Poesie per la pace

ROBERT LOWELL

Pietà per il pianeta
… Non più weekends per gli dèi adesso.
Esplodono conflitti, la terra si lecca squarci
aperti. Nuovi guasti, promozioni per i marci,
assassinii indiscriminati, nessun progresso.
Solo il suono dell’uomo che sfoltisce bieco
i suoi simili s’ode nel Sabba-to, il cieco
trinciare delle cesoie del potatore
sull’albero della vita e dell’amore.

Pietà per il pianeta, ogni gaudio cancellato
su questo cono di vulcano delicato;
pace ai nostri figli, quando cadranno
di guerra in guerra, di anno in anno
– fino alla fine del tempo, al tempo della fine –
per tenere in stato di polizia la terra, spettro riverso
in orbita per sempre perso
nel nostro monotono sublime.
(da “Waking Early Sunday Morning”, in “Near the Ocean”, 1967)

Autunno 1961
Avanti e indietro, avanti e indietro,
toc, toc, toc, il suono
del volto della luna
arancio, mite, diplomatico,
sulla pendola del nonno.

Tutto l’autunno l’ira, l’irritante attesa
della guerra nucleare;
abbiamo parlato fino a portare
il nostro estinguerci a morte.
Nuoto come un pesce balestra
nel mio studio, alla finestra.

La fine ci è più vicina,
la luna si leva
raggiante di terrore.
Lo stato è un sommozzatore
in una campana di vetro.

Un padre non può essere più
scudo al figlio.
Siamo un selvaggio groviglio
di ragni che piangono insieme,
ma senza lacrime.

La natura si guarda allo specchio.
Un’ottarda fa un’estate.
È facile spuntare
i minuti,
ma le lancette sanno scannare.

Avanti e indietro!
Avanti e indietro, avanti e indietro-
l’unico mio punto di pace
è l’arancione e nero
oriolo nel nido nugace!
(“Fall 1961”, in “For the Union Dead”, 1964)

W.S. MERWIN

A guerra finita
A guerra finita
saremo orgogliosi ovviamente l’aria sarà
buona da respirare finalmente
l’acqua sarà migliore il salmone
e il silenzio dei cieli migreranno
con più perfezione i morti
penseranno che i vivi se lo meritavano noi sapremo
chi siamo
e ci arruoleremo un’altra volta
(“When the War is Over”, in “The Lice”, 1967)

GEOFFREY HIL

Merlino
Considererò il numero dei morti, innumerevole:
poiché son pula di ciò che fu seme gradevole.
Venissero adesso insieme a mangiare di gusto,
sommergerebbero maree dilaganti di locuste.

Artù, Elaine, Mordred; tutti rimossi
giù in caverne stratificate d’ossi.
Presso i vasti tumuli di Logres sono una sola cosa,
e sulla loro città adorno di guglie il granturco riposa.
(“Merlin”, in “For the Unfallen”, 1959)

Canzone di settembre
nato il 19.6.32 – deportato il 24.9.42
Indesiderabile puoi esser stato, intoccabile
non fosti. Non scordato
o trapassato a tempo debito.

Come previsto, sei morto. Le cose marciavano,
sufficienti, a quel fine.
Quanto basta di Zyklon e cuoio, terrore
brevettato, così tanti pianti d’ordinaria amministrazione –

(Ho fatto
un’elegia per me
è vero)

Settembre s’impingua sui vitigni. Le rose
sfioccano dal muro. Il fumo
di fuochi innocui m’arriva agli occhi.

Che abbondanza. Questo è più di quanto basti.
(“September Song”, in “King Log”, 1968)

Alberi di natale
Bonhoeffer nella sua cella cieloaccesa,
sbiancata dalla caduta dei bengala,
percorrendo a passo lento la sua cittadella

ripristina i temi spezzati della lode,
incoraggia i nostri giorni in prestito,
con la logica del suo sacrificio.

