Luiz Ruffato è uno scrittore non gradito

Alessandra De Cristofaro

Alessandra De Cristofaro

Sostiene Luiz Ruffato, autore di bellissimi romanzi tradotti in italiano da La Nuova Frontiera, che esistono due Brasili. Un “Brasile immaginario”, fatto di calcio, musica, samba, spiagge, la cui idea (sapientemente costruita) è funzionale al discorso comune dello Stato e delle élites politico-economiche che governano, o quanto meno provano a gestire, l’ascesa economica di questi anni, culminata con l’organizzazione, a breve distanza l’uno dalle altre, di un Mondiale di calcio e delle Olimpiadi. Come spesso accade, lo sport ha sancito il trionfo di questo “Brasile immaginario”.

Tuttavia la crescita economica si base su disuguaglianze sociali, su differenze di classe, che Ruffato non esita a definire “pornografiche”. E qui arriviamo al “Brasile reale”, quello che scrittori come lo stesso Ruffato provano appunto a raccontare nei loro libri.

Il Brasile reale è un paese estremamente razzista, in cui i neri sono esclusi dalle oligarchie economiche e culturali del paese.

Il Brasile reale è un paese estremamente violento, e la violenza – come testimoniano le statistiche – è ormai un elemento talmente quotidiano e ordinario da apparire naturale.

Il Brasile reale è un paese omofobico e maschilista. Il machismo riguarda tutte le classi sociali, tanto che le violenze sulle donne non avvengono solo nelle favelas, ma anche nei quartieri più ricchi.

Luiz Ruffato sostenne tutto questo nell’ormai celebre discorso tenuto a Francoforte nel 2013, nell’anno in cui il Brasile è stato paese ospite della Buchmesse. Il discorso è stato pubblicato integralmente sul numero 162-163 di “Lo straniero”.

Per aver pronunciato quelle parole (sorrette da dati, analisi, statistiche) Ruffato è ormai considerato in patria uno scrittore non gradito. Nel corso delle sue due ultime visite in Italia, il Centro studi brasiliani e l’ambasciata di Roma si sono dichiarati non disponibili a organizzare presentazioni dei suoi libri, tanto che il 13 ottobre – in alternativa – è stato organizzato un incontro presso la Libreria Giufà di San Lorenzo.

Ciò stupisce oltremodo in un paese che, come ha ricordato Giorgio De Marchis su “Lo straniero”, ha varato un “imponente ‘Programma di sostegno alla traduzione e pubblicazione di autori brasiliani all’estero’ allestito dal ministero della Cultura. Un piano decennale (2010-2020) con un investimento del governo brasiliano di circa otto milioni di dollari, generosamente destinati alle case editrici straniere che pubblicano traduzioni di opere inedite oppure nuove edizioni di autori brasiliani. A tutto questo si aggiungono ulteriori finanziamenti stanziati per incentivare l’invito di scrittori brasiliani a fiere e festival letterari internazionali e borse di studio per ospitare in Brasile traduttori stranieri”.

Tutti, ma non Luiz Ruffato. E questo avviene in un’epoca in cui a governare il processo di crescita economica, e veicolare nel mondo l’idea di un “Brasile immaginario”, sono proprio l’élite politica del Pt (Partido dos Trabalhadores) e il presidente Dilma Rousseff, oggi politicamente debolissima.

Perché il governo Rousseff, un governo di sinistra, e i suoi terminali nel mondo della politica culturale, si dimostrano così allergici al solo fatto che qualcuno possa parlare del “Brasile reale”? Perché tanta poca tolleranza, in un governo e in istituzioni che sembrano vedere il discorso di Francoforte come un attacco diretto nei propri confronti, e non una semplice constatazione di ciò che oggi il Brasile effettivamente è (indipendentemente da ciò che hanno fatto o non fatto gli ultimi esecutivi)?

Quando ho chiesto a Luiz Ruffato da dove nasca tutta questa intolleranza, ha risposto soppesando le parole.

Il Brasile – ha detto – è il risultato di una strana, composita, esplosiva miscela in cui convivono due forme di capitalismo: un capitalismo del XXI secolo (che distrugge le sue stesse basi sociali e produce in milioni di persone quello sradicamento che prova a raccontare nei suoi libri “ibridi”) e un capitalismo originario, quasi premoderno nella sua ferocia, legato alla mera accumulazione di capitali.

Il Brasile – continua Ruffato – è passato dall’era premoderna a quella post-moderna, saltando la tappa intermedia. “Ma il processo non è stato così lineare. Oggi il capitalismo del XXI secolo convive con le strutture precapitalistiche preesistenti. Le due realtà si sono fuse insieme, ed è proprio questa contraddizione a generare l’intolleranza diffusa. L’intolleranza di Stato ne è solo una conseguenza.”

Un’altra conseguenza, si potrebbe aggiungere, è la continua confusione tra nazione, Stato e governo, quasi che il governo (ogni governo) si sentisse in ultima istanza promanazione diretta dello Stato e strenuo difensore dell’idea (immaginaria) di nazione.

In una situazione del genere, continua Luiz Ruffato, il compito di uno scrittore dovrebbe essere quello di rompere la gabbia per cui uno scrittore bianco della classe media scrive per lettori bianchi della classe media, come se il mondo intorno non avesse diritto all’esistenza. Se non si provocano dei cortocircuiti in grado di aprire delle crepe nella gabbia, lo stridore tra reale e immaginario diverrà sempre più netto.

Per questo ci auguriamo che alla prossima venuta di Luiz in Italia, il Centro studi brasiliani e l’ambasciata si dichiarino finalmente disponibili a ospitare un incontro sulla sua opera.

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Un commento a Luiz Ruffato è uno scrittore non gradito

  1. Adriano G. V. Esposito 14/10/2015 20:28 #

    Trovo un po’ estremo Ruffato, ma non è accettabile che venga boicottato dalla autorità brasiliane: se hanno da argomentare contro lo facciano in dibattiti pubblici, come si fa tra persone civili.

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