Perdita del mondo e della carne

traduzione di Cristina Marconi

Anche se erano ormai molti anni che si preparava a morire, la scomparsa di Illich è giunta all’improvviso. Si è spento proprio nel mezzo della preparazione del seminario sulla Corruptio optimi che doveva tenere nel fine settimana all’Università di Brema. In quell’occasione avrebbe voluto discutere apertamente con studenti e amici le sue riflessioni sull’origine ecclesiastica di di molte strane ovvietà occidentali. Le ricerche storiche sulla perversione della Buona Novella attraversano come un filo rosso l’ultimo decennio del suo insegnamento a Brema. Con l’aiuto dei suoi amici, Illich sperava di poter portare a termine un volume su questo argomento nei prossimi mesi. Mercoledì 5 dicembre i suoi amici lo hanno sepolto nel cimitero di Oberneuländer a Brema. Nei giorni precedenti molte persone si erano recate nella sua abitazione per la veglia funebre e per rendergli l’estremo saluto. All’inizio della messa funebre, nella chiesa di St. Johann, Wolfgang Sachs ha letto il seguente scritto, nel quale Ivan Illich lamenta la perdita della capacità di morire. Si tratta di una lettera scritta nel 1992 per il compleanno di Hellmut Becker, ex direttore dell’Istituto Max Planck di Berlino. (Barbara Duden e Silja Samerski, Brema)

