Premio 2012 – Santarcangelo di Romagna

Giuria 

Presidente: Rodolfo Sacchettini 

Giurati: Cecilia Bartoli, Silvia Bottiroli, Anna Branchi, Maurizio Braucci, Carlo De Maria, Gian Luca Farinelli, Goffredo Fofi, Piergiorgio Giacchè, Vittorio Giacopini, Sara Honegger, Stefano Laffi, Alessandro Leogrande, Alina Marazzi, Giulio Marcon, Luigi Monti, Emiliano Morreale, Giordana Piccinini, Cristina Ventrucci, Nicola Villa, Giovanni Zoppoli

Premiati 


Adele Corradi, insegnante, è stata stretta collaboratrice di don Lorenzo Milani a Barbiana e soltanto quest’anno ha deciso di dare alle stampa le sue memorie e le sue riflessioni, Chissà se don Milani (Feltrinelli), su quell’esperienza così importante nella storia della nostra cultura e in generale nella storia dell’educazione. Con limpida sincerità, ci ha accostato a una vicenda ormai mitica, dandoci il ritratto più attendibile e forte del prete fiorentino su uno sfondo ricco di personaggi di adulti e ragazzi, in una sorta di romanzo italiano degli anni sessanta e di “poema pedagogico” da cui continuare a imparare, nelle sue contraddizioni e nelle sue conquiste.
 
 

Alessandro Spina, romanziere appartato e nell’ombra, ha ostinatamente narrato una storia italiana che è stata rimossa dalla coscienza politica e intellettuale del nostro paese e che è invece fondamentale per comprendere chi siamo, narrando lo scontro tra le nostre forze d’occupazione e una ribellione durata decenni e repressa nel sangue. Coloni e colonizzati, italiani e libici, nel grande ciclo narrativo di I confini dell’ombra (Morcelliana) rivivono 50 anni di una storia ricca di personaggi e vicende, di tragedie e di mutazioni. A questa formidabile impresa letteraria condotta con rigore di storico e di moralista, ha aggiunto di recente, con i saggi di L’ospitalità intellettuale, riflessioni che ci accostano a un passato da non dimenticare e alla comprensione della cultura araba, non solo libica.
 

Carlo Cecchi, attore e regista teatrale di eccezionale autonomia e libertà creativa, lontano allievo di Eduardo ma che è partito da quella lezione per esplorare gli autori più amati (e più grandi), Shakespeare e Molière, e percorrendo una strada difficile in cui si è incontrato e scontrato con una società poco amabile (anche quella teatrale…), ha inseguito una poesia alta e insieme popolare, che in tanti spettacoli memorabili sapesse trasmettere dalla comunità della scena, pur in assenza di una comunità di spettatori amabile e ricettiva, niente di meno che il panico della umana condizione, la sua tragicomica limitatezza, la sua frustrata e negata aspirazione alla poesia.
 

Francesco Tullio Altan ha scritto e disegnato storie a fumetti visionarie e innovative; ha creato una serie di piccoli libri per bambini con un personaggio centrale, la Pimpa, tra i più belli della cultura che si è occupata dell’infanzia; ha seguito attraverso Cipputi la storia della nostra classe operaia, e della sua progressiva sconfitta; ed è stato presente su quotidiani e settimanali attraverso migliaia di vignette quasi sempre di straordinario acume politico e antropologico offrendoci infine una storia del nostro costume, delle malefatte della nostra classe dirigente, delle nostre ipocrisie e delle nostre scarse ribellioni. Ci ha accompagnato da eccezionale interprete, commentatore, provocatore, attraverso i mali d’Italia e la fragilità e ambiguità del nostro ethos.

Mario Perniola ha indefessamente scavato nella contemporaneità per studiarne i condizionamenti e le miserie, studioso e pensatore dei più grandi degli ultimi 50 anni, ammirevole per ostinazione e intelligenza più di tanti filosofi così graditi, perché innocui, ai nostri media. E sono appunto le comunicazioni di massa, le loro trasformazioni e i modi in cui ci hanno condizionato, uno dei suoi ambiti di studio più accaniti e produttivi – teorie e realtà – insieme a un’originale e necessaria operazione di scavo nelle fondamenta della nostra cultura e nelle sue radici cattoliche. Estraneo da sempre ai luoghi comuni degli studiosi e degli intellettuali, che sono stati di fatto dei pubblicitari di un determinato sistema di potere.
 
 

Paola Splendore ha saputo penetrare in una cultura e in una letteratura che si sono rivelate tra le più produttive e utili alla comprensione del mondo contemporaneo, quelle post-coloniali di lingua inglese, insegnando e traducendo, recensendo e suggerendo con sguardo vigile e capacità di penetrazione, di interpretazione. Ci ha accostato a un mondo agitato e mosso senza lasciarsi ingannare dalle luci delle mode, ci ha aiutato a capire l’altro a partire da romanzi e poesie dall’India all’Africa e dalla Londra delle rivolte e delle miscelazioni all’Italia dei primi incerti tentativi di una letteratura degli immigrati nella nostra lingua. E inoltre ha aiutato a crescere ottime allieve.
 
 
 
 
 
 

Maria Nadotti si è mossa tra Italia, Europa e Americhe (gli Usa, ma anche il Messico e altrove) con irrequieta volontà di capire e di partecipare, di conoscere, per il possibile da dentro, ciò che cambiava nelle società e nelle culture non solo da testimone intelligente ma da partecipe diretta. Ottima intervistatrice, ci ha permesso di accostarci a personaggi chiave della cultura del secondo Novecento e attuale, dalle grandi scrittrici e pensatrici e artiste ai Vonnegut e ai Kapuscinski, instancabilmente curiosa e desiderosa di condividere le sue scoperte e i suoi amori con lettori attenti e attivi. La sua ottica, spesso decisamente femminista, ha aiutato tanti a liberarsi dei loro pregiudizi, dei luoghi comuni.
 

