La Turchia dopo il mancato golpe

Bruna Ximenes

Bruna Ximenes

 

Comincia l’autunno ed è sempre come se cominciasse ora, veramente, il nuovo anno. Con nuove forze ed energie, recuperate grazie alla lentezza dell’estate, tempo di sospensione e pausa. In Turchia non è così. Il nuovo anno si apre con interrogativi e grosse preoccupazioni sul futuro immediato, con angosce, dubbi e sospetti. Nei mesi scorsi, le energie si sono consumate nel tentativo di comprensione degli sconvolgimenti estivi e ora in molti sbandano e tentennano, affannati, spauriti, cercando di non soccombere all’avvilimento o alla rassegnazione.

Il mancato golpe del 15 luglio è stato un fulmine in un cielo oscuro. Ha sconvolto un paese già straziato da molti attentati, che hanno reso tutti vulnerabili, e non più solo alcune regioni, come quelle del Sud-est già stremate da mesi di coprifuoco e di guerriglia, o solo alcuni gruppi della società, come quando le bombe avevano fatto saltare in aria militanti e sostenitori della sinistra, riunitisi per una manifestazione per la pace (Ankara, ottobre 2015) o per portare aiuti alla popolazione di Kobane (Suruç, luglio 2015). L’aria in Turchia era già pesante. Quando le elezioni politiche dello scorso giugno si sono risolte in un nulla di fatto per il mancato accordo sulla coalizione di governo che avrebbe rispecchiato un voto plurale, non più compatto sul partito di maggioranza Akp, era già chiaro che ci sarebbe stata una virata, anche se i fatti sono andati ben oltre. Allora i toni dello scontro politico sono diventati più che aspri e un clima di violenza diffusa ha cominciato a guastare anche la quotidianità più distratta dallo stordimento della metropoli. La vittoria del partito di Recep Tayyip Erdogan nella tornata elettorale successiva in novembre ha dato ragione a un’idea, purtroppo sempre più diffusa, che la stabilità, dicasi anche tranquillità, ha bisogno di una figura forte, dal pugno duro e alcuna capacità dialettica. Se su questo c’è stato in Turchia un ritrovato consenso, ci si dovrebbe però meglio intendere su cosa sia la tranquillità. Perché il quieto vivere non può esistere in un paese inquieto.

 

Golpe/contro-golpe

Il tentativo di golpe avvenuto la notte dello scorso 15 luglio ha colto tutti di sorpresa. In un paese la cui storia è stata scandita dai colpi di Stato – tre in due decenni: 1960, 1971, 1980 e poi il cosiddetto golpe postmoderno del 1997 – nel corso degli anni duemila quello del golpe è apparso sempre più come uno scenario improbabile, dissonante con il formidabile sviluppo economico, la nuova visibilità e il protagonismo internazionali, la vivacità culturale e politica. Un intervento militare con carri armati per le strade e F16 nei cieli sembrava appartenere a un lontano Novecento. L’esercito in Turchia, sempre attore determinante nella vita politica, non compariva più, se non nelle immagini del conflitto nella regione a maggioranza curda del paese. Avevamo smesso forse di stupirci di questa assenza quando nelle proteste del parco Gezi nel 2013 – un’altra estate ardente, ma di altri fuochi – non si vide sopraggiungere neanche un soldato ma solo tanta, tanta polizia. E invece, d’improvviso, nello sbigottimento generale, in poche ore si è mescolato il repertorio classico di un golpe, fatto di carri armati, soldati per le strade, occupazione della televisione di Stato, comunicato dei golpisti, posizione del capo di Stato incerta, con le nuove tecnologie e mezzi di comunicazione, grazie a internet e cellulari che hanno permesso dichiarazioni ufficiali in streaming e una costante copertura mediatica in una rapidità che ha destato sconcerto e anche numerosi dubbi, soprattutto all’estero. E poi, altro che coprifuoco. Nelle strade hanno cominciato a riversarsi centinaia di persone, esortate dal presidente della repubblica e altri esponenti di governo, a scendere in piazza per difendere la democrazia. Una folla armata di bandiere rosse con stella e mezzaluna che scandiva slogan dell’Akp e frasi religiose molto diversa dai gruppi che più di recente erano presenti in cortei e manifestazioni. Una folla che però, nei giorni a seguire, ha cominciato a diversificarsi, soprattutto nelle piazze, come Taksim, che erano state teatro di proteste di altro tenore per poi essere chiuse a ogni assembramento pubblico. Ora, invece, le piazze erano aperte, i trasporti pubblici per raggiungerle gratuiti. Questa “guardia alla democrazia” ha impegnato migliaia di persone che per quasi un mese si sono riunite in una grande festa popolare, i cui toni certo stridevano non solo con la gravità del pericolo scampato quella notte ma anche con quanto stava accadendo nelle settimane successive, tra arresti di massa e dichiarazione dello stato di emergenza.

