Io e i rom: una questione di vitalità

Davide Reviati

Davide Reviati

 

incontro con Emilio Varrà

A sei anni da Morti di sonno, Davide Reviati torna con un nuovo romanzo a fumetti, di nuovo edito da Coconino Press-Fandango, e si conferma come uno tra gli autori più importanti e personali della nostra scena. Sputa tre volte parla di infanzia e soprattutto di adolescenza, di provincia e amicizia maschile, dell’energia che si ha solo a diciotto anni e della capacità di sprecarla senza pentimento, del rapporto complicato, sfaccettato, ricco di pregiudizi ma aperto anche a momenti di vero incontro, tra una comunità rom e quella della nostra campagna, sospesa tra Pianura Padana e Romagna. Un vero e proprio romanzo fiume, e non tanto per le oltre cinquecentocinquanta pagine che lo compongono, ma per la natura del suo andamento, estremamente fluido nel suo andare ondivago, sempre pronto a scantonare, ma calibratissimo nel dosaggio del ritmo, nel rapporto sempre dinamico tra finito e non finito del disegno, tra la gestualità e il controllo del segno, nella relazione attentissima tra parole e immagini, tra segni e vuoti. Questo procedere in qualche modo organico, ma concentratissimo e privo di qualsiasi naiveté, ha un po’ del rabdomante, che si aggira nello spazio del racconto via via guardandosi intorno e cercando di cogliere segrete e brevissime correnti sotterranee, piccole rivelazioni di quel mistero che rimane il vivere. Di fronte a questi tentativi, verrebbe più di seguire in silenzio o stare a guardare, che intervenire con commenti: Sputa tre volte è uno di quei lavori che bisognerebbe semplicemente leggere, che inibisce un approccio di analisi, perché quello che sembra richiedere è solo di farne esperienza.

Per me l’ispirazione iniziale parte sempre da un sentimento di empatia; per passare tanto tempo da solo a disegnare ci vuole un interesse profondo. Spesso non le so le ragioni di questa empatia. Per Sputa tre volte tutto è partito con l’immagine del bambino su una pantera, che apre il libro. Non avevo idea né del suo significato né di dove mi avrebbe portato. E poi c’era una figura nella mia memoria che spingeva per essere raccontata: Loretta, la ragazza rom, che non è solo un personaggio ma anche una presenza reale che in qualche modo ho frequentato in passato. Non c’è stato un approccio ideologico nel voler affrontare il tema delicato del nostro rapporto con la cultura rom, ma un’adesione puramente emotiva, e direi fisica.

Questa fisicità, a leggere il libro, si traduce in una grande fluidità, che non esiterei a definire musicale, per il dosaggio tra pieno e vuoto, il fitto tratteggio e il bianco della pagina, la disposizione delle parole, la cura nell’andare a capo come fossero versi, il ritmo…

Il ritmo è fondamentale, è il ritmo che ti guida mentre lavori, sia nella parola sia nel disegno, sia nella compenetrazione tra i due. Ci sono assonanze che ti prendono per mano, contrappunti… devi imparare a sentirli e a farti guidare.

E infatti uno dei grandi interrogativi che nascono durante la lettura riguarda il lavoro di composizione: hai la capacità di tenere insieme toni ed elementi narrativi molto eterogenei, dal visionario al realistico, dal lirico al colloquiale. Sussulti continui di tono e di scena che costruscono una narrazione tutt’altro che lineare, ondivaga, e che nello stesso tempo ha un suo procedere continuo, come un flusso appunto.

Non è una scelta quella di procedere in questo modo: purtroppo non sono riuscito a trovare un metodo di lavoro più solido, e lo dico senza alcun compiacimento. Non riesco a scrivere un libro per intero prima di disegnarlo, non ho una sceneggiatura, non ho uno storyboard, procedo per spezzoni. Mi sono costruito un pannello grande in cui attaccavo fogliettini del bloc-notes che ho sempre con me e sul quale annoto, disegno, prendo appunti. Se pensiamo alla narrazione come una collana, ecco, io ho molte perline, ma non ho il filo. Credo che una storia sia importante per le perline, non per il filo. Il filo è un pretesto, è un modo per legare tutto, ma quello a cui tengo sono le singole perline. Io racconto delle storie per parlare di quelle, sono cose che possono apparire laterali e poco funzionali, ma per me sono il vero sale della storia. Poi procedo provando a incastrare le varie parti e a vedere se tutto quello che ho immaginato possa stare insieme. Può essere che molti elementi rimangano fuori, che altri li aggiunga dopo. Ma è un viaggiare in presa diretta, anche perché disegno e scrivo quasi nello stesso tempo. Questo non vuol dire che non ci sia un lungo lavoro di lima, per i testi faccio tantissime versioni della medesima frase, sposto un aggettivo, cambio una punteggiatura. Un’altra cosa che faccio è di non preoccuparmi della struttura generale: mi concentro su un primo capitolo, e poi un secondo e via così, e alla fine provo a legare tutti questi segmenti. È un metodo che mi assomiglia abbastanza e in fondo è il modo con cui vedo la realtà oggi: tanti momenti, anche caotici, una serie di spezzoni senza introduzione sviluppo e fine, elementi di un mosaico, spesso affastellati. La scommessa poi è quella di far stare insieme il tutto e di trovare un senso complessivo.