Un tempo, morendo, si perdeva il mondo. Fino a quel momento si stava nel mondo. Noi due apparteniamo alla generazione di coloro che sono ancora “venuti al mondo” e che, ora, sono minacciati di morire senza un terreno sotto i piedi. Noi – diversamente da altre generazioni – abbiamo fatto l’esperienza della rottura con il mondo. Chi decide di vivere ai margini del mondo intraprende il pellegrinaggio verso Santiago di Compostela; invoca stabilitas alle porte del convento; si unisce ai lebbrosi. Nel mondo russo e greco si poteva anche diventare pazzi, e non monaci, in modo da passare il resto della propria vita tra i cani e i mendicanti, chiedendo l’elemosina all’ingresso della chiesa. Ma perfino per chi fuggiva dal mondo in modo tanto estremo il “mondo” rimaneva il quadro sensibile del proprio esserci contingente. Il “mondo” rimane infatti una tentazione proprio per coloro che vi rinunciano. La maggior parte di quelli che fingono di aver abbandonato il mondo si stupisce di sé troppo presto, e con l’imbroglio. La storia dell’ascesi cristiana è infatti quella dell’eroica ricerca della rettitudine attraverso la rinuncia a un “mondo”, a cui però si resta legati con ogni fibra dell’essere. Dall’anno della propria nascita al momento della morte, mio zio Alberto si è lasciato servire il Vin Santo.
Oggi è diverso. I due millenni dell’Europa cristiana sono finiti. Quel mondo, nel quale la nostra generazione è nata, è andato perduto. Non solo per chi è appena nato, ma anche per noi anziani è diventato incomprensibile. Il fatto che solitamente gli anziani si ricordino dei tempi migliori non è una ragione valida perché noi, che siamo passati attraverso i regimi di Stalin, Roosevelt, Hitler e Franco, non teniamo ben presente questo distacco che abbiamo vissuto. Io mi ricordo ancora del giorno in cui sono invecchiato per sempre. Non posso dimenticare le nuvole nere di marzo nel sole al tramonto, e le vigne nella brughiera estiva tra Plötzleinsdorf e Salmannsdorf, nei pressi di Vienna, due giorni prima dell’Anschluss. Fino a quel momento per me era stato ovvio che un tempo i bambini nascessero sulla torre nelle isole della Dalmazia. Dopo quella passeggiata solitaria mi apparve impossibile. L’esumazione dei corpi dal tessuto della storia l’avevo già sperimentata a dodici anni, prima ancora che Berlino impartisse l’ordine di mandare nelle camere a gas tutti i pazzi del Reich.
Dopo questa trasformazione dell’esperienza, parlare insieme del mondo e della morte è diventato un privilegio della generazione che ha conosciuto ciò che c’era prima. Hellmut, io credo di rivolgermi in questo momento a qualcuno che ne sa qualcosa. Il destino mi ha fatto venir su fin da giovane come collega, consigliere e amico di uomini e donne che erano più anziani di decenni. Così ho imparato a farmi costruire e educare da persone che erano troppo vecchie per poter partecipare all’esperienza della disincarnazione.
D’altra parte i nostri studenti sono tutti quanti figli dell’epoca che è seguita a Guernica, Lipsia, Belsen e Los Alamos. Il genocidio e il progetto genoma; la morìa delle foreste e l’idroponica; il trapianto di cuore e il medicidio assicurato sono in ugual misura insipidi, inodori, incomprensibili e immondi. Il festeggiamento per l’avvento della Raggiunta Salma celebra la mancanza di terreno per l’inumano senza mondo. Noi, che siamo già vecchi abbastanza, e giovani abbastanza, per aver fatto l’esperienza della fine della natura e del mondo che corrisponde ai sensi, dovremmo, come nessun altro, poter morire. Ciò che è stato può decomporsi. Ciò che se ne è andato può diventare ricordo. Paul Celan sapeva che dalla scomparsa del mondo, che noi abbiamo vissuto, resta solo fumo. Il virtual drive del mio computer mi ha procurato per la prima volta un simbolo per quello che è “l’andar via per sempre”, attraverso il quale la perdita del mondo e della carne si lascia rappresentare. La mondità del mondo non giace come le rovine negli strati profondi del terreno. È scomparsa, come un file estinto nella memoria del computer.
Perciò, noi settantenni, possiamo essere gli straordinari testimoni non solo dei nomi, ma delle percezioni che nessuno più conosce. Molti, che si trovano nella spaccatura, sono a loro volta spaccati. Conosco quelli che hanno strappato il filo della loro esistenza davanti alla bomba atomica, ad Auschwitz, all’Aids. Sono diventati, nel profondo del cuore, e ancora nel mezzo della vita, dei “viejos verdes”, degli anziani verdi, che fanno come se potessero esserci dei padri nel “sistema” che è diventato uno show attuabile. Ciò che nel Terzo Reich era propaganda, che poteva esistere grazie alle chiacchiere, ora viene venduta: come menu con il programma del computer o dell’assicurazione; come consulenza per gli studi, per l’elaborazione di un lutto o per la cura del cancro; come terapia di gruppo dei disadattati. Noi anziani apparteniamo alla generazione dei pionieri di questi non-sensi. Siamo gli ultimi di una generazione attraverso la quale l’essenza dello sviluppo, della comunicazione e della prestazione di servizio sono diventati bisogni globali. La desensibilizzazione estraniata dal mondo e l’impotenza programmata, che abbiamo diffuso, mette in ombra la spazzatura che nella nostra generazione è stata depositata in cielo e sulla terra, nell’acqua e nella stratosfera.
Eravamo nelle posizioni-chiave quando la televisione era ancora assente dalla vita di tutti i giorni. Io stesso mi sono battuto affinché la stazione radio dell’Università dovesse raggiungere, ineluttabile come la pioggia, ogni villaggio portoricano. Allora non sapevo ancora quanto, con l’allargamento all’intero paese, i sensi si sarebbero raggrinziti, e l’orizzonte si sarebbe barricato dietro mobili di cartapesta. Non pensavo che l’atmosfera serale europea avrebbe tinto già il primo istante del mattino attraverso la finestra. Ho girato oscenamente per dieci anni con cose inconcepibili, come un miliardo di persone contenute in un istogramma. Da gennaio il mio estratto conto della Chase Manhattan arriva decorato con un istogramma: ciò mi consente di comparare con un colpo d’occhio le mie spese per le bettole e quelle per la cancelleria. Attraverso centinaia dei più piccoli mezzi di informazione, di amministrazione e di discussione, che catturano la mia simpatia, viene interpretata la mia condizione umana. Per quanto così “smooth and slick”, non mi sono potuto rappresentare la costruzione di un progetto educativo nella quotidianità dell’intera vita, visto che, Hellmut, con te ho parlato di questo tema per più di venti anni.
La realtà sensoriale sprofonda sempre più in basso sotto le lamiere degli ordini di vedere, di ascoltare e di assaggiare. L’educazione all’irreale operosità inizia con i libri scolastici, il cui testo è ridotto a legenda per caselle di grafici, e termina con l’attaccamento dei morenti agli incoraggianti risultati dei test sul loro stato. Astrazioni eccitanti, che occupano l’anima e si installano come federe di plastica sulla percezione del mondo e di Sé. Lo noto soprattutto quando parlo della resurrezione dalla morte con i giovani: le loro difficoltà non consistono nella mancanza di fiducia, bensì nella disincarnazione della percezione, nella loro vita che è in costante distaccamento dalla carne.
Tu ed io, in un mondo ostile alla morte, ci prepariamo non più ad “arrivare alla morte”, bensì a morire in modo intransitivo. Lasciaci celebrare, per il tuo settantesimo compleanno, l’amicizia, nella quale dobbiamo lodare Dio per la realtà sensibile del mondo da cui prendiamo commiato.

Ivan Illich
traduzione di Cristina Marconi

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