L’occupazione femminile in Italia

Questo testo è la trascrizione di una relazione tenuta a Napoli al convegno “Che fare? Gli operatori sociali dentro la crisi” l’11 maggio scorso.

La crisi che stiamo vivendo è lunga e intensa e si è innescata approfondendo alcuni problemi strutturali, che il nostro paese aveva già in precedenza. Parlerò qui della situazione delle donne, segmento di popolazione che a una prima lettura dei tassi di occupazione non sembra essere stato particolarmente colpito dalla crisi o almeno non quanto gli uomini.
La crisi ha colpito molto più il settore dell’industria, delle costruzioni, che quello dei servizi. Conseguentemente l’impatto della crisi è stato molto più accentuato sulla componente maschile che è maggiormente presente in questi settori. Era già successo nel 1992-1993.

Una cosa però va sottolineata, in termini relativi le donne nell’industria hanno perso più occupazione degli uomini. E ciò perché erano più a tempo determinato, e di più in imprese vulnerabili e di piccole dimensioni, in particolare nel tessile. Dall’analisi di un modello che abbiamo applicato si evidenzia che è esistito anche un effetto genere nella caduta di occupazione nell’industria, il che sta a significare che ha giocato anche la scelta tra un uomo e una donna nel momento del licenziamento.
Cerchiamo di capire meglio che cosa è successo nel mercato del lavoro femminile. Il calo di occupate è avvenuto tra il 2008 e il 2009, poi c’è stato un anno di stasi, il 2010, poi nel 2011 e nel 2012 un segno più, tanto che il saldo di occupate dal 2008 al 2012 è stato positivo. Ciò è avvenuto per due motivi fondamentali: il primo motivo è legato al fatto che è aumentato il tasso d’occupazione delle donne ultra cinquantenni, come effetto dei provvedimenti in materia pensionistica. Le donne permangono più a lungo nel mercato del lavoro. Il secondo motivo importante che va sottolineato è che – in termini sempre assoluti – non ha mai smesso di crescere, neanche durante la crisi, l’occupazione femminile straniera nei servizi alle famiglie. E ciò perché quello dell’assistenza agli anziani non autosufficienti è un bisogno diventato incomprimibile: le famiglie, magari rinunciano ad altre cose ma cercano di non tagliare questo tipo di spesa. Ovviamente stiamo parlando delle famiglie che possono permetterselo. Quindi, il dato di crescita dell’occupazione femminile degli ultimi due anni, va letto come effetto di queste due componenti fondamentali. Parallelamente, va considerato, che cala l’occupazione femminile giovanile. Quindi, il saldo positivo di occupate, è la risultanza dell’agire in modo differenziato delle varie componenti: cresce l’occupazione femminile delle ultra cinquantenni per effetto delle riforme pensionistiche, cresce l’occupazione femminile in particolare tra le immigrate perché i bisogni a cui danno risposta sono bisogni incomprimibili, a fronte di un calo della spesa sociale dei comuni su questo fronte, ma diminuisce l’occupazione delle giovani.
Che è successo con la crisi da un punto di vista della disoccupazione e dell’inattività? Il nostro è un paese in cui il tasso di disoccupazione non rende bene il rapporto con il mercato del lavoro delle persone e soprattutto delle donne. Confrontando i nostri dati con quelli europei, si vede che noi abbiamo una atipicità. Disoccupato è chi cerca attivamente lavoro, chi non ha lavoro ma che lo ha cercato nel periodo di riferimento, attivamente, con azione di ricerca concrete. Ma esistono persone che vogliono lavorare, non hanno il lavoro, e che per qualche motivo in quel periodo di riferimento non l’hanno cercato attivamente. Tra queste c’è una parte cospicua, che è quasi la metà dovuta al fenomeno dello scoraggiamento, che è fortemente concentrato nel sud del paese, e soprattutto tra le donne. Che è successo con questa crisi? In passato avevamo assistito a un fenomeno di calo della disoccupazione e aumento di questo segmento dell’inattività, soprattutto di coloro che non cercavano lavoro perché erano scoraggiati, perché pensavano che non avrebbero potuto trovarlo. Allora la disoccupazione scendeva, ma lo scoraggiamento cresceva e cresceva il segmento degli inattivi più vicini come caratteristiche alla disoccupazione. I due fenomeni dovevano essere letti insieme, e in particolare cresceva il fenomeno dello scoraggiamento proprio tra le donne, soprattutto tra le donne del sud che dovendo competere anche con uomini, che il lavoro non lo trovavano ed erano in cerca di lavoro, a un certo punto si scoraggiavano e pur volendo lavorare non cercavano più il lavoro, non risultando più come disoccupate. Cosa sta succedendo invece durante la crisi? La disoccupazione cresce, e aumenta insieme anche lo scoraggiamento e più in generale il numero di persone che vogliono lavorare ma non cercano il lavoro. Che vuol dire questo? Che c’è una spinta forte alla partecipazione al mercato del lavoro, che non si traduce direttamente né in occupazione – perché l’occupazione cala – ma  neanche in disoccupazione. Il numero di persone coinvolte è 6 milioni circa, metà disoccupati e metà forze di lavoro potenziali. Quando queste persone riusciranno a trovare sbocco è difficile dirlo. La crisi che stiamo vivendo è particolarmente dura e lunga, i tempi della crisi sociale non necessariamente saranno gli stessi della crisi economica. Ci vorrà del tempo in più per riassorbire da un punto di vista sociale gli effetti della crisi economica.
