondo è più recente. A fine gennaio, negli stessi giorni in cui alla Statale di Milano viene conferita la laurea honoris causa a Amos Oz (e su questo numero riproponiamo la laudatio di Gianni Turchetta), in Israele il gruppo di estrema destra “Im Tirtzu” lancia una campagna contro David Grossman, Abraham Yehoshua e lo stesso Oz, definendoli “talpe nella cultura”, e accusandoli – in pieno stile maccartista – di essere dei traditori, per il solo fatto di essere storicamente vicini alla sinistra del paese, e continuare a credere nella soluzione dei “due stati”.

I due episodi, più o meno a un anno di distanza, evocano un cumulo di confusioni e sovrapposizioni, spesso reciproche. Chi oggi difende il progetto di Grande Israele portato avanti dal governo di Netanyahu, e da una destra spostata sempre più a destra, oltre a rigettare nella pratica ogni passo verso la soluzione dei “due stati” (oggi indebolita anche a causa delle fratture interne al mondo palestinese), produce intenzionalmente una costante identificazione tra Israele, stato ebraico, mondo ebraico al di fuori del paese e adesione incondizionata alle politiche di questo governo. Chi viene meno all’ultima adesione, risale presto l’intera catena (data per oggettivamente logica) fino a essere associato alla categoria di traditore, se non addirittura a quella di antisemita. Viceversa, rovesciando la stessa catena logica, ma in fondo sussumendola in toto nei propri ragionamenti, chi critica le politiche di questo governo, spesso arriva a sparare a zero non solo contro l’intero progetto dello Stato israeliano, ma contro gli “ebrei” in quanto tali. Nel mezzo di questa doppia rincorsa viene stritolata ogni considerazione che tenga conto delle differenze, delle pluralità, delle stratificazioni, e dell’esercizio del diritto di critica (o di tradimento) di ogni ideologia o contro-ideologia. Esattamente, cioè, la pasta di cui sono fatti i romanzi e i saggi di Amos Oz.

Da un’angolatura particolare ha guardato a tale universo di questioni e scissioni Roberto Delera, che a lungo ha lavorato a un libro stampato solo dopo la sua morte, con la prefazione di Gad Lerner e Luigi Manconi: L’asinello di Elisha. La solitudine degli ebrei di sinistra in Italia, dal dopoguerra all’attentato a Rabin (edizione fuori commercio; per informazioni scrivere a betti.guetta@fastwebnet.it).

Delera non solo ricostruisce il rapporto spesso difficile tra Israele e la sinistra italiana, specie dopo la guerra dei Sei giorni nel 1967 (riesamina le posizioni filo-israeliane del Psi e di Nenni, da sempre vicino all’esperienza dei kibbutzim; e quelle anti-israeliane del Pci, con la pressoché unica eccezione, tra gli alti dirigenti, di Umberto Terracini), ma analizza, nello specifico, il tormentato percorso degli “ebrei di sinistra” rispetto a tali questioni. Il percorso, cioè, di coloro i quali (non pochi) per biografia, scelta, militanza, si sono trovati nell’intersezione fra i due mondi, nel momento in cui i due mondi si sono distanziati, ed è a tratti emerso – Delera non usa mezzi termini – un nuovo, strisciante antisemitismo di sinistra, che è passato dalla critica delle politiche adottate da Israele verso i palestinesi (del tutto legittima, e sovente sacrosanta) alla condanna dell’esistenza stessa di Israele, se non addirittura degli ebrei, tout court. Di questo si sono occupati anche Matteo Di Figlia in Israele e la sinistra (Donzelli) e Gadi Luzzatto Voghera in Antisemitismo a sinistra (Einaudi).

Spesso, scrive Delera con l’attenzione a tanti piccoli passaggi che gli deriva dall’aver militato nelle formazioni della nuova sinistra italiana, quegli “ebrei di sinistra” si sono trovati schiacciati tra chi – nel mondo ebraico – pretendeva una adesione incondizionata alle decisioni dei governi israeliani e a tutto il rosario di guerre che si sono susseguite nei decenni, proprio “perché ebrei”; e chi – nelle formazioni di sinistra, sia parlamentare, sia extraparlamentare – chiedeva loro non semplicemente di dissociarsi da quelle scelte, ma di operare una sorta di abiura radicale proprio “perché ebrei”. E questo indipendentemente dal fatto che quegli “ebrei di sinistra”, esattamente come gli “israeliani di sinistra”, abbiano criticato radicalmente l’uso della forza e delle armi quale risoluzione di ogni controversia.

