Poker alla texana

a cura di Nicola Villa

Andrea Piva (Salerno 1971) è sceneggiatore, scrittore e giocatore di poker professionista. Ha scritto per il fratello (Alessandro, regista) i film LaCapaGira (1999) e Mio cognato (2003), e con Edoardo Winspeare Galantuomini. Dopo il suo esordio narrativo (Apocalisse da camera, Einaudi 2006), ha lasciato temporaneamente il mondo della scrittura per dedicarsi a tempo pieno al Texas Holdem, una variante di poker spettacolare e aggressiva nella quale ogni giocatore ha due carte coperte personali e fino a cinque carte scoperte comunitarie.

Con oltre 40 primi posti in competizioni con più di 300 partecipanti e 500mila dollari di premi vinti, Andrea è uno dei giocatori italiani più di successo di sempre nell’online (fonte Sisalpoker).


Un gioco da ragazzi

Gran parte del movimento di soldi nel mondo del poker è in mano a giovani e giovanissimi, perché per giocare è necessario non solo un impegno economico, ma anche e soprattutto un notevolissimo impegno di tempo, sia per la pratica del gioco che per lo studio della disciplina. Bisogna essere disposti a stare davanti al computer moltissime ore al giorno, cosa che uno della mia età riesce a fare con sempre minore facilità. Fare i soldi in poco tempo a poker è possibile, ma non è il modo in cui si fanno i soldi a poker perché si è bravi. Nel poker come in qualsiasi altra attività competitiva professionale l’unica cosa che premia nel lungo periodo è l’applicazione nello studio e la costanza di allenamento. In una parola, la dedizione. E questo, per quanto paradossale possa suonare applicato al poker, è un bene; molte volte mi sento chiedere quanto dannosa possa essere una sirena del genere nella formazione di ragazzi già per fatti loro “a rischio”. Be’, ho visto molti più ragazzetti tolti dalla strada dell’illegalità che traviati da questo gioco. Il punto è che il poker è diventato oggi a tutti gli effetti uno sport, tant’è che per quanto mi riguarda ho un contratto da atleta con la società che mi sponsorizza e, ai fini della legge italiana, sono un atleta a tutti gli effetti. E come per uno sport “intellettuale”, per così dire, per il poker ci si deve preparare anima e corpo se si vuole ambire al minimo risultato. So per averlo constatato di persona che per diventare bravi a poker molti ragazzi che non lo farebbero mai per nessun’altra ragione al mondo studiano matematica, statistica, psicologia…
Già, anche psicologia dato che ovviamente alla fine della fiera il texas holdem più che uno scontro fisico rimane soprattutto uno scontro intellettuale, più simile agli scacchi o a un gioco di strategia che al calcio o al tennis.