Da un lato per molti è stata un’appropriazione dello spazio pubblico, e in particolare di quello di piazze e luoghi centralissimi, spesso off-limits per questioni di costi, tempo, appartenenza sociale; e comunque, in genere già connotate politicamente (e socialmente) perché luoghi di proteste contro il governo. Questa volta riunirsi in piazza non era solo concesso ma anche favorito e appoggiato. Molti erano quindi i sostenitori del partito di Erdogan, ma non c’erano solo loro o gli ultranazionalisti, i vecchi lupi grigi che di tanto in tanto alzano la mano in segno di corna, il loro simbolo. C’erano anche kemalisti o curiosi, di certo tutti uniti dalla condanna unanime contro il tentativo di golpe e da un rinnovato vigore e orgoglio nazionale. Mancava però tutta quella parte dei sostenitori sparsi e organizzati della sinistra liberale e progressista, non perché appoggiassero i golpisti ma perché annichiliti dagli eventi. Secondo il resoconto ufficiale la gente comune è riuscita a fermare il golpe e a cambiare quindi il corso degli eventi. Un uomo ammantato di una bandiera nazionale che con una mano ferma un carroarmato è l’immagine ufficiale scelta per la grande manifestazione di unità nazionale per la democrazia svoltasi a Istanbul il sette agosto. Nelle parole degli uomini di governo una popolazione compatta e unita, non più lacerata dalle fratture che negli ultimi mesi sono apparse profonde e pericolose, si è mossa in nome della democrazia. Un’immagine, quella della popolazione turca scesa in piazza in massa, che la stampa internazionale ha ripreso rapidamente, facendo da amplificatore a un discorso d’effetto ma anche utile alla situazione di scompiglio che ha seguito il golpe, dimostrando di conoscere poco la società turca e la sua storia.

 

Rovesciamenti

Sin da subito, mentre ancora tutto era in corso, è cominciata una retorica che non ha fatto che gonfiarsi nei giorni successivi fino a delineare la cornice discorsiva del nuovo quadro politico. Non era ancora certo del tutto che il tentativo di golpe fosse stato sventato che già l’ex presidente della repubblica e fondatore dell’Akp insieme a Erdogan, Abdullah Gül, dichiarava che l’indomani sarebbe stato un nuovo giorno per la democrazia. Il 15 luglio, dopo poco, è stata per davvero dichiarata festa nazionale della democrazia e dei martiri, una decisione che ha richiamato alla mente un’altra festa nazionale, il giorno della libertà e della costituzione, istituita dopo il golpe del 1960 e poi cancellata durante il regime militare seguito al 1980. Solo che questa volta non si celebra un golpe ma il suo fallimento.

Se però è fallita una manovra che a detta di tutti in Turchia sarebbe stata davvero tragica si è inaugurata una nuova e importante fase politica per il paese, di cui si distinguono dei tratti ma non è facile capire l’evoluzione.

Il governo non è stato rovesciato ma il mancato golpe è diventato (abilmente) l’occasione per operare altri rovesciamenti. Intanto un governo, e un partito, che nel corso di questo ultimo mandato, più che prima, era accusato di autoritarismo ha trovato una legittimazione come fautore della democrazia e difensore della nazione. L’unanime condanna del golpe da parte di tutti i partiti presenti in parlamento si è trasformata in una coesione nazionale in cui pare si sia sciolta la forte polarizzazione e i contrasti tra maggioranza e opposizione. L’imponente manifestazione di Yenikapi a Istanbul, che con grande maestosità ha celebrato insieme la nazione turca, l’orgoglio nazionale, la gloria del passato, lo spirito militare, è servita come importante e indimenticabile momento per fissare una narrativa in cui a vecchi elementi del nazionalismo turco si sono aggiunti gli sforzi discorsivi dell’Akp degli ultimi anni nella definizione della “nuova Turchia”. Così l’immagine mastodontica di Erdogan, che nel frattempo ha cominciato a essere chiamato baskomutan, comandante supremo, è stata affissa accanto a quella, delle stesse proporzioni, di Atatürk, da sempre figura unica e impareggiabile. In modo analogo il golpe sventato è stato paragonato dal primo ministro Yildirim alla guerra di indipendenza del 1919-1923 che ha portato alla fondazione della repubblica turca. E come ogni guerra anche questa ha avuto i suoi eroi da glorificare.