La pietra di paragone di questo rovesciamento è la guerra semantica (a volte sommersa, a volte del tutto esplicita) intorno al termine “sionismo”, oggi spesso ridotto a sinonimo di “colonialismo” o “imperialismo”… Eppure, come dice David Bidussa citato da Delera (con parole non molto dissimili da quelle adottate da Corrado De Benedetti nell’intervista pubblicata in questo numero): “Il sionismo è un movimento il cui lessico politico è omologo, o almeno contiguo, a quello della sinistra europea, di una sinistra di matrice libertaria e populista più che socialdemocratica. E per quanto all’interno del movimento sionista siano presenti aree politiche assimilabili alla destra nazionalista, ai liberali, ai movimenti politici confessionali, non sono queste aree a dare forma al discorso politico sionista. È la cultura politica della sinistra a dare forma al sionismo.”

Al di là dell’eredità di figure come Martin Buber o Gershom Scholem (oggi praticamente rimosse dal dibattito pubblico), la contiguità di cui parla Bidussa è evidente nelle biografie di molti. Prendiamo in considerazione, ad esempio, i fratelli Sereni: Enzo, sionista socialista, dopo aver fatto aliyah in Palestina e aver fondato il kibbutz di Givat Brenner, tornò in Italia per partecipare alla Resistenza, fu catturato e torturato dai nazisti e morì a Dachau; Emilio fu invece militante comunista clandestino e ministro dei primi governi antifascisti. Emilio Sereni si era laureato alla Scuola superiore di agricoltura di Portici insieme all’amico Manlio Rossi-Doria, e Portici è un luogo chiave per comprendere l’intreccio tra socialismo, meridionalismo e sionismo negli anni venti e trenta del secolo scorso. In fondo, c’era una intuizione molto simile che spinse molti italiani ad andare al Sud e molti ebrei italiani ad andare in Palestina: fare della rivoluzione nelle campagne (sia nei rapporti di lavoro, sia nei rapporti tra lavoratori, sia nei modi di produzione) la leva per una trasformazione generale della società.

Quando, allora, il sionismo è stato interpretato come altro da sé, fino a essere travisato in un modo tale per cui l’antisionismo è giudicato da molti una forma di anti-imperialismo? Da dove nasce tale confusione? Sono responsabili coloro i quali, nella destra israeliana e tra i suoi alleati fuori del paese, hanno rivestito di un involucro sionista le politiche degli ultimi decenni? O sono responsabili anche coloro i quali – specie a sinistra – hanno accuratamente rimosso l’intreccio tra sionismo e socialismo nella storia di una costola importante della stessa sinistra europea (e mediorientale)?

Sono le domande che si pone Roberto Delera lungo tutto l’arco del suo saggio, che si conclude evocando la figura di Yitzhak Rabin, forse l’ultimo grande leader sionista in grado di contribuire alla costruzione di una pace reale con i palestinesi. Il suo assassinio, al termine di un comizio nel novembre del 1995, segna uno spartiacque decisivo nelle vicende mediorientali, e in quelle ovviamente interne al paese. È evidente che, in seguito, c’è stato un netto scivolamento verso posizioni sempre più conservatrici delle politiche dei governi che si sono succeduti, e che molti termini politici sono stati ridefiniti negli anni di Netanyahu.

Gli stessi spazi di elaborazione politica si sono ridotti. In questo, complici anche i diktat dei nuovi conflitti globali e l’avanzata dell’islamismo radicale (che ha fatto propri i canoni della predicazione antisemita), la solitudine degli ebrei di sinistra, in Italia e in Europa, si è accresciuta. Per certi versi, è speculare alle stesse accuse di tradimento di cui sono oggetto i più noti intellettuali progressisti israeliani.

