Le differenze

Muri di Cyop & Kaf

Muri di Cyop & Kaf

(incontro con Goffredo Fofi)

Claudio Pavone, che avrebbe compiuto domani 96 anni, è morto oggi. Nel suo libro più celebre, Una guerra civile (Bollati Boringhieri, 1991), che segnò uno spartiacque per gli studi storici in Italia, sostenne che la Resistenza, oltre a essere stata una guerra di liberazione dal nazifascismo, era stata anche una guerra civile. Lo ricordiamo con questa intervista che gli fece Goffredo Fofi in occasione della pubblicazione, nell’aprile del 2004, di un opuscolo allegato al n. 46 di “Lo straniero” con il titolo 25 aprile 1945.

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Come è cambiata l’immagine della Resistenza attraverso la storiografia? Che significato assume occuparsi oggi della Resistenza all’interno di una storia dell’Italia che è andata svilendosi nel tempo, dal punto di vista della politica, dei comportamenti quotidiani, della vita associativa? Una storia d’Italia come storia nazionale degna inizia con il 25 luglio e va avanti fino al ’63 quando inizia il declino di questa tensione…

Io però vidi nel ’68 una “riapertura del campo del possibile”. Quelli della mia generazione in parte (come Franco Venturi) si sono spaventati, mentre altri (come me, come Ada Gobetti, Aldo Capitini) hanno intravisto questa riapertura del campo del possibile. Quello che era apparso già un po’ nel ’56, con Kruscev, con “Passato e presente” prima versione (nato forse dal fatto che la sinistra andava sbloccandosi, non solo il Pci ma anche l’area a quello vicina e il Psi). Tra le altre cose, e lasciando da parte tutta la retorica che aveva reso la Resistenza noiosa, il ’68 ci mostrò che, intanto, la Resistenza non era così compatta e unitaria, che l’unità della Resistenza era una linea politica, e che questa linea politica, sostenuta soprattutto dal Pci, non esauriva il quadro di quello che stava succedendo. Anche se poi il ’68 ha avuto una deriva radicale, quella di dire “la Resistenza è rossa e non è democristiana”. Era vero che non era democristiana, ma non era neanche vero che era stata così rossa… Scomporre questo mi sembra che sia stato un merito della generazione del ’68 da cui è nata molta della storiografia successiva, anche i nostri amici De Luna, Gallerano, Flores…

Poi la Resistenza si è riappannata, un po’ perché il mondo si è appannato e un po’ perché il terrorismo ha inciso molto, imponendo il suo discorso sulla violenza. Per noi poter distinguere la violenza buona da quella cattiva è un problema realissimo nella storia, a meno di non essere dei pacifisti assoluti, degni del massimo rispetto. Ho sempre detto che se l’umanità avesse seguito alla lettera il “porgi l’altra guancia” il mondo sarebbe andato diversamente, ma questo non è successo… E ci rimane il terribile problema se può esistere o meno una violenza giusta! Questo dilemma è stato ridotto oggi in termini molto grossolani, per esempio con il tema delle Foibe (vedi l’ultimo libro di Pansa, una fatuità). L’idea di ridurre tutto a un livello basso, anche la faccenda dei ragazzi di Salò, del “bisogna capirli” ecc., l’idea dell’uguaglianza che si raggiunge nella morte che però non elimina affatto le differenze che abbiamo tra noi da vivi. Con i morti, è giustissimo avere pietà di tutti. E non mi scandalizzo, come pure qualcuno ha fatto, se un prete andava a dare l’assoluzione sia a un partigiano morente sia a un tedesco. Lì agiva una dimensione post-storica che è quella del rispetto, che è un’altra cosa, che non è un giudizio storico. Ma dal rispetto dei morti passare alla falsa pacificazione e metterli sullo stesso piano quando erano vivi, offenderebbe vuoi un partigiano vuoi un fascista, offenderebbe chiunque avesse un ideale. Questo atteggiamento è iniziato in modo furbastro come equiparazione e finisce con la rivalutazione del fascismo. Oggi tutti sanno cosa sono state le foibe, ma che a Piazzale Loreto sono stati abbandonati i cadaveri dei partigiani nell’agosto del ’44 non lo sa più nessuno. Se uno si mette troppo su questa strada si arriva a un terribile, a un perfido conteggio dei morti, proprio perché si è perso il senso che nella storia ci sono i conflitti e che in rapporto a essi il giudizio non sta nel porsene al di sopra, questo sì che è veramente ideologico. Mentre oggi si definisce ideologico chiunque ritenga che tra il bene e il male ci sia ancora qualche differenza, che gli uni combattano una causa giusta e gli altri combattano una causa che per fortuna di tutti non ha vinto… Trovare della buona fede è ancora un’altra cosa, la buona fede non è un criterio per assolvere tutti, a questo penserà il Padreterno con i criteri suoi… Con la buona fede si arriverebbe a porsi dei problemi assurdi: ad esempio se Hitler era in buona fede. Probabilmente sì, lui ci credeva davvero. Il papa è in buona fede? Vai a capire se crede davvero di essere il vicario di Cristo, forse sì… La buona fede è un criterio storicamente (e anche moralmente) insufficiente per un giudizio tra uomini.