La linea d’ombra
Io sono uno di quegli uomini che non sorpassano mai la linea d’ombra: la mia è un’orripilante, strascicata, continuata adolescenza da cui non riesco a uscire, e il poker è una di quelle passioni adolescenziali che ogni tanto mi invento per non morire di noia. Mi sono avvicinato al poker in tempi non sospetti, prima ancora che il texas holdem arrivasse in Italia e diventasse così popolare. Infatti quando ho iniziato conoscevo solo americani, inglesi e australiani che giocavano, ora invece gli italiani nel circuito sono tanti e la competizione è aumentata. L’incontro con questa mia nuova stronzata è avvenuto per caso: stavo attraversando un periodo di crisi con la scrittura, una crisi non tanto creativa quanto economica, e non volevo scrivere per la televisione che era diventata l’unica possibilità di lavoro, questo cimitero degli elefanti d’intelletto, una cosa triste, troppo triste e piccola per me. Mi suona strano ammetterlo, e anche retorico, ma mi sono sempre ritenuto un artista puro, nel senso che non ho mai venduto la mia arte e non sono mai stato disposto a venderla (vale a dire: la comprino pure a peso d’oro, per carità, ma quello che faccio lo decido io altrimenti che cazzo stiamo facendo). Non lo dico con orgoglio questo “puro”; mi sento anzi piuttosto cretino a farlo. Come che sia, a mio parere il mio genio letterario è molto molto meglio buttarlo nel cesso che darlo in pasto agli ignobili sciacalli della nostra cultura. Quando mi si sono prospettate le disgraziatissime serie televisive come unica possibile fonte di sostentamento alla mia ignobile bisognosa personcina, la mia mano si è rifiutata di scriverle e mi sono ritrovato senza una lira, in mezzo a una strada e con molta rabbia dentro. A quel punto dovevo inventarmi qualcosa o sarei morto di fame e, per quanto folle possa sembrare, mi sono messo a cercare su internet un modo “per fare soldi su internet”. Proprio così, seriamente. Allora ho scoperto che esisteva una categoria di persone che viveva professionalmente con il poker, ho indagato un po’, ne ho studiato il contesto e ho capito che si poteva tentare l’impresa di guadagnare qualcosa su basi regolari con questo gioco, avendo da una parte un po’ di talento, ma dall’altra dedicandosi alla cosa in tutta serietà, come a una rispettabile e complicata disciplina, leggendo libri, studiando, applicandosi, allenandosi. Così, prima che me ne rendessi davvero conto, mi sono reso indipendente dal mondo della “scrittura professionale” – ancora adesso il solo pronunciare l’espressione mi fa venire un conato di vomito. In questo momento mi sto mondando quanto più mi è possibile dalla pratica della scrittura: l’ultima cosa che ho fatto risale a più di un anno fa; dal mio romanzo che è uscito per Einaudi (Apocalisse da Camera) avevo scritto una sceneggiatura per un film che avrebbe dovuto dirigere mio fratello Alessandro, ma poi non se ne è fatto nulla. Sai, ho mangiato talmente tanta di quella merda, frequentando il mondo del cinema e delle lettere, che ho deciso di fermarmi fino a data da destinarsi per pulirmi, una sorta di digiuno terapeutico per liberarmi dalle scorie. La scrittura (con la lettura) è la cosa a cui mi sono dedicato di più e più intensamente nella mia vita, in un certo senso posso dire senza tema di smentita che la letteratura è la mia vita, ed è anzi proprio per questo che sono arrivato a idee e convincimenti esasperati sullo scrivere. Quand’ero giovane avevo il sogno di pubblicare con una grande casa editrice, e dopo averlo fatto devo ammettere di avere capito di avere fatto una grandissima cazzata. C’è qualcosa di malato nell’attuale sistema di letteratura e cinema, lo dico sul serio, non è una provocazione, penso davvero che siamo in un’orribile deriva.
La mia è stata una scelta radicale, e c’è anche un messaggio nel mio comportamento, sebbene non abbia intenti programmatici perché chissenefotte, che muoiano tutti, se non è più tempo di dignità in arte, se non è più tempo di arte tout court ne faremo bene a meno (ma la vergogna, oh, quella è un dovere. Procurarla, provarla). Se avessi fatto un libro più importante di quello che è stato, non per il libro in sé ma per le conseguenze che ha avuto, adesso sarei più contento di aver rifiutato con fermezza quel mondo perché il messaggio sarebbe stato più forte ed eclatante. Ma non m’importa più di tanto perché alla fine sto facendo il mio percorso, e non escludo poi di tornare a pubblicare un romanzo in futuro. Sono ancora tutt’oggi convinto di essere un artista e solo un artista: non credo che si nasca scrittore e si muoia giocatore di poker. È vero che il binomio scrittore-giocatore è sempre stato forte, da Catullo fino a Dostoevskij, ma oggi poker e arte, almeno per me, sono due cose inconciliabili: Dostoevskij aveva i cazzi suoi nel sottosuolo quando andava a giocare a poker, se li portava con sé e anzi ci giocava contro, in un certo senso; al contrario i miei cazzi nel sottosuolo li lascio fuori dal poker perché il poker è diventato una forma di sostentamento economico e non un modo di confrontarmi con il mio fallimento. È proprio un concetto nuovo che non esisteva, quasi che in passato si giocasse solo per perdere: si pensi a figure come Landolfi e De Sica. Dal punto di vista letterario mi sento più vicino a Svevo che a Dostoevskij, il borghese che ha l’industria come lavoro e che nel tempo libero scrive. Il poker è un’industria per me, più simile al business dell’ozioso borghese tra Otto e Novecento che non aveva nella propria prospettiva l’idea della scrittura professionale. Comunque non mi metterò a scrivere il libro sul poker perché ora va di moda. Preferisco di gran lunga giocare a poker che scrivere di poker: meglio fare la mignotta che la escort che non si capisce se la dà o non la dà, e quanto costa. (Niente, ovviamente, contro mignotte ed escort in generale, che dio le benedica).

