Ragazzi di strada

Armin Greder

Armin Greder

Ho visto per la prima volta Il segreto al Torino Film Festival del 2013. Il film di Cyop&Kaf mostrava le imprese di una banda di ragazzi napoletani impegnati nella celebrazione di un rito antico. Sono passati due anni, ma quelle immagini mi hanno suggerito nel tempo pensieri che ho deciso di raccogliere e di legare insieme.

 

Alcuni ragazzi dei Quartieri Spagnoli s’inerpicano su un muro di cinta sgretolato, le mani si avvinghiano alla sommità e i piedi saggiano le pietre sporgenti alla ricerca del migliore appoggio. Sotto di loro s’apre un’area in abbandono, un vuoto lasciato dal palazzo che fu abbattuto negli anni novanta. Lì, fra sterpaglie e calcinacci, i ragazzi di strada celano il loro segreto: un deposito di pini raccattati fra le vie di Napoli nei primi giorni di gennaio, tesoro di legna da ardere per il falò rituale di Sant’Antonio Abate. Appare l’immagine di un gatto sicuro ma guardingo, s’arrischia anche lui sul muro mezzo franato. Poi un ragazzo corre disinvolto lungo la stretta linea del ciglio.

 

Il segreto è una scorribanda di immagini. La macchina da presa aderisce all’avventura senza distacco e senza giudizi morali: corre a perdifiato nei vicoli, segue le scie di terra e di aghi disegnate dai pini, sfreccia sui motorini che trascinano i tronchi. La memoria del cippo di San’Antonio è conservata solo dai ragazzi, ormai: la maturità infonde l’oblio del rito del fuoco. In strada passa fugace la banda, ma gli adulti proseguono la loro vita osservando le vetrine come se nulla fosse. Solo raramente si voltano all’improvviso con volti attoniti, intimoriti mentre i cacciatori di alberi scompaiono dietro l’angolo. I bambini-gatto e i passeggiatori del centro comunicano raramente, come se non avessero più parole comuni da scambiarsi. S’incontrano come abitanti di due universi lontani.

 

Un gruppo sale verso il quartier generale trascinando un pino secco. È notte e la luce elettrica si spande arancione, i ragazzi hanno il passo svelto. Fuori campo la voce di un adulto che osserva: “Non so’ criature. Mamma mi’, ‘o vero, non so’ criature. So’ bestie”. Un felino sbuca fra un’auto e un motorino e sgattaiola furtivo, così veloce che la sua sagoma appare sfumata. Il segreto è un film di bestie e di randagi. Eppure vorrei trovare il modo di rivoltare, senza manomettere, le parole dell’adulto fuori campo.

 

Tempo fa – mi ricordo, era sera in una periferia a nord – un’amica disse: “le inquadrature nascono sempre dal basso perché il mondo in questo film è visto dai bambini”. Le immagini rievocano la prospettiva infantile e adolescenziale: Il segreto va alla ricerca di uno sguardo perduto. Non si tratta di una regressione – è impossibile andare indietro – ma di un ritrovamento: nell’adesso della maturità incontriamo quanto era stato dimenticato. Il segreto mostra come noi adulti e ragazzi cresciuti possiamo scoprire di nuovo la visione che rasenta il terreno, il punto di vista dei felini senza domesticazione.

 

La via intrapresa conduce sulla soglia di un film quasi centenario: Zero in condotta di Jean Vigo. Alcuni piccoli scolari si rivoltano contro il regime repressivo del collegio. In una processione di scherzi e fanfaronate raggiungono il tetto sventolando il Jolly Roger al posto del vessillo francese. Da lassù lanciano quel che trovano contro le autorità urlanti nel cortile. Alla fine i bambini s’allontanano contro il cielo in un equilibrio sospeso sulle tegole. Jean Vigo era figlio di anarchici e morì di tubercolosi a ventinove anni.