Contro le ragioni forsennate dello stato
le sue parole sono calme ma non troppo calme.
Le sentiamo troppo tardi o non troppo tardi.
(“Christmas Trees” in “Tenebrae”, 1978)

da Canaan
I
Marciano a Dio
piacendo per le Fiandre
con machine-pistol,
corali, cannoni
di bronzo obeso,
con carri digrignanti
per deporre Baal. Ai
crocevia issano
cadaveri e sozzi
stendardi dell’Agnello.
Il sole prende assise.
Alte le lame
dell’obolo
s’alzano, cadono, come
non le ostacolassero
lame d’osso.
(da “Canaan”, in “Canaan”, 1996)

da Il trionfo dell’amore
XLIV
Urla pax. Non che nulla sia perdonato;
non che paia esservi nulla di nuovo da perdonare
in questa assise. Non che l’assise
venga attratta nella fertile
terra incontaminata della non-spiritualità. Non che io
conosca la via per uscirne, o per entrarvi. Sia così;
continuiamo a farci reciproca violenza
con il bacio della pace.

XLV
Si crede – sostiene – gli offrirono
una sorta di antidolorifico, il che
è plausibile. A ogni modo
non lo toccò a nessun costo.
Morus, umile e arguto fino alla fine,
felice di una morte pulita;
Southwell, riferendosi al cordiale
cordialmente: “mi rincuora”.
Cinquant’anni senza gambe, o in un polmone
d’acciaio, è possibile? Perdo
coraggio ma il coraggio non è perso.
(da “The Triumph of Love”, 1998)

RANDALL JARRELL

Morte del mitragliere della torretta sferica
Dal sonno in mia madre caddi nello Stato,
accoccolato nel suo ventre col giubbotto ghiacciato.
A sei miglia da terra, sciolto dal suo sogno d’amore,
mi destai alla contraerea, all’incubo nero dei caccia.
Mi lavarono dalla torretta con getti di vapore.
(“Death of the Ball Turret Gunner”, in “Complete Poems”, 1969)

ANTHONY HECHT

Iscrizione lapidaria con nota esplicativa
Per lui non c’era epitaffio più perfetto
di questo da Shakespeare: “La cosa migliore
che ha fatto in vita sua è stato andarsene.” Chiunque
lo conoscesse augurava l’inferno al figlio di puttana,
detestava la sua servile sicofantia, l’azzimato
autocompiacimento, i modi affettati e gli occhietti
luccicanti da maiale, l’intelletto dozzinale,
e le doti di stronzo col timbro di qualità,
e sentì il mondo incommensurabilmente migliorato
nell’attimo stesso della sua dipartita.

Quintus, tu che sei quel che si dice “uomo di mondo”,
sai come teniamo oliate le ruote del progresso
con quella che chiamiamo prospicentia,
Vorsichtichkeit, il modo assennato del Boy Scout
d’esser preparato. Per necrologio,
quando scivolerai oltre la Gran Saracinesca,
ho preparato il modesto ritratto di cui sopra,
scrupolosamente mentre sei ancora in vita,
tacendo i tuoi tratti peggiori, come si conviene,
ma non per chissà quale pietà de mortuis,
solo perché nessuno vi avrebbe creduto.
(“Lapidary Inscription with Explanatory Note”, in “The Darkness and the Light”, 2001)

La cerimonia dell’innocenza
Venne prelevato dalla cella, denudato, bendato
e condotto in una stanza rumorosa che sapeva di sudore.
Gli dettero un pestone; l’urlo fu fermato
da un limone infilatogli fra i denti a forza
e fermato con un giro di nastro isolante.
Gli legarono i polsi e lo sbendarono perché
potesse vedere i suoi torturatori, e loro potessero
vedere il terrore tanto atteso nei suoi occhi.
E uno di loro disse, “La cosa più bella
è che non potrai nemmeno pregare.”
Quando ebbero finito con lui, due ore dopo,
seppero di avere assassinato l’uomo sbagliato.
E ciò diede da pensare a uno di loro. Anni dopo,
con calma sciolse i legami con gli altri,
cambiò città, venne ordinato sacerdote
e si votò a servire Dio e i poveri,
mentre la vittima scampata continuò a vivere
in una tenuta protetta da mura, sorvegliata giorno e
notte da giovani pretoriani muniti di cellulare.
(“The Ceremony of Innocence”, in “The Darkness and the Light”, 2001)

a cura di Damiano Abeni

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