Tornando alla situazione femminile cerchiamo di capire che sta succedendo dal punto di vista dell’occupazione. Sta crescendo il part-time; il nostro Paese ha sempre avuto un problema rispetto al resto d’Europa con un part-time più basso, soprattutto femminile; si diceva che questo era un elemento di debolezza, la carenza in uno degli strumenti di conciliazione dei tempi di vita più importanti. Ora sta crescendo, e più o meno siamo vicini ai livelli europei; però la natura del part-time italiano è totalmente diversa da quello europeo: noi abbiamo una componente doppia di part-time involontario; cioè questo vuol dire che il part-time che sta crescendo è il part-time scelto in termini di flessibilità più dal lato delle imprese che della conciliazione dei tempi di vita. Anzi, in questi anni di crisi tutto il part-time che è cresciuto, è imputabile al part-time involontario. Il caso più eclatante è quello della grande distribuzione: nella grande distribuzione c’è bisogno di gestire orari di lavoro molto più lunghi del passato, e quindi si cercano delle forme di lavoro che mettano insieme tempo determinato con part-time. La componente di part-time involontario è doppia nel nostro Paese rispetto all’Europa.
Secondo aspetto che sta succedendo: stanno crescendo le professioni non qualificate, tra le donne, e stanno diminuendo quelle tecniche più qualificate come le libere professioniste, e le imprenditrici, le dirigenti ai livelli più alti, come conseguenza della crisi. Quindi accanto a una tenuta, in termini quantitativi, dell’occupazione femminile assistiamo a una ricomposizione interna delle professioni. Crescono le occupate sovra-istruite, cioè che svolgono lavori non adeguati al titolo di studio che hanno raggiunto. Quindi, proprio le donne che tradizionalmente, nel nostro paese, hanno sempre investito di più in formazione e in cultura, poi non riescono a trovare lavori adeguati all’investimento fatto.
C’è un aspetto fondamentale da sottolineare che riguarda il rapporto tra istruzione femminile e mobilità sociale. L’Italia è un Paese che presenta una mobilità sociale molto bassa; non è vero che i figli degli operai, con la liberalizzazione degli accessi all’università, hanno “invaso” l’università; c’è sempre stata una forte differenziazione di estrazione sociale, tra coloro che entravano all’università e coloro che non ci entravano: questa differenza è rimasta, non si è mai colmata, e ciò che però si evidenzia è che il maggiore investimento in formazione delle donne, e i risultati migliori, permettono a queste di rompere di più la barriera dell’estrazione sociale per il conseguimento della laurea. Le figlie di operai sono penalizzate nell’accesso all’università rispetto alle figlie delle classi sociali più alte, ma non quanto i coetanei maschi.
E’ cambiato il modello di partecipazione al lavoro delle donne negli ultimi venti anni: le donne, investendo di più in formazione, danno per scontato ormai che lavoreranno; ma si trovano subito i canali di accesso all’occupazione sostanzialmente chiusi e anche della permanenza nell’occupazione, perché uno dei problemi grandi che abbiamo documentato è quello dell’interruzione del lavoro da parte delle donne in seguito a maternità. Un’interruzione dovuta sia a situazioni gravi come quella delle dimissioni in bianco, ma anche al fatto che siamo un paese dove le politiche di conciliazione dei tempi di vita non sono state tradizionalmente sviluppate adeguatamente, non hanno accompagnato il percorso di inserimento delle donne all’interno del mercato del lavoro, come è successo per esempio nei paesi nordici. Abbiamo dovuto aspettare il 2000 per arrivare alla prima legge sui congedi parentali. Siamo un paese dove la simmetria dei ruoli nella coppia è ancora molto rigida, così come l’organizzazione del lavoro e dove la disponibilità di servizi sociali – soprattutto per la prima infanzia – è molto scarsa, e fortemente sperequata sul territorio. Ciò fa sì che il problema centrale di disagio che le donne incontrano, non riguarda solo le fasce sociali più deboli ma le donne delle varie classi sociali, ed è quello della conciliazione.