 

Un altro francese dalla vocazione libertaria si chiamava Pierre Clastres ed era un antropologo. All’inizio degli anni Sessanta passò il tempo fra gli indiani Guayaki, in Paraguay. Dopo questa esperienza scrisse alcuni libri, uno s’intitola La società contro lo Stato. Clastres diceva di aver intravisto là nella foresta una società di tribù dove i governanti non esercitavano un dominio coercitivo sui sudditi. Il capo del villaggio era legittimato dal consenso di tutti e non poteva usare la forza per preservare il suo ruolo. Secondo Clastres il potere fra i Guayaki era conservato all’interno del corpo sociale e non era separato in un fuori, in un al di là distaccato. Per questo, secondo lui, esisteva una società senza Stato. Dunque anche Clastres s’era incamminato alla ricerca di una condizione che precede l’età matura della civiltà: il tempo in cui non sussiste la divisione fra i servi e i padroni.

 

Prima di morire Clastres ha scritto un articolo dedicato a un giovane francese del Cinquecento che a vent’anni scrisse un trattato clandestino. Si chiamava Étienne De La Boétie, autore del Discorso sulla servitù volontaria. La Boétie si chiedeva “in qual modo può accadere che tanti uomini, tante città, tante nazioni sopportino talvolta un solo tiranno”. Se questi popoli e nazioni avessero il desiderio di non ubbidire più, il tiranno sarebbe immediatamente destituito. Allora La Boétie sostiene che la servitù sia volontaria perché il popolo “rinunzia all’indipendenza”. Il pamphlet ha avuto alterne fortune nella modernità. A volte è stato evocato per scatenare la ribellione contro il tiranno, altre volte invece è stato impiegato per giustificare il diritto dei regnanti a governare. Ma il Discorso è davvero affascinante quando La Boétie incalza il lettore con le sue domande: quale mai è la “cagione” di questa “voglia di servire”? E qual è l’origine della separazione fra governanti e governati? E perché gli uomini hanno dimenticato la loro naturale indipendenza?

 

Ecco che La Boétie menziona il comportamento degli animali: “che hassi dunque a dire se fino il tardo bue del giogo freme, e l’uccelin entro la gabbia geme?”. E anche il cavallo morde il freno e scalcia per dimostrare che “s’egli serve non è già per sua voglia, ma per nostra violenza”. Dunque solo gli uomini civili si sono assuefatti di buon grado alla servitù: “e poiché per fino quelle bestie, che sono destinate al servigio degli uomini non possono adattarsi a servire, se non colla protesta d’un contrario desio: quale sciagura è mai stata, che ha potuto deviar l’uomo cotanto dalla propria natura, che, essendo il solo nato specialmente per vivere indipendente, ha così obliato il suo primiero stato, e perduta per fino la brama di ricuperarlo?”. Mi sembra che La Boétie intraveda negli animali la condizione libera che un tempo appartenne all’uomo. Il testo che ho citato proviene dalla prima traduzione italiana del Discorso: “tradotto in italiano idioma in Napoli anno settimo repubblicano”. Era il 1799 a Napoli e il traduttore si chiamava Cesare Paribelli. Paribelli partecipò al comitato centrale del governo repubblicano insieme a Carlo Lauberg, il fondatore del Monitore Napoletano.

 

Questo consente di tornare al Il segreto e ai ragazzi-gatto. Sia chiaro che qui non tento di rispolverare il mito del buon selvaggio, né intendo sostenere che nella banda siano assenti forme di potere gerarchico. Il segreto è un film di valore perché non cade nel tranello della nostalgia vagheggiante l’età dell’oro. Il ritrovamento del perduto sfiora corde più sottili. Ricordo la scena in cui i ragazzi preparano l’incursione alla Torretta per sottrarre i pini alla base nemica e portarli ai Quartieri Spagnoli. È sera, le macchine scorrono via in un sottofondo di clacson e motori. Cinque piccole figure discutono sui pericoli dell’avventura: “Io non vengo. Tengo paura”. I membri più giovani temono le ritorsioni della banda della Torretta. Il più coraggioso incalza: “Tu passa ‘a llà, passamme solo. Ma come cazzo arragiunate?” Il timore persiste: «Loro c’accirono, le guardie no». Un ragazzo rompe il silenzio, dice che non si può reagire contro le guardie ma “se t’acchiappano loro tu gli spacchi ‘na butteglia ‘n capa”. Il braccio fa un movimento dall’alto verso il basso come se la mano tenesse il collo di una bottiglia. Invita i compagni a muoversi: “Ma che ce ne fotte? Jammucenne!”. “Si murimm’, murimm’ tutti quanti però!”. Il ragazzo della bottiglia insiste con i sogni di vendetta e minaccia coltellate inferte ai nemici, “zoccole” buttate sul collo dei futuri prigionieri, colpi di pistola risolutori.