Tuttavia, proprio nel momento in cui il sentiero sembra farsi più stretto, e i motivi di confusione si infittiscono, è inevitabile tornare a far riferimento a quella complessa stratificazione di esperienze che stavano alla base dell’intreccio tra pensiero ebraico, movimenti d’emancipazione, dibattito intorno al sionismo, creazione di rapporti nuovi con gli arabi. Non resta che tener viva quella stessa fiammella che attraversa le pagine di Oz o di Grossman. Chi nega che tutto ciò esista o sia esistito, soprattutto da sinistra, rende il migliore dei servigi alla retorica di Netanyahu.

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3 commenti a La sinistra italiana e Israele

  1. paola 16/03/2016 11:10 #

    sto leggendo in questi giorni “La questione palestinese” di Edward Said, dove viene delineato il contenuto dell’ideologia e dell’azione del sionismo in merito al “ritorno” nella patria perduta Israele. Mi sembra di aver capito che, benché tale pensiero avesse importanti componenti socialiste e liberal, pur tuttavia si caratterizzava sin dall’inizio per rilevanti aspetti di razzismo nei confronti delle popolazioni arabe di Palestina, razzismo espresso nel continuo ignorare la presenza di un popolo, nel considerarlo e nel trattarlo da inferiore e via dicendo.
    Certo tutta la cultura del tempo era improntata al medesimo atteggiamento di compiacimento occidentale per la propria superiorità e di questo occorre tenere conto, ma lo spossessamento di un popolo della sua terra, che tante volte si è presentato nella storia degli uomini (genocidio degli indios dell’america meridionale, dei nativi dell’america del nord) appare più grave in questo caso perché si prolunga nel XXI secolo e perché poche voci si levano a ricordarlo e perché, soprattutto, gli aggressori (lo stato di Israele) non hanno neppure iniziato il percorso di presa d’atto delle proprie responsabilità.

  2. paola 16/03/2016 11:11 #

    sto leggendo in questi giorni “La questione palestinese” di Edward Said, dove viene delineato il contenuto dell’ideologia e dell’azione del sionismo in merito al “ritorno” nella patria perduta Israele. Mi sembra di aver capito che, benché tale pensiero avesse importanti componenti socialiste e liberal, pur tuttavia si caratterizzava sin dall’inizio per rilevanti aspetti di razzismo nei confronti delle popolazioni arabe di Palestina, razzismo espresso nel continuo ignorare la presenza di un popolo, nel considerarlo e nel trattarlo da inferiore e via dicendo.
    Certo tutta la cultura del tempo era improntata al medesimo atteggiamento di compiacimento occidentale per la propria superiorità e di questo occorre tenere conto, ma lo spossessamento di un popolo della sua terra, che tante volte si è presentato nella storia degli uomini (genocidio degli indios dell’america meridionale, dei nativi dell’america del nord) appare più grave in questo caso perché si prolunga nel XXI secolo e perché poche voci si levano a ricordarlo e perché, soprattutto, gli aggressori (lo stato di Israele) non hanno neppure iniziato il percorso di presa d’atto delle proprie responsabilità