Il sistema di welfare che ha caratterizzato il nostro paese è stato un po’ un “welfare fai da te”’, che si è basato soprattutto sul lavoro non retribuito delle donne; le donne ne sono state un pilastro fondamentale. Facendo il confronto tra il 1983 e l’ultima indagine che abbiamo condotto nel 2009 emerge che aumentano i care giver, soprattutto tra le donne che danno aiuto a altri familiari, (magari anziani non autosufficienti, le nonne che danno aiuto ai nipoti nella cura perché mancano i servizi…) ma diminuiscono di molto le famiglie aiutate e soprattutto tra gli anziani. Dopo la crisi dell’inizio degli anni novanta, dal 1995 l’occupazione femminile ha cominciato a ricrescere ininterrottamente fino al 2008, dopo di che si è fermata per il calo del 2009. Sono entrate nel mercato del lavoro moltissime donne, 1 milione 800mila per l’esattezza, ma non sono cambiate le condizioni esterne di supporto alle famiglie in termini di conciliazione, e quindi le donne continuano a svolgere lo stesso ruolo che svolgevano prima, quanto a lavoro di cura, pur essendo sempre di più lavoratrici piuttosto che casalinghe. Il sovraccarico diventa insostenibile e cominciano a tagliare il numero di ore dedicate al lavoro non retribuito. Tagliano sulle ore di lavoro domestico, non sulla cura dei figli. E così diminuisce la asimmetria dei ruoli nella coppia, ma non tanto perché si redistribuisce il lavoro di cura tra i generi, ma più come effetto delle nuove strategie delle donne che per un incremento del contributo degli uomini. Arrivano meno ore dalle reti informali per l’assistenza,  meno servizi dal lato pubblico, cresce la componente comprata sul mercato.
L’interrogativo che dobbiamo porci è: se i principali pilastri della cura tagliano (le donne e gli enti locali), la cura di cui c’è bisogno non potrà essere sostituita dall’acquisto sul mercato a cui non possono ricorrere tutti; e allora, chi si farà carico dei bisogni dei settori più vulnerabili, a cui prima si dava risposta con il lavoro non retribuito e i servizi sociali pubblici? Questo è un interrogativo molto inquietante, perché c’è una sorta di processo di rimozione collettiva di questo problema, il problema della cura. Si dovrebbe ridare una nuova centralità nelle politiche pubbliche alla cura, perché è un elemento che se non affrontato non potrà che portare a una accentuazione della marginalità sociale.
Una riflessione particolare riguarda il sud. Ci si è quasi ormai abituati al fatto che il sud sta peggio; si sa che il nostro paese presenta una forte disuguaglianza territoriale. Sul fronte dell’occupazione femminile, la situazione è realmente disastrosa; anche nel periodo di massima crescita dell’occupazione femminile dal 1995 al 2008 il sud ha raccoltole briciole, circa 200mila occupate in più a fronte di 1 milione 800mila in tutta Italia. Cioè tutta la crescita di occupazione femminile che c’è stata in Italia è stata assorbita dal centro-nord del paese, dove si è realizzata una vera e propria rivoluzione, con tassi di occupazione femminili superiori al 50 e anche al 60 per cento. Bisogna ricordarsi che in Italia il tasso di occupazione femminile non arriva al 50 per cento; e al sud addirittura al 30. Se poi consideriamo le donne del sud con basso titolo di studio, il tasso non arriva neanche al 20 per cento. Allora, il sud ha preso le briciole della crescita dell’occupazione femminile che si è avviata dal 1995, arrivando così alla crisi in una situazione peggiore; inizia a perdere occupazione da prima, già nella seconda metà del 2008. La perdita di occupazione è stata maggiore di quella delle altre zone del paese in termini relativi anche nell’industria dove il sud presenta meno addetti che nel resto di Italia.
Infine, un accenno vorrei farlo anche sugli immigrati. Gli immigrati sono stati un settore particolarmente colpito dalla crisi. Il tasso di disoccupazione degli immigrati è cresciuto, il tasso d’occupazione è calato di sette punti percentuali dall’inizio della crisi e negli uomini di dieci punti. Modificazioni, a questo livello, non si sono mai viste. Nel nostro paese gli immigrati hanno sempre avuto un tasso d’occupazione superiore a quello degli italiani, e ciò di solito è successo in tutti i paesi nella prima fase di inserimento degli immigrati. Già nel nord ci stiamo collocando, come negli altri paesi europei a più antica immigrazione, in una situazione in cui il tasso occupazione degli stranieri è arrivato a un livello più basso di quello degli italiani. Il colpo della crisi si è scaricato soprattutto sulla parte maschile. Le donne sono state colpite meno ma non presentano tassi di occupazione elevati. Le componenti che più sono caratterizzate, dall’inserimento nel lavoro, nell’industria, sono state quelle più colpite, i marocchini, gli albanesi; quelle dove invece la componente del lavoro di cura è la più sviluppata sono quelle meno colpite, cioè le filippine, le romene, le polacche. Il nostro continua a essere un mercato del lavoro duale: gli immigrati crescono sempre più in quelle professioni molto caratterizzate da presenza d’immigrati; e la popolazione italiana perde occupazione in professioni e in settori diversi da quelli dove la componente immigrata cresce.
Per concludere, è molto importante ragionare sui dati, che cominciano a essere molto ricchi. Rispetto alle informazioni sul sociale, la rivoluzione condotta negli ultimi vent’anni all’Istat è stata enorme, e dunque una cosa importantissima è sfruttare e analizzare questi dati, non andando alla ricerca delle conferme alle posizioni che ognuno di noi può avere. Purtroppo, nel nostro paese è sempre stato dominante un approccio ideologico all’utilizzo dei dati, che vanno invece analizzati per quello che ci dicono, anche se a volte possono dirci cose che  non vorremmo vedere.

Linda Laura Sabbadini

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