Questo procedere a mio avviso rafforza tantissimo la narrazione, perché è ricchissima di salti, di non detto, di spazi bianchi, appunto. E in questo è anche chiamato in gioco il lettore, che ne deve fare esperienza. Ma penso anche ai tempi che derivano da questo modo di lavorare. Una delle cose che più mi affascina della creazione artistica è la capacità di sostenere, di mettersi sulle spalle, una storia per tanto tempo. E le storie pesano sulle spalle, diventano anche un fattore di resistenza.

Sì, può diventare faticoso, perché una storia te la porti dietro sempre. Questo libro mi avrà preso all’incirca tre anni. Appena attacchi, e anche molto prima, la storia diventa necessariamente un’ossessione, ogni cosa che senti, dici, vedi, la riconduci lì. Persino i sogni interagiscono con la storia e a volte è interessante farsi prendere per mano da questi per far procedere il racconto. Ma la cosa più faticosa e difficile è che lavorando senza una base a cui agrapparmi sono costretto a stare dentro la storia sempre, non c’è giorno in cui mi posso rilassare e magari pensare ad altro mentre ripasso i disegni a china. Ogni volta devo essere presente, leggere quello che ho fatto prima e rientrare dentro la mia bolla, in sintonia con quello che sto raccontando, non c’è mai la possibilità di rilassarti, magari semplicemente lasciandoti andare al puro disegnare. A me poi capita spesso che quello che racconto ha in qualche modo a che fare con la mia vita, questo comporta un’esperienza che può essere dolorosa, e allora bisogna imparare a costruirsi una piccola corazza che ti permetta di stare dentro alla storia per tanto tempo.

Raccontare una storia sui rom, sul rapporto tra la loro e la nostra comunità, è molto rischioso, è molto facile scadere in un atteggiamento politicamente corretto, anche involontariamente ruffiano. Il tuo libro riesce a evitare questa trappola. Quanto sei stato attento in questo sforzo?

Quando si lavora per astrazione è molto facile cadere nella retorica. L’unica possibilità che io ho per fronteggiare questo rischio è quella di tenere sempre ben presente la realtà, la realtà per come l’ho vissuta, la memoria viva delle cose. Il libro non è autobiografico, però si rifà a cose che ho vissuto direttamente o di straforo e che ho preso come spunti di partenza. Tornare a quei momenti è per me l’unico modo per evitare l’artificio narrativo e per cercare di restituire le cose in maniera più autentica.

La sensazione è che questa comunità rom abbia un che di fantasmatico: è sempre presente nel libro, però compare e scompare. È come se fosse lì e non ci fosse mai nello stesso tempo.

Mi incuriosiva questa dimensione “animalesca” dei rom, che ci sono e non ci sono, li intravedi e già sono spariti. Lo sai da subito, non li conoscerai mai davvero. Non ho voluto fare un trattato sui rom e la loro cultura, avrei finito per raccontare cose che non conosco davvero e sarei suonato falso, prima di tutto a me stesso. Ho lasciato che restasse questo sfondo inconosciuto e inconoscibile per noi. Che poi è forse il loro modo di salvarsi da noi: farsi conoscere il meno possibile. E in fondo è anche questo il senso dell’appendice del libro. Che è una storia a parte, quella di Papusza, forse la prima poetessa rom. Papusza fu scoperta da un intellettuale polacco, Ficowski, che rimase colpito dai suoi versi. Ma questo desiderio di dare visibilità alla sua opera, pur autentico nelle intenzioni, alla fine si è rivelato una rovina: Papusza venne rinnegata dalla sua comunità, accusata di essersi venduta al regime sovietico, e visse la fine della sua vita in miseria e solitudine. Mi sembrava che questa storia avesse un’eco con la mia e con Loretta, la ragazza rom che raccontavo, che a modo suo rimane avvolta nel mistero. Mi sono imbattuto in Papusza per caso, mi sembra nel libro di Isabel Fonseca, Seppellitemi in piedi. Era una paginetta o poco più, ma mi aveva colpito e ho cominciato una ricerca parallela al procedere del mio lavoro. Mentre mi avviavo verso la fine del libro, mi sono accorto che avevo raccolto molto materiale, che avevo fatto anche molti schizzi sulla vita di Papusza, e allora mi sono detto che era giusto che questo materiale e questa storia parallela che mi aveva fatto compagnia lungo la strada e che forse aveva influenzato il mio racconto più di quanto credessi, finissero per stare davvero insieme al resto. Di qui la decisione di inserire l’appendice.

