Il lavoro che non c’è (e che non ci sarà più)   

Ahmed Ben Nasser

Ahmed Ben Nasser

 

È inutile nasconderlo, non torneremo più alla situazione pre-crisi, né per quanto riguarda l’occupazione, né sul piano delle opportunità di crescita e di nuovo sviluppo. Facendo una proiezione per i prossimi anni, basandoci su ciò che sta accadendo in questa tornata d’anno, le ipotesi più probabili sembrano indirizzarci verso un periodo prolungato di crescita del pil intorno allo zero, una stagnazione che certo non porterà la disoccupazione sotto la soglia del 10% (che riguarderà comunque oltre 2 milioni e mezzo di persone), né farà scendere la disoccupazione giovanile molto sotto il 40% (significa, con le condizioni attuali, oltre 600mila giovani nella fascia d’età compresa fra i 15 e i 24 anni ai quali si aggiungono oltre 900 mila persone con un’età compresa fra i 24 e i 35 anni).

Questi tre dati, crescita, ben che vada, all’1%, disoccupazione totale sopra il 10% e disoccupazione giovanile comunque superiore al 30%, temo ci accompagneranno per lungo tempo.

È vero che negli ultimi due anni sono intervenuti elementi ed eventi di novità che in linea di massima avrebbero potuto modificare lo scenario tendenzialmente negativo sopra delineato. Vediamo cosa è accaduto sul piano del lavoro in Italia e sul versante economico nazionale e internazionale e, successivamente, individuiamo gli impatti e le derive che da questi elementi di novità possono scaturire.

Sul piano del lavoro, il 2015 è stato l’anno della “decontribuzione”, ossia l’esonero totale dal pagamento dei contributi previdenziali per le assunzioni a tempo indeterminato – o trasformazioni di rapporti di lavoro a termine – effettuate dal 1 gennaio al 31 dicembre 2015. La fonte di questa misura è la Legge di stabilità 2015, emanata a fine 2014. Nel 2016 l’esonero contributivo è stato portato al 40% dei contributi dovuti e la durata dell’esonero a due anni. Ma il 2015 è stato anche l’anno del Jobs Act (marzo), che ha varato una riforma dei rapporti di lavoro e introdotto strumenti normativi e di semplificazione volti a ridurre il livello di rigidità in entrata nel mercato del lavoro e in uscita dalla condizione di occupato. L’obiettivo principale della norma è quello di agire contemporaneamente sulla flessibilità in entrata e sulla flessibilità in uscita.

Nel primo caso si agisce nei confronti dell’estrema proliferazione delle tipologie contrattuali innescate dalla Legge Treu del 1997 e nei confronti della progressiva estensione dell’area della precarietà che molte forme “ibride” di lavoro, a cavallo fra subordinazione e autonomia, hanno prodotto, indicando nel contratto a tempo indeterminato la forma principale di rapporto di lavoro.

Nel secondo caso si agisce prevalentemente nei confronti dei licenziamenti per cause economiche, introducendo il contratto a tutele crescenti, che riduce per chi assume il rischio della reintegrazione e prevede meccanismi di indennizzo per i lavoratori in uscita. Per chi è titolare di un contratto di lavoro precedente al marzo del 2015, il contratto a tutele crescenti non si applica.

Il “combinato disposto” di questi due provvedimenti, insieme a un incremento del pil dell’1,4%, hanno contribuito oggettivamente a modificare le tendenze dell’occupazione nel 2015, e cioè:

– rispetto al 2014 gli occupati sono cresciuti dello 0,8%, pari a circa 186mila unità; al Sud l’occupazione è aumentata dell’1,6%, circa 100mila occupati in più;

– le persone in cerca di occupazione si sono ridotte del 6,3%, portando il tasso di disoccupazione dal 12,7% all’11,9%; resta la distanza fra le regioni meridionali e il resto del Paese: fra le prime il tasso di disoccupazione scende di poco sotto il 20%, al centro il tasso si porta al 10,6%, mentre al nord si colloca intorno all’8%; in tutte le ripartizioni, compreso il mezzogiorno, il tasso di disoccupazione è in diminuzione;

– fra i giovani con un’età compresa fra i 15 e i 24 anni la quota di individui in cerca di occupazione è del 40,3%, quasi due punti e mezzo in meno rispetto all’anno precedente; se si considera la fascia 15-29 anni il tasso di disoccupazione giovanile scende sotto al 30% (29,9); al sud si porta al 43,5% contro il 45,9% del 2014.

I dati relativi ai primi sei mesi di quest’anno confermano la tendenza al miglioramento degli indicatori “guida” del mercato del lavoro, anche se non danno certezze sulla durata del ciclo positivo: il confronto fra i primi semestri del 2015 e del 2016 segnala una differenza positiva per l’occupazione con un incremento dell’1,5% a livello nazionale e dell’1,8% per il mezzogiorno. Il tasso di disoccupazione totale perderebbe circa sette decimi di punto e quello specifico giovanile si riduce di circa cinque punti percentuali nella fascia 15-24 anni e di poco più di tre punti nella fascia 15-29 anni.