In realtà si è aperta la strada alla rivalutazione piena del fascismo e alla minimizzazione della Resistenza. Creando anche il rischio di ricadere in una nuova retorica della Resistenza. Dei vecchi partigiani se la sono presi con il mio studio Una guerra civile avendone, secondo me, letto solo il titolo. C’è stato un riflesso difensivo che rischia tuttora di far ricadere la Resistenza in una formula di pura retorica, tale da stufare davvero i giovani. Ai miei tempi – sono nato nel ’20 – ci portavano in classe “l’ultimo dei garibaldini”, e per noi era una specie di macchietta…

Mi interessa il tuo giudizio su De Felice. I suoi primi lavori furono importanti, con la necessità di inquadrare il fascismo come fenomeno politico, sociale, economico e non solo come il nemico, il tabù, il male…

De Felice ha avuto molti meriti, innanzitutto perché era un vero ricercatore e ha lavorato tutta la vita utilizzando bene anche lavori altrui. Si è messo in archivio, ha trovato dei documenti e li ha accumulati in modo anche noioso da leggere, perché come scrittore ha dei periodi lunghi una pagina… La sinistra allora fu davvero faziosa, e mi ci metto anche io con un articolo sul “manifesto”, però scritto a proposito di quel suo libretto-intervista Intervista sul fascismo, a cura di Ledeen. Ma farei subito una differenza, perché De Felice era uno studioso e un ricercatore serio da cui i suoi epigoni dovrebbero imparare infinite cose, sia per quello che ha detto, sia per il metodo. Ma soprattutto verso l’ultima fase si è lasciato un po’ andare… I suoi amici e discepoli dicono che lo ha fatto per reagire alle accuse della sinistra, ma quella di farne un martire è una cosa falsa… È stato pubblicato da Einaudi, è diventato presidente della Giunta centrale degli studi storici… La sinistra ha avuto dei torti nel non aver capito alcune cose, nell’essersi arroccata, però l’idea che la sinistra governasse l’Italia è un’assurdità. Oggi uno fermasse un qualsiasi ragazzotto per la strada e gli chiedesse “chi ha governato l’Italia?”, risponderebbe “i comunisti”! Chi ha avuto in mano i giornali, il Ministero della pubblica istruzione ecc.? I comunisti avevano tutti i loro torti ma non erano in grado di imporre nulla. Il silenzio sulle foibe è stato soprattutto un problema di politica internazionale. Tito, per esempio, dopo la rottura con Stalin è diventato un potenziale alleato di Washington. È stato questo a impedire che anche a destra si tirassero fuori le foibe, e infatti nessuno lo ha fatto. Questa è la politica. E allora, perché dire che è stata solo “l’egemonia comunista” a impedire che si parlasse delle foibe? Queste sono delle approssimazioni e dei falsi che avvelenano la discussione politica, e non fanno fare un passo avanti né alla ricerca né alla coscienza civile.

Ma c’è comunque una forte differenza tra il modo di raccontare la resistenza dei comunisti e il modo di raccontarla dei GL…

Senz’altro. I comunisti hanno trasferito la loro linea in una tesi storiografica. La loro storiografia è rimasta strettamente legata alla loro linea politica. In maniera meno duttile della politica, perché la linea politica deve fare i conti con il contingente, deve arrabattarsi, fare compromessi. Invece questi storici ideologici, anche seri come Spriano, alla fine facevano la storia del Pci, della linea del Pci, invece che quella della Resistenza. Quando invece tra i comunisti c’era una grande varietà di persone, e alcuni non sapevano neanche cosa fosse il comunismo. In questo i comunisti hanno mancato, hanno fatto una apologia della Resistenza. Con Foa, parlavamo una volta di Roberto Battaglia, e mi disse che Battaglia, appena scritta la prima edizione della Storia della Resistenza italiana andò da lui portandogli il manoscritto e che ne discussero insieme. Discussero del merito, ma poi il libro lo vide Longo, e Battaglia tornando da Foa gli disse: “Longo mi ha detto che si sente ancora troppo che sono stato un azionista”. Longo gli aveva imposto ulteriori tagli e modifiche.

Credo però che anche nella storia della Resistenza di Battaglia, che è diventata un po’ troppo il simbolo della linea comunista, nonostante Longo qualche traccia di diversità ci fosse ancora. Sono peggiori quelli che sono venuti dopo. Battaglia, ad esempio, dedicò un capitolo ai canti partigiani, una cosa che generalmente non si faceva perché i canti partigiani erano spesso poco ortodossi, erano tanti e non erano dei messaggi di partito.

Poiché tutti a sinistra siamo stati affetti dal desiderio di tagliare con l’accetta, una lezione di modestia io l’ho avuta nell’insegnamento universitario, nella scuola: quella di saper vedere le sfaccettature. Non si deve contrapporre un giudizio a un altro senza aver fatto una ricerca: questo è davvero un segno di regressione scientifica, civile, culturale, morale. Ma viviamo in una fase di questo tipo. Anche se delle differenze ci sono, e ci sono anche dei lavori seri.

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