Da subito le vittime della notte del 15 luglio sono state definite “martiri”. In tutti i discorsi pubblici, come naturale, si è usato solo questo termine, accompagnato da una retorica sul sacrificio e il sangue versato per la patria. Ai cosiddetti martiri è stato poi intestato il ponte sul Bosforo, le loro foto sono state affisse nella metropolitana di Istanbul, la lista dei loro nomi su un enorme pannello a Taksim. Gli oltre novanta “martiri” sono meno della metà delle persone rimaste uccise; il resto, presunti o reali golpisti, è stato sepolto senza rito in un cimitero comune. Traditori, ovviamente, ma soprattutto terroristi. Il golpe è stato subito attribuito all’imam Fethullah Gülen, negli Stati Uniti dal 1999, e al suo movimento oramai definito negli ambienti ufficiali conl’acronimo FETÖ (Fethullaçı Terör Örgütü, Organizzazione terrorista gülenista). Un’organizzazione già strenuamente perseguita da Erdogan negli ultimi anni dopo essere stata però sua forte alleata. Dal 2013, quando la rottura ha raggiunto l’apice con lo scandalo di corruzione che ha costretto a un rimpasto di governo, l’attuale presidente della repubblica non ha fatto altro che accusare il movimento Gülen di aver messo su una struttura parallela intenzionata a rovesciare l’ordine statale. Imputargli quindi il golpe è stato immediato. La questione problematica è comprendere il livello di penetrazione nel paese di questa organizzazione, ramificata anche a livello internazionale. È risaputo ed è stato anche denunciato da inchieste giornalistiche, ai tempi assai criticate, che prima della rottura con l’Akp, il movimento gülenista era riuscito a insediare molti dei suoi membri nella funzione pubblica, a più livelli, all’interno della polizia, tra i giudici, nei ministeri e, inoltre, gestiva un sistema articolato di scuole di tutti i gradi fino alle università. Epurazioni, arresti, dimissioni forzate contro sostenitori o membri del movimento si sono susseguite nel corso degli ultimi anni ma dopo il golpe hanno raggiunto proporzioni impressionanti. Decine di migliaia di licenziamenti hanno colpito il settore pubblico: dal ministero dell’istruzione, il più colpito con oltre 28mila dimissioni, ai ministeri dell’interno, della giustizia, degli esteri, della sanità, della famiglia, degli affari religiosi. Non c’è ambito statale che non sia stato preso in considerazione, università e televisione comprese, ma anche molte istituzioni private e organizzazioni di categoria sono state colpite. Un’operazione di licenziamenti e arresti di massa che è accompagnata da un concentrato di lessico medicale che parla di virus da debellare, male da estirpare, infezione, pulizia necessaria. E il male della Turchia degli ultimi anni risulta così risolversi quasi di colpo. Molti dei crimini e dei reati ancora irrisolti e oscuri sono risultati imputabili a gülenisti: l’assassinio del giornalista armeno Hrant Dink, il massacro di Roboski, anche l’abbattimento del jet russo. Ne deriva un passaggio logico abbastanza rapido: se le colpe sono da imputare ai gülenisti, l’Akp non ha responsabilità, ma anzi è stato vittima come l’intera nazione. Il golpe fallito permette di fare tabula rasa, di risolvere questioni aperte, è un nuovo inizio, come dice il primo ministro.

Le cifre degli arresti sono talmente alte che viene da chiedersi da un lato, se descrivono una realtà, quale fosse allora l’effettiva stabilità e solidità del governo e dall’altro, risultando eccessive, quanto non sia questa una manovra, affrancata dal consenso post-traumatico del tentato golpe, per attaccare un’opposizione più ampia e per dettare una linea nella ristrutturazione del paese.

Di fatto ogni voce che si alza per criticare o sollevare dubbi sulla situazione attuale rischia di essere tacciata per essere filo-golpista e contro la nazione, c’è molta cautela nell’esprimere opinioni e finora quando artisti o agitatori culturali si sono esposti ne hanno pagato le conseguenze vedendosi annullare o sospendere concerti, spettacoli teatrali, mostre. E non solo. Una logica del sospetto dilaga e spinge al silenzio. Alla porta accanto ci può essere sempre un gülenista, ma può anche esserci chi interpreta in modo negativo un comportamento considerato, prima, solo anticonformista e non per forza critico.

Diventa sempre più difficile fare opposizione, non c’è se non un esiguo margine di parola, di intervento. Si organizzano però ancora sit-in e azioni di solidarietà. Una nota scrittrice, Asli Erdogan, è in carcere perché membro del comitato editoriale di un quotidiano, “Özgür Gündem”, accusato di fare propaganda terroristica. È stata avviata una campagna e scrittori e giornalisti si danno il turno giorno per giorno per scrivere un pezzo per lei. Esporsi non è facile e denota un certo coraggio. Molti giornalisti sono stati arrestati, alcuni per essere rilasciati dopo pochi giorni, in operazioni che hanno molto di intimidatorio. Non è però possibile cancellare tutto il fermento culturale e politico dell’ultimo decennio, a cui Gezi aveva dato enorme energia e forza e anche quel coraggio di osare la visibilità e di creare legami. Bisognerà capire in che modo questo si trasformerà e quanto inciderà nelle generazioni più giovani essere state testimoni di un tentato golpe, di arresti, e di ritrovarsi in una Turchia che all’estero appare meno cool e molto problematica e da cui si comincia a voler andar via.

 

La nuova Turchia

La Turchia che esce dal golpe per ora lascia intravedere alcune tendenze preoccupanti. La compattezza e lo spirito unitario visto a Yenikapi è già in crisi. Se tutti si dichiaravano allora sostenitori della democrazia, ora cominciano a emergere interpretazioni diverse. Il partito kemalista, il maggiore dell’opposizione, se da subito ha affiancato l’Akp nel discorso post-golpe, probabilmente nella speranza di sottrarre o quantomeno contenere il potere che quello ne avrebbe derivato, non ha colto però l’occasione per mettere in crisi l’operato del governo fino ad allora e incomincia a disapprovare adesso gli arresti e le decisioni che mettono in grave crisi l’autonomia delle istituzioni, da ultimo aver imposto lo svolgimento dell’inaugurazione dell’anno giudiziario nel palazzo presidenziale.

D’altra parte è evidente che l’Akp abbia avviato un nuovo corso della sua politica, tanto nelle relazioni con l’estero quanto all’interno. L’attribuzione delle migliaia di posti di lavoro lasciati scoperti dalle dimissioni forzate implicherà, nel contesto e retorica attuali, una dichiarazione di fedeltà incondizionata al governo. La ristrutturazione del servizio pubblico colpisce settori sensibili, come l’istruzione e l’informazione, e se forse genererà un nuovo consenso rischia, come hanno sottolineato alcuni analisti, di avere come conseguenza lo strutturarsi di uno Stato-partito. Non solo, l’esercito è stato investito di grossi cambiamenti, che vanno oltre la ridefinizione dei suoi quadri e la sostituzione degli arrestati e lo vincolano molto di più al governo. Le accademie militari sono state sostituite nel frattempo da un’università per la difesa nazionale. Il cambiamento determinante sarà però dato dalla riforma costituzionale, di cui si discute da tanto per l’intenzione dichiarata di Erdogan di passare a un regime presidenziale. Si dovrà capire in che termini essa sarà formulata e quale il dibattito con l’opposizione che l’accompagnerà.

Infine, la questione curda, sempre complessa ha raggiunto con il golpe una situazione critica e gravissima. Lo scontro tra esercito e Pkk si protrae oramai da mesi e si intreccia in modo violento con gli sviluppi della guerra in Siria. La situazione di conflitto incide profondamente sulla percezione della questione e della popolazione curda nel paese. È tornata a valere l’associazione curdo-terrorista. Contemporaneamente in ambito politico il partito Hdp, che nasceva come formazione filocurda ed era stato capace di un grande slancio politico innovatore, si è trovato in un corto circuito. Pur condannando il golpe è rimasto l’unica voce di opposizione nelle prime settimane ed è stato escluso dai colloqui per la preparazione della cosiddetta manifestazione di Yenikapi. L’entusiasmo generale ed esaltato per lo slogan unitario del dopo golpe, “una nazione, una bandiera, una patria, uno Stato”, ha relegato l’Hdp e la sua convinta idea di pluralismo a una minoranza più che esigua. Esso ha inoltre perso consensi per l’ambiguità nelle sue dichiarazioni sulla lotta armata del Pkk e perdendo così molto del terreno guadagnato in breve tempo che gli permette di essere comunque il terzo partito. Per quanto la questione curda sia ancora attuale, è lontanissimo il periodo in cui appariva come il fattore su cui misurare il cambiamento politico e sociale del paese e in cui si parlava, anche se con scetticismo, di “apertura democratica”. Nel nuovo anno in Turchia la democrazia rischia di avere ben più oscure declinazioni.

 

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