  3. G.T. 28/03/2016 22:33 #

    Articolo in pieno stile « anime belle », infarcito di sottintesi che per non essere volgari sono nondimeno ipocriti e falsanti la prospettiva con cui intendere e capire Israele. L’obiettivo è quello di sempre : screditare lo stato di Israele, facendo della morale spicciola facendogli la morale, l’esercizio preferito dalla sinistra (non solo) italiana. Con finale riferimento elegiaco e lacrimevole a Rabin, che non manca mai (il Rabin assassinato, va da sé, non il politico sionista e l’inflessibile militare). Ma ci ritorneremo sopra.
    Prendiamo ad esempio questo assunto, un concentrato anti-israeliano ad usum delphini : « … oltre a rigettare nella pratica ogni passo verso la soluzione dei “due stati” (oggi indebolita anche a causa delle fratture interne al mondo palestinese) ».
    Chi è che rigetta la soluzione ? Va da sé, il governo « di destra » israeliano : perfidi. Rigetta « ogni passo » verso la soluzione : perfidia elevata al cubo. Quale soluzione ? Quella dei « due stati ». Ma è una soluzione ? Non sembrerebbe, visto che non ha basi storiche, né tanto meno legali, e soprattutto non è perseguita dai palestinesi. Le aveva, nel 1947. I palestinesi non solo hanno rifiutato, ma con una discreta batteria di stati arabi hanno mosso guerra : perdendola. Capita tuttavia che pur perdendo la guerra, la cosiddetta Cisgiordania (Gerusalemme Est compresa) non fu inglobata nello Stato di Israele, ma rimase sotto dominio arabo, giordano per la precisione. Ma di « due stati » manco a parlarne. Non ci furono « due stati » allora, dovrebbero esserci ora ? Ma come? quelli de Lo Straniero dicono che è il governo « di destra » israeliano che rigetta ogni passo: i passi fatti dai palestinesi ? Quali sarebbero questi passi ? Si possono leggere da qualche parte ? Aahhh, è una soluzione « oggi indebolita ». Oggi. Come mai ? Fratture interne. Cioè, stiamo parlando di Gaza (abbandonata da Sharon nel 2005) e di Hamas, una dittatura islamica e un gruppo terrorista, e dell’Autorità Palestinese, la consorteria più corrotta e divoratrice di fondi internazionali del dopoguerra, quell’Autorità Palestinese cosi’ attenta alle regole democratiche il cui democratico e moderato presidente Abu Mazen sta democraticamente in carica da più di dieci anni essendone stato democraticamente eletto per quattro?
    E’ poi tra il comico e il surreale che l’articolo si dia a scoprire che il sionismo, capperi, non è sinonimo di imperialismo. Scoperta che pero’ non va giù, e la si condisce con curiose piroette retoriche. Infatti ci si chiede, se l’equivalenza sionismo=imperialismo sfiora le candide menti di sinistra, avrà ben un responsabile ? Va da sé, « sono responsabili coloro i quali, nella destra israeliana e tra i suoi alleati fuori del paese, hanno rivestito di un involucro sionista le politiche degli ultimi decenni? » . Che affermazione balzana: in Israele, stato Sionista come l’Italia fu stato Risorgimentale (lo spirito è lo stesso), « ricoprono di un involucro sionista » le politiche degli ultimi « decenni » ! Cosa sarà « un involucro sionista » ? Forse quell’imperialismo che la domanda qui sopra voleva negare ? E lo fanno da decenni, cioè da quando è nato lo stato moderno di Israele, che come si sa non ha nemmeno 70 anni ! E chi lo fa ? la destra e « i suoi alleati fuori del paese », vale a dire quelli del complotto ebraico e plutocratico che corrompe la salute dei popoli ? Sembrerebbe di capire proprio questo. Ovviamente sempre per la questione dei « due stati ».
    Ma attenzione « sono le domande che si pone Roberto Delera lungo tutto l’arco del suo saggio » (dovrebbe essere la ragione dell’articolo, la digressione su codesto saggio), che pero’ come si vede, fa fiorire pieno di sottintesi tra le righe. Ne volete un altro ? Come giudicare allora il falso (perché qui siamo al falso storico) la candida affermazione pro-domo centro sociale de noartri per cui Yitzhak Rabin fu « forse l’ultimo grande leader sionista in grado di contribuire alla costruzione di una pace reale con i palestinesi » ? Già, perché, udite udite, nel 2000 a Camp David Ehud Barak offrì a Arafat quasi tutto, compresa Gerusalemme Est, la sovranità sul Monte del Tempio e l’offerta ai palestinesi dello status di nazione. Arafat rifiuto’, a riprova che a lui e a tutti i palestinesi dei « due stati » non è mai fregato nulla. E non basta. Nel 2008, Ehud Olmert offrì un accordo ancora migliore di quello precedente di Barak ma Abu Mazen (eh già, c’era già lui) non si degnò neppure di rispondere. Nel 2009 l’ANP, appoggiata da Obama, chiese il congelamento di nuove costruzioni in Giudea, Samaria e Gerusalemme. Netanyahu bloccò tutto per 10 mesi nella speranza di riprendere i negoziati ma Abu Mazen rifiutò ancora una volta e da allora ogni tipo di dialogo cessò del tutto per lasciare il posto al passatempo preferito dei palestinesi: il terrorismo. Sinistra italiana consapevole o meno, il che, importa proprio poco.

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