Disgrazia e manna
Sono stato a Las Vegas diverse volte senza mai riuscire ad amarla, poiché mi sento felicemente svincolato dal sogno americano del “con un penny vinci un miliardo”. A Las Vegas bisogna andarci per costume, perché è lì che è stata ufficializzata la competitività agonistica del poker moderno, ma ormai la città non ha niente a che fare con il gioco. Nel poker di oggi l’immagine del giocatore costruita nel cinema e nell’immaginario comune è distante anni luce: il giocatore di poker non ha più il cappello, lo sguardo storto e le pistole alla cintura, ma è uno che ha studiato, che ha capito di avere un’abilità dalla quale si posso raccogliere frutti. E di questo aspetto se ne è accorta addirittura la legge italiana, per la quale il poker è uno “skill game”, cioè un gioco di abilità che nulla ha a che vedere con il black jack, la roulette o un altro gioco da casinò. Le logiche sono identiche a qualsiasi altro sport; mutatis mutandis, nel poker sono in atto le stesse dinamiche che regolamentano sport più popolari come il calcio. Con la differenza che l’orrore e la meraviglia insieme di questo gioco sta nel fatto che chiunque può battere chiunque nel breve periodo. In un altro sport non è possibile: se sfido in una partita di tennis Boris Becker, uno dei più forti giocatori con la racchetta di tutti i tempi, Becker non me la fa neanche vedere, la pallina. Al contrario, contro il più forte giocatore di poker di tutti i tempi, il neofita può anche vincere una partita. Questa che sembra una disgrazia per il gioco è invece la vera manna per il professionismo perché, proprio per questo, esiste tutta una serie di giocatori che vince costantemente, mentre c’è tutto un altro lato maggioritario di giocatori occasionali che crede che il gioco sia basato solo su fortuna e coraggio. Ma il punto è che tutti i giocatori occasionali si menano nella mischia del poker con le stesse probabilità, sul lungo periodo, che avrei io di vincere una partita con Boris Becker a tennis.

L’Italia: un paese di polli da spennare
La visione del poker come gioco di pura psicologia è antiquata e poco centrata, è uno stereotipo derivato dal modo in cui si è giocato in passato. Mi rendo conto di come sulle prime questo possa sembrare un gioco basato soprattutto sull’avere carattere e sul sapere interpretare i gesti degli avversari, capire quando stanno mentendo, eccetera, ma in realtà il gioco è incentrato molto più di quanto sembri sulla matematica. Purtroppo per il neofita è difficile riuscire ad agganciare questo concetto ai fatti, ma è anche un vantaggio per il gioco in sé: la psicologia, che dunque riguarda la parte minore del texas holdem, è il fraintendimento che consente maggiori guadagni a chi ha adottato un approccio scientifico “puro”, per così dire. Me ne rendo conto parlando con gli altri del mio lavoro come di una disciplina di abilità nella quale è necessario studiare le strategie e le tattiche basate su concetti statistici, e calcoli matematici. La domanda che più spesso mi viene posta è: “Credi veramente che sia un gioco di tecnica?” (ed è posta in genere in termini almeno vagamente ironici, con un sorriso sotterraneo del nostro interlocutore, che pensa di sapere già la vera risposta). Vedi, il punto è che anche chi ha giocato per anni si sorprende di come parlo del gioco perché qui in Italia si è diffusa una specialità di poker molto particolare e direi unica nel suo genere che è effettivamente basata solo sul culo e sulla psicologia. Non è un caso che l’Italia passi per essere la piazza migliore per tutti i giocatori professionisti del mondo: una sorta di dreamland del poker dove arricchirsi facilmente. “Magari potessi giocare sempre in Italia” senti dire da qualsiasi professionista nel mondo, perché in Italia per ragioni storiche il poker passa per essere un gioco di chi ha le palle, di chi è coraggioso. Il giocatore che gioca con le palle e non con la testa è quello destinato a perdere, e molto. è il giocatore che tutti i veri giocatori sognano ogni giorno di avere come avversario.