 

I ragazzi conservano dentro di loro le possibilità d’una vita che ancora non ha assunto una forma definitiva. Il bene e il male, la serenità e la disperazione, il successo e la disfatta: sono condizioni compresenti e indeterminate. Un bambino è in potenza un uomo libero, un camorrista, una guardia, un illuso, un disoccupato, un capo gran governante, un marginale. La maturazione di un individuo è come una perdita selettiva: ogni scelta che facciamo esclude innumerevoli possibilità alternative. Il recupero dell’infanzia ci consente di vedere di nuovo i possibili che ci attendevano e che ora, nell’età adulta, sono svaniti. L’inquadratura dal basso de Il segreto trascina il pensiero all’epoca in cui nulla era ancora stato scritto.

 

Ma cosa succede se un ambiente consente lo sviluppo di alcune vite possibili, e impedisce lo sbocciare di altre? Il segreto è anche una riflessione sulle possibilità che si perdono al di là della nostra volontà e delle nostre scelte. Quanti possibili smarriti possiede chi nasce nei Quartieri Spagnoli? Nel dialogo che precede la spedizione alla Torretta ho percepito come gli errori del futuro dipendono forse dalla dissoluzione di alcuni mondi possibili, troppo striminziti per essere praticati.

 

Esiste un ricordo dell’infanzia scritto da Leopardi nel 1819, una frase dispersa in un fluire magmatico di appunti dedicati alla vita trascorsa. Il frammento dice così: «passeggiare su e giù disinvoltamente in mezzo alla gente e mie considerazioni sul perdere questo stesso che fanno gli uomini e poi cercar con tutti i modi di tornare là onde erano partiti e quello stesso che già avevano per natura cioè la disinvoltura ec. osservazioni applicabili anche alle arti». Questa tensione verso il ritrovamento genera un metodo, un modo particolare di pensare la società e l’arte. Nello stesso magma di appunti Leopardi scrive più volte, quasi un’ossessione: «Giuro che non voglio più tiranni ec.».

 

Non un ritorno al paradiso perduto, ma un ritrovamento momentaneo di una «disinvoltura». Di solito vedo il mondo attraverso i modelli e le convinzioni che ho elaborato secondo abitudine. Questi pensieri a priori determinano le scelte durante la vita quotidiana: la predilezione di una strada che sento più sicura, l’esclusione di vie attraverso luoghi che non conosco e dove non voglio smarrirmi. I passi procedono ingessati in attese e credenze. Ogni tanto però riesco a “passeggiare su è giù disinvoltamente” nei luoghi che non conosco, aperto a ogni accadimento possibile. La “disinvoltura” abita il pensiero e i gesti di chi sospende gli schemi, le categorie e le assuefazioni dell’esistenza adulta. Così qualche volta sento intorno a me un’atmosfera dove tutto è ancora possibile, come se da ogni angolo potesse sorgere un’apparizione, e stupirmi. Il segreto è come una passeggiata lungo vie che non conosco perché è come se le vedessi per la prima volta, da infante, bestia o selvaggio.

 

A volte il risorgimento dello stupore richiede una lenta preparazione, è un accumulo di energie raccolte e nascoste in un luogo segreto. Poi un’immagine – scintilla inattesa – raggiunge la sensazione. È l’attimo infuocato d’una disinvoltura recuperata. Così arde il falò finale: le fiamme divorano gli schemi e le opinioni, consumano il fugace incontro con qualcosa che s’era perso.

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