Una cosa che rende molto coerente questa appendice è il “malinteso”, ovvero la difficoltà di trovare un terreno comune di comunicazione tra culture diverse. La Cecla nel suo saggio mette in luce anche che esso non è sempre un fattore negativo: ci sono fraintendimenti e incomprensioni ma è comunque un primo luogo di confronto, uno spazio grigio in cui si prendono le misure per una futura possibilità di dialogo. Nel tuo libro il rapporto tra noi e la comunità rom è sempre sfaccettato, sospeso tra comunicazione e non comunicazione, tentativi di contatto e pregiudizi. Ma non ti nascondo che ho pensato anche a Ombre rosse e Sentieri selvaggi, complici le apparizioni nel libro dell’icona di John Wayne.

Wayne è una figura che viene dall’immaginario della mia infanzia. Forse qui è una figura che sostituisce un po’ il padre dei ragazzi protagonisti. Le figure dei genitori sono lontane, ci sono ma sempre a distanza. John Wayne è come uno zio pragmatico e non troppo acuto, dotato di una sua logica, che soprattutto dà delle certezze.

Perché racconti spesso di adolescenza?

Perché io mi vivo ancora come un ragazzo di 16 anni. Mi sento vicino a quell’età, non perché creda di capire gli adolescenti ma perché io mi sento adolescente. Per me non è un procedere nostalgico. È come parlare di me adesso. E poi ci sono alcune questioni che mi incuriosiscono molto di quell’età: c’è un vitalismo animalesco, selvatico. Quello che ricordo nella mia generazione, almeno. Un’energia sfrenata che si incaricava di ampliare gli orizzonti della vita e finiva spesso per incontrare la morte. Ne ho parlato in Morti di sonno. In questo sento un’affinità con la cultura rom: questo vitalismo, che io trovo autentico, privo di cerimoniosità, mi ha sempre affascinato. Il che non vuol dire che non ci sia la fregatura o la balla, ma non ci sono cerimonie, e quindi non c’è ipocrisia. E poi altre cose… Io ho fatto davvero l’I.T.I. e ci ho messo davvero sette anni. Disegnavo sempre a lezione, facevo la caricature dei professori, e anche a casa i miei mi hanno sempre visto disegnare. Ma non mi hanno mai detto nulla, nessun apprezzamento e nessuna critica. Nessun commento. Niente. Mi hanno solo detto che dovevo andare all’I.T.I., non al Liceo artistico. Forse mi guardavano come un figlio un po’ strano. Ho scoperto poi, dopo la sua morte, che mio padre al bar diceva agli amici che facevo dei disegni della madonna. Ecco. Quello era il loro modo di intendere la vita. Non erano le parole che davano senso alle cose. Anche qui, in un certo modo, trovo un parallelo con la cultura rom, che poi è una definizione necessariamente generica, una generalizzazione forzata, perché ci sono tante etnie e tante comunità rom. Prendi il rapporto che la cultura rom ha con la morte. Mi sembra che da noi la morte sia assolutamente rimossa. Le nostre società più arcaiche e pagane ne avevano una confidenza quotidiana e c’era una ritualità precisa, dovevi farci i conti con la morte. Le ritualità dei funerali oggi sono spesso penose, una formalità burocratica. Ero curioso di conoscere la cultura rom sull’argomento. Ho scoperto che il lutto non è condiviso socialmente. O meglio, in alcuni gruppi rom la memoria del defunto non è una memoria sociale, ma assolutamente individuale. Ci sono piccoli riti privati che ognuno può mettere in opera per conservare la memoria del defunto. Ad esempio astenersi da un cibo perché era il preferito dello scomparso. Questa apparente assenza di memoria – perché manca il veicolo primo, la parola – in realtