Un intellettuale newyorkese

Parlare con Chiaromonte è stato un completo risveglio, dal quale non mi sono mai ripresa. (Mary McCarthy, 1984)

Ho imparato moltissimo da te, Nicola, tu hai completamente modificato la mia prospettiva intellettuale (tu e la bomba atomica). (Dwight Macdonald, 1947)

Le voci americane più autorevoli sulla relazione tra politica e cultura negli anni intorno alla Seconda guerra mondiale furono un gruppo di scrittori post-marxisti, chiamati in modo un po’ impreciso gli “intellettuali newyorkesi”.

Avevano contribuito agli esordi della “Partisan Review” negli anni trenta, e annoveravano figure come Philip Rahv, William Phillips, Edmund Wilson, Dwight Macdonald e la giovane scrittrice Mary McCarthy. Quando scoppiò la guerra nacque un disaccordo tra loro circa il ruolo critico che avrebbero dovuto tenere.
Macdonald abbandonò la “Partisan Review” nel 1943, per dar vita alla sua “piccola rivista” di dissenso anarchico intitolata “politics”. Per cinque anni, dal 1944 al 1949, il periodico offrì ai suoi lettori acute riflessioni sulle questioni morali legate al conflitto, che riguardavano allo stesso modo vincitori e vinti, mettendo in guardia dalla macchina della burocrazia che stava disumanizzando la vita a ogni livello.
Il circolo di “politics” cercò un’alternativa comunitaria allo stato di guerra generalizzato che coinvolse i paesi su entrambe le sponde negli anni della Guerra fredda, un’alternativa capace di oltrepassare le frontiere degli stati e delle polarizzazioni ideologiche.
La rivista di Macdonald rappresentò un inimitabile luogo di dibattito internazionale, che fece conoscere le idee di scrittori di sinistra indipendenti come Albert Camus, Hannah Arendt e l’ultima Simone Weil a un pubblico affamato di nuovi approcci ai problemi che avevano portato alla nascita del fascismo.
In questo periodo prese forma la collaborazione di Macdonald con Nicola Chiaromonte, uno dei membri più imprevedibili e “inclassificabili” della comunità di esiliati a New York: “politics”, come dichiarò una volta il suo direttore, fu una “coproduzione italoamericana”, e Chiaromonte ne fu l’eroe sconosciuto, l’intellettuale newyorkese dimenticato.
In America la sua eredità avrebbe contribuito alla formazione delle espressioni più sensibili e consapevoli del nascente movimento della Nuova Sinistra diffusosi a partire dalla fine degli anni cinquanta, continuando a essere influente ancora oggi.
Chiaromonte era sfuggito alla persecuzione fascista negli anni trenta, legandosi ad Andrea Caffi e a Giustizia e Libertà a Parigi, fino a quando non fu costretto a fuggire verso sud nella terribile primavera del 1940, insieme alla moglie Annie, con alle calcagna la Wehrmacht nazista.
Annie morì appena giunsero a Tolosa e Chiaromonte fu costretto a continuare da solo, riparando prima in Algeria, dove incontrò Camus, e poi negli Stati Uniti.
Macdonald lo “adottò” non appena giunse a New York, e lo invitò a fare da talent scout e consulente della sua nuova impresa. Nei loro ritiri estivi a Cape Cod, Macdonald, Chiaromonte e iconoclasti loro affini come Mary McCarthy divennero amici, leggendo insieme Shakespeare e discutendo di filosofia e letteratura, mentre infuriava l’ultima e più apocalittica fase della guerra. Chiaromonte si fece promotore degli scritti di Simone Weil, il cui saggio L’Iliade o il poema della forza, conosciuto durante la fuga dal nazismo, coglieva la saggezza degli antichi greci sulle tragiche conseguenze che accompagnano sempre gli abusi del potere. La notizia di Hiroshima all’inizio di agosto del 1945 confermò agli occhi di questo piccolo gruppo l’importanza delle intuizioni della Weil, e “politics” dedicò i successivi tre anni a elaborarle, cercando di promuovere delle reti di solidarietà a misura d’uomo come antidoto alla Terza guerra mondiale.
Anni dopo Mary McCarthy rifletté su cosa lei e Macdonald avessero trovato di così irresistibile in Chiaromonte durante quelle estati lontane. Era “una forma di serietà”, una forma di densità di riflessione, che aveva riscontrato anche nella sua amica Arendt. Essi portarono nell’America innocente e isolata la percezione del male radicale che aveva condotto Hitler e Mussolini al potere. Il fascismo nelle sue molte forme per loro non rappresentava una cosa astratta. “Conoscere Hannah Arendt e Nicola Chiaromonte e diventare loro intimo amico – probabilmente questa era l’Europa!”.
Chiaromonte scrisse diversi saggi per “politics”, i più importanti dei quali condannavano la hybris “progressista” delle ideologie scientifiche, di destra come di sinistra. L’essere umano è limitato nella sua conoscenza del mondo, l’assoluto è al di là della nostra capacità di coglierlo – sosteneva – e le nostre azioni dovrebbero rispettare questo fatto. Questa era la chiave per garantire la dignità e l’autonomia dell’individuo. Lo spiegò così: “Se potessimo conoscere tutte le conseguenze delle nostre azioni, la storia non sarebbe altro che l’armonia perenne e idilliaca tra le libere volontà, o il dispiegamento infallibile di un disegno razionale. Allora noi agiremmo sempre in maniera razionale, e quindi non agiremmo per niente, dato che seguiremmo semplicemente uno sterile modello prestabilito. Ma così non saremmo liberi. Noi siamo liberi, il che vuol dire che, letteralmente, non sappiamo cosa stiamo facendo”.
La capacità di Chiaromonte di andare al cuore della moderna crisi dei valori, la sua critica delle fedi politiche messianiche e delle patologie di quella che la Weil definì in modo memorabile la “nostra vanitosa era tecnologica” lasciò un segno su lettori americani abituati a dibattiti superficiali e faziosi, pieni di astuzie pedanti.
Chiaromonte fece conoscere a Macdonald il suo amico Camus quando lo scrittore francese visitò New York nel 1946, e insieme rifletterono su come dar vita a dei canali di aiuto reciproco a cavallo dell’Atlantico tra scrittori e artisti non allineati.
Il progetto che uscì da questi incontri, i “Gruppi euro-americani”, non impedì la divisione tra Est e Ovest, ma piantò dei semi da coltivare in un’epoca più fluida.
Chiaromonte mantenne i contatti con gli amici americani dopo il ritorno in Europa nel 1947 e in particolare rifletté insieme a loro sul significato dei movimenti di ribellione studentesca della fine degli anni sessanta. Macdonald (ingenuamente, secondo Chiaromonte), diede la sua pubblica benedizione ai moti di protesta esplosi alla Columbia University nel 1968. Chiaromonte, con una presa di posizione spesso fraintesa ma coerente con la lezione che aveva imparato negli anni del fascismo trionfante e del secondo conflitto mondiale, temeva che negli slogan e nella retorica rivoluzionaria di troppi giovani sulle barricate di New York, Parigi e Roma si ripetessero semplicemente gli eccessi del sistema che volevano abbattere. Il “rifiuto totale” che pretendevano, scrisse a Macdonald, era in sostanza “una ribellione contro tutto e contro niente”.
Chiaromonte non dimenticò mai gli anni newyorkesi e sotto la critica severa delle pretese imperialiste americane mantenne sempre una fiducia profetica nelle promesse del paese che gli aveva dato rifugio negli anni del conflitto. Nel recensire due anni prima di morire una raccolta di scritti di Macdonald uscita nel 1970, Controamerica, Chiaromonte riassunse la visione che lo accomunava all’amico, che rispecchiava il costante imperativo morale del limite: “In termini politici, si tratta del problema di trovare le basi per una nuova democrazia. La qual cosa è impossibile se non si riesce a dare al gigantismo americano e alla massificazione che ne deriva una più accessibile misura umana. La protesta contro la guerra in Vietnam, la battaglia per l’eguaglianza razziale e la ribellione dei giovani o si pongono e cercano di conseguire questo obiettivo oppure saranno delle agitazioni destinate a concludersi in un’affermazione ulteriore del conformismo di massa”.
Dopo vari decenni è arrivato il momento di riconsiderare la saggezza delle parole di Chiaromonte, nel loro contesto e profondità. Ed è tempo, anche, di riconoscerlo quale un importante cronista dell’esperimento americano, assegnandogli un posto indiscutibile tra i più influenti intellettuali newyorkesi con i quali ebbe a che fare negli anni quaranta.

Gregory Sumner

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