Calcoli sul lungo periodo
Tutte le mosse hanno una spiegazione matematica: anche l’all-in, il giocare tutte le chips a disposizione su un’unica mano, sembra un puro azzardo, ma ha in realtà tutto un contesto di motivazione matematica alle spalle. Se un avversario punta una parte dei suoi averi su un flop (le prime tre carte comuni scoperte) che a me dà un progetto di scala e di colore, io non ho ancora un punto, ma se rilancio su di lui all-in (tutti i miei averi in gioco) in quel momento sto facendo una mossa che in termini di aspettativa sulla mia mano è molto vantaggiosa, perché ho due modi di vincere e prendere tutto il piatto: in un caso facendo andare via l’avversario spaventandolo con quella grossa puntata e, nell’altro, se lui mi segue con un call (chiama, cioè mette sul piatto lo stesso numero di fiches della puntata dell’avversario) io ho 15 carte utili, vale a dire che con qualsiasi combinazione di carte lui mi chiami io sarò in grado almeno al 50% di vincere il colpo, cioè vincerò almeno il 50% delle volte che l’avversario mi chiama, ma l’avversario non mi chiamerà se non il 20% delle volte, rendendo come si intuisce anche senza scendere nel dettaglio matematico la mia giocata una giocata a valore atteso positivo nel lungo periodo. Si può anche calcolare qual è esattamente il valore atteso della mia mano in quel determinato contesto, ovvero si può arrivare a sapere quanto esattamente sono destinato a vincere o perdere ogni volta che faccio una determinata mossa a seconda del tipo di mani con cui il mio avversario mi chiamerà. Tornando all’esempio specifico, detto in altre parole, la mia giocata in termini probabilistici è la migliore nel lungo corso, cioè praticandola sempre nella stessa maniera avrò un certo vantaggio da un punto di vista economico. In questa situazione ipotetica elementare ho nominato quattro-cinque concetti fondamentali per capire ognuno dei quali occorre una settimana di studio. Un giocatore forte è colui che tende, nel minor tempo possibile, a interpretare la situazione di gioco nel modo più vicino alla realtà delle cose sotto il profilo matematico. È molto più complesso di quello che si immagina giocando tre o quattro volte. È diecimila volte più complesso, soprattutto, di quello che si vede in televisione: in televisione si vedono cinque minuti di show che sono solo la coda di una settimana o più di scontri, spesso logoranti e devastanti da un punto di vista psicofisico. I giocatori che si vedono in televisione stanno giocando da una cinquantina di ore, intervallate da poche pause pranzo, e stanno mettendo in atto una strategia molto aggressiva che è assolutamente incomprensibile se non si seguono le parti precedenti. Inoltre nel poker esistono le storie combinate, le amicizie, le dinamiche interne a determinate coppie o gruppi di giocatori, e non si può giudicare una partita senza avere alcune informazioni: se i giocatori si conoscono, quante ore hanno giocato insieme, quante volte hanno giocato insieme on-line, se hanno fatto un accordo per spartirsi il montepremi (il che è del tutto comune e legittimo). Di solito nei tornei i payout, la distribuzione dei premi, è molto verticale: gli organizzatori tendono a distribuire i premi concentrandoli sulle prime posizioni senza dare molto alle altre. La prima posizione in particolare è spesso forzatamente ingigantita per attrarre e fare un po’ di notizia. Ad esempio se ci sono 3 milioni in palio, il primo premio lo stabiliscono a 1.6 milioni, il secondo a 800 mila e il resto viene diviso tra tutti gli altri. Se negli ultimi cinque arrivano tre forti professionisti, magari amici, quei tre, che intendono il poker come una professione, non sono disposti a giocarsi quella che comunque nel breve periodo è una lotteria, nella quale c’è un ristrettissimo margine di vittoria sulla singola mano. L’abilità del giocatore si vede, se non si fosse ancora capito, nel grande volume. Su un milione di colpi il giocatore forte non potrà mai perdere, mentre sul singolo colpo si perde con chiunque. I giocatori forti sanno che bisogna tentare di abbattere il più possibile quel muro di varianza che può portare con le stesse abilità a vincere centomila o due milioni di euro: allora si mettono d’accordo sulle chips che hanno in modo proporzionale e più equo, per ridistribuire il montepremi. Si cerca di ammortizzare le sfighe/fortune di questo gioco così bello e così capriccioso.