Alessandro Coppola è, tra i giovani studiosi italiani, uno di quelli che ci sono più cari per il semplice motivo che non si accontenta di studiare e di investigare (si vedano le sue ricerche sulle periferie parigine, sul crollo delle città industriali statunitensi…) ma vuole capire e vuole condividere. Si confondono in lui, come nei migliori sociologi di due secoli, l’imperativo della conoscenza e quello della partecipazione attiva al cambiamento, di stare nelle mutazioni quasi da militante e da “attivista”. è di studiosi di questo tipo che hanno bisogno la nostra società e la nostra cultura, afflitte da un giornalismo che ignora l’Italia vera e ignora il mondo
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Menoventi, cioè Gianni Farina, Consuelo Battiston e Alessandro Miele, tre animosi e “aristocratici” giovani teatranti (il nome del loro gruppo non indica un’età ma il freddo che hanno patito nell’elaborazione di uno dei loro primi spettacoli), hanno seguito una strada personale e originale, nel gran bailamme dei giovani e meno giovani gruppi teatrali di oggi, nella loro confusione e nella loro  autoreferenzialità, e ci hanno regalato piccoli spettacoli poveri e semplici ma straordinariamente originali, rigorosi e spiritosi, che procurano un pieno godimento attraversato da una sotterranea nevrosi, da un avvertibile disagio che non è solo il loro né è solo generazionale. 
 

Babel è un singolare festival di letteratura diverso dai luna-park abituali, da Torino a Mantova a ogni dove, dalle passerelle di divi e divetti in cui finiscono per confondersi anche personaggi di tutto rispetto. Il “festival della traduzione” di Bellinzona permette di incontrare ogni anno i migliori rappresentanti della cultura di un paese e di confrontarsi con loro direttamente, in un ambiente quieto e civile, secondo modalità che sono da seminario e non da società dello spettacolo. Ideato e animato da Paolo Agustoni, Vanni Bianconi, Matteo Campagnoli e altri validi collaboratori, Babel riserva ogni anno, ogni anno un paese diverso, delle conferme e delle sorprese che ci fanno certi, nonostante le delusioni che chi si occupa di letteratura ha subito in questi decenni, che esistono ancora scrittori e lettori vivi, intelligenti.
 

Sandro Bonvissuto, con i tre racconti di Dentro (Einaudi), ha affrontato in modo asciutto, senza sbavature, attento alle cose e alle azioni ma anche al loro significato, il carcere (scrivendo a nostra memoria il miglior racconto italiano su questo tema), la scuola (la pubertà e i suoi sentimenti, il modo in cui essa è trattata) e il basilare rapporto educativo padre-figlio con una maturità invero insolita, con uno stile controllato ed esigente che è lontanissimo, anche perché parte da esperienze forti e insolite, dalla superficialità dei libri che cercano il successo.
 

Carola Susani non è alle prime prove ma Eravamo bambini abbastanza (minimum fax) la conferma come uno dei nomi su cui è possibile scommettere, scrittrice matura e coraggiosa, esigente e giustamente visionaria, con un concetto alto della propria vocazione. Il suo romanzo racconta un’infanzia che è  ancora tale solo in condizioni di non controllo da parte di una società che si crede adulta. Misteriosa ed emozionante, l’avventura vissuta dai suoi protagonisti ci riporta a un immaginario ambiguamente ricco sul nostro presente, che spaventa ed esalta.
 
 

Giorgio Fontana, milanese, ha saputo raccontare in Per legge superiore (Sellerio) la sua città da due opposti obiettivi: il centro, il Palazzo di Giustizia, il mondo borghese, il ceto dominante, e la periferia, via Padova, il mondo degli immigrati, del difficile inserimento dei nuovi arrivati in una città classista. Il suo romanzo non è un noir anche se ha per tema un’inchiesta, non è uno dei cento romanzetti che ingombrano le vetrine delle librerie, ma una controllata e morale investigazione nel presente di una città e di un paese che è memore del grande magistero di Sciascia.
 
 

Francesco Targhetta ha tentato in Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn) la strada insolita e coraggiosa del romanzo in versi, memore soprattutto di La ragazza Carla di Pagliarani e volendo esplorare le difficoltà del presente dal punto di vista di un “giovane precario intellettuale” come quello esplorava gli anni del boom. Ne risulta il quadro più attendibile serio rispettoso dei cento (o mille) sulle difficoltà e problemi di una generazione, ma anche il quadro di una parte significativa della nostra società, e nella ispirata, aperta, a tratti straziata visione di un’epoca sembra proporre una via di fuga dagli aridi e ripetitivi modi di raccontarsi dei giovani scrittori contemporanei.
 

Alessio Torino ha raccontato il mondo degli adolescenti sullo sfondo di una provincia particolare, di un Appennino umbro-marchigiano raramente presente nella nostra letteratura, e ci ha dato con Tetano (minimum fax) una sorta di I ragazzi della via Pal che cercano bensì nella natura, anche quando aggredita dal “progresso”, uno sbocco alle loro esigenze di confronto, di crescita, di solidarietà e di gruppo, di avventura e soffrono di padri assenti. La sua è una letteratura che, dai margini, esige la stessa attenzione di quella prodotta dai cosiddetti centri, conformisti e mortiferi. Verso il mare, verso l’aperto.

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