È importante sottolineare che i dati fin qui riportati provengono dalla rilevazione sulle forze di lavoro fatta dall’Istat, sulla base di interviste dirette a un campione rappresentativo della popolazione con un’età pari o superiore ai 15 anni. La condizione di “occupato”, secondo questa rilevazione, è attribuita a chi, nella settimana in cui si svolge l’intervista, dichiara di aver lavorato almeno un’ora e di aver ricevuto un corrispettivo. Il “balletto delle cifre” che in questi mesi ha alimentato le polemiche sull’occupazione e sulla riforma del lavoro è in parte dovuto alla sovrapposizione alla fonte Istat dei dati provenienti dall’Inps, fonte questa che riguarda un oggetto diverso dalla persona occupata o in cerca di occupazione, e cioè i contratti di lavoro. Proprio su questo aspetto si può misurare il primo impatto dei provvedimenti presi dal lato della riduzione dei contributi previdenziali per le assunzioni e le trasformazioni dei rapporti di lavoro e dal lato della riduzione delle rigidità in entrata e in uscita dal lavoro.

L’Inps riporta i dati delle dichiarazioni riguardanti i dipendenti del settore privato, a esclusione dei lavoratori domestici e degli operai agricoli, mentre sono ricompresi i dipendenti degli enti pubblici economici.

In sintesi, secondo le ultime informazioni fornite dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps, nei primi sette mesi di quest’anno le assunzioni sono state 3 milioni 248mila con una riduzione, rispetto allo stesso periodo del 2015, di 382mila contratti (-10,0%); all’interno di questo aggregato le assunzioni con contratto a tempo indeterminato si riducono di circa 373mila unità, circa un terzo in meno rispetto ai primi sette mesi del 2015. Le trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato, nei primi sette mesi del 2016 rispetto allo stesso periodo del 2015, si riducono del 36,6%. Sia le assunzioni complessive, sia quelle relative a contratti a tempo indeterminato si riportano su cifre analoghe, se non inferiori, a quelle del 2014. Sempre nel confronto fra i primi sette mesi del 2014 e del 2015, l’incremento delle assunzioni a tempo indeterminato era stato pari a +38,9%.

Da queste prime osservazioni si possono ricavare alcune considerazioni sulla riforma del lavoro e sullo strumento degli incentivi all’occupazione attraverso la decontribuzione.

L’andamento delle assunzioni risulta molto sensibile, e positivamente, allo strumento; l’attenuazione del livello di vantaggio per i datori di lavoro ha però immediatamente ricondotto la dinamica delle assunzioni sui binari consueti, in parte confermando le posizioni di chi aveva ravvisato in questi meccanismi il rischio di creare una “bolla” destinata a sgonfiarsi e di “drogare” la domanda di lavoro.

La strategia dietro la riforma e la decontribuzione scommetteva, correttamente, anche sull’innesco di una maggiore circolazione di reddito generato dalla nuova occupazione, che avrebbe a sua volta aumentato la domanda interna e, di conseguenza, alimentato un circuito virtuoso fra domanda e offerta (di beni e servizi), migliorando le aspettative di crescita del pil.

Tutto ciò, a oggi, non sembra sia oggettivamente accaduto, soprattutto se si guarda allecontinue revisioni al ribasso delle stime del pil 2016 e 2017 dell’Italia elaborate da Ocse, Banca d’Italia e Bce in queste settimane. La meccanica economica di un paese come l’Italia è del resto estremamente dipendente dalle dinamiche del commercio internazionale e dalla capacità del nostro sistema produttivo di intercettare la domanda mondiale attraverso le esportazioni. Su questo fronte il rallentamento, o meglio la crisi conclamata, di alcuni paesi emergenti come il Brasile e la Russia, e la relativa frenata della Cina non fanno presagire nulla di buono per le nostre imprese che operano sull’estero.

Ancora una volta, in sostanza, si è tentata la scorciatoia della creazione del lavoro “per decreto”, senza incidere direttamente sugli aspetti che oggi stanno trasformando il lavoro. La variabile tecnologica infatti sta sconvolgendo come mai in passato i processi produttivi, immettendo pervasivamente meccanismi di sostituzione del lavoro, non solo manuale, non solo routinario, ma anche e soprattutto lavoro concettuale e intellettuale.

Molte professioni tradizionali sono oggi fortemente esposte al rischio di sostituzione: lo sono anche le professioni creative come quelle legate alla comunicazione o quelle di garanzia dei diritti come le professioni legali; ma tutto il mondo della finanza e delle banche, così come la logistica e i trasporti, ad esempio, non sono affatto al riparo da questi processi.

La crisi non ha fatto altro che innescare, attraverso l’innovazione tecnologica, una corsa quasi parossistica alla ricerca di soluzioni a efficienza crescente e a minor costo. E il lavoro sparisce, viene inglobato in algoritmi, viene sostituito da processi cognitivi con un potenziale di elaborazione ormai senza limiti. Se è questo lo scenario che ci si sta parando davanti, emerge in tutta evidenza la pochezza e la presunzione delle riforme fin qui proposte e certo non sorprende che siano inevitabilmente destinate al fallimento.

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