Alla texana senza limite

La grande innovazione di questo gioco nell’ambito dei giochi d’azzardo, e il segreto del suo successo, è la formula del torneo, meno rischiosa economicamente rispetto al cosiddetto cash game: il tempo che si impiega a bruciare i soldi che si pagano per accedere a un torneo è molto più lungo di quello che si impiega a perdere la stessa quantità di soldi nella modalità cash, cioè con le monete e le banconote. In un torneo le chips hanno un valore nominale funzionale al gioco e indipendente dalla quota d’iscrizione effettivamente pagata per partecipare; se si hanno diecimila chips a disposizione le si può avere pagate anche cinque euro. Ci sono tornei con ingressi costosi, è vero, ma sono eccezioni. In Italia c’è un limite per l’online a 100 euro ed è difficilissimo perdere più di mille euro in un giorno perché bisognerebbe giocare più di dieci ore di continuo. Nella versione live, inoltre, se esci dal gioco perdendo tutti i soldi, non puoi rientrare, non puoi ripagare il biglietto e farti un altro giro sulla giostra. Sotto il profilo tecnico il giocatore live medio è molto più scarso del giocatore on-line medio: questo per vari fattori culturali, tra i quali quello che on-line si incontrano i giovani, più freschi, che giocano senza sosta, che studiano libri e guide, che si servono del calcolo matematico delle percentuali. Dal vivo si può incrociare l’uomo di mezza età col matrimonio in crisi che non sa dove andare il fine settimana. Però live non ci sono i vantaggi come questi calcoli veloci al computer. Dal vivo, poi, il giocatore inesperto può diventare rosso per l’emozione o gli si possono muovere involontariamente le orecchie, come al Parigino del famoso film con Celentano. Dal vivo non si hanno tutta una serie di strumenti meccanici che ti aiutano a capire le tendenze dell’avversario. Per l’online ci sono software che forniscono rapidamente una serie di numeri, possono essere anche trenta, che corrispondono a fattori di riferimento per un giocatore. Esistono software che contano quante volte si gioca una mano volontariamente, quante volte un avversario aggredisce nel pot (il piatto), quante volte si passa la mano all’aggressione dell’avversario, quante volte un avversario punta sul flop (le prime tre carte comuni), quante volte un giocatore ha passato sul flop, quante sul turn (le quattro carte comuni), tutti parametri che non sembrano nulla ma che combinati sono di un’importanza vitale. Se so che con azione simile a quella della mano in corso su trecento volte il mio avversario se ne è andato duecento volte alla mia puntata, punterò sempre perché per due terzi delle volte vincerò il piatto e sul lungo periodo otterrò un vantaggio.

Linguaggio
Il poker e la sua gente hanno sviluppato tutto un campo semantico proprio, similmente a quanto accade per altri popolari fenomeni di costume, come per esempio i giochi di ruolo su Internet come World of Warcraft, Starcraft e simili. Ho notato che il 90% dei nuovi ragazzi forti al poker vengono proprio da realtà del genere, queste comunità virtuali sterminate e senza confini di nazione che sono un autentico mondo a sé. Tutti questi giochi di ruolo vanno sotto la sigla di RPG (role playing game) e sono il vero vivaio del poker mondiale. Sui primi dieci più abili giocatori al mondo di poker, non è un caso che almeno la metà siano stati campioni di Magic, World of Warcraft e altri. Come nei giochi di ruolo, la comunità di poker ha il suo linguaggio che sembra un codice. Per gli italiani è un inferno perché tutti i termini sono l’adattamento di termini inglesi e addirittura viene coniugato il verbo all’italiana: se io sono più forte di te e ti umilio con la mia manifesta superiorità, ti sto ownando, da to own che vuol dire possedere, coniugato al gerundio presente. Ancora, l’espressione under the gun, letteralmente “sotto la pistola”, è una posizione dalla quale si gioca e significa essere il primo a parlare in assoluto: il texas holdem è un gioco di posizione perché questa influisce sul gioco almeno quanto le carte che si hanno, ed essere nella posizione più sfavorita vuol dire essere sotto il tiro incrociato degli altri, sotto il tiro dell’altrui pistola.

Andrea Piva
a cura di Nicola Villa

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