Raccontare l’esodo, la nostra sfida

Armin Greder

Armin Greder

 

È dalla lettura del romanzo Ancóra dello scrittore turco Hakan Günday (Marcos y Marcos) che ci viene la forza di essere sfida, ovvero la necessità di sentire l’impegno per progettare la nuova polis sociale attraverso le arti, quindi il teatro.

Nel romanzo il ragazzo Gaza riceve da un suo coetaneo profugo afgano una rana di carta. Gaza è orfano di madre e vive solo nei boschi con in tasca la sua rana di carta senza giochi e con l’infanzia stracciata. Il padre è un trafficante di esseri umani che raccoglie nei boschi con un furgone e poi li nasconde in una cisterna, in sicurezza in attesa di venderli. Per lui quelle persone sono merce e le tratta solo ed esclusivamente come merce. Nella cisterna quei corpi sono una merce speciale: sono corpi vivi che respirano ancora, hanno la mente vuota e non hanno pensiero. Sono corpi però senza spazio e senza tempo sono obbligati nella profonda solitudine e la loro vita è esercizio del nulla. Il denaro trionfa sulla morte per loro anche i giubbotti di salvataggio sono falsi non servono per salvarli dalle onde del mare.

Il nostro è il tempo dell’uomo solo con lo stomaco sempre più gonfio di denaro, mai sazio senza limiti. Gaza vive e nella tasca ha la rana di carta, per lui forse c’è un posto nella storia: è un bambino ed è innocente. La città deve interessarsi della sua storia, deve prepararsi per la sua accoglienza. Certo la vecchia città è finita. Non si può più continuare a percepire gli immigrati, seduti in salotto davanti allo schermo della televisione, non si può più vivere blindati in casa per difendersi dalla paura del diverso. Dobbiamo uscire dalla televisione ed essere pronti per affrontare quella realtà che la televisione non ha più la grammatica e quindi la lingua per raccontare.

La città organizza i bisogni, asseconda i desideri e costruisce il futuro, in questa città il teatro è il cantiere dei corpi dove ognuno impara a vivere il tempo e ad abitare lo spazio. Le vecchie parole sono vuote e lontane dalla realtà, non ci rappresentano più e non sono adatte a raccontare la storia delle diversità. La nuova polis può essere allora quella della ricchezza della poesia, dei poeti, della musica, della danza, della videoarte. Le arti ci possono aiutare a uscire dalla paura a vincere l’egoismo e a superare l’inconscio razzista. La polis sociale è la città aperta che si affida alla lezione dei poeti.

 

Porgi orecchio, benevolo e fonologico,

alla lalia che sorge dal profondo dei meriggi,

tra siepi asciutte,

nei mercati nei fori boari

nelle stazioni tra fienili e chiese

poi si spegne e col sospiro

d’un universo erboso si riaccenderà

verso la fine dei crepuscoli.

(Pier Paolo Pasolini).

 

Siamo convinti che ormai siano pronti i tempi della nostra sfida: io sono, tu vieni, io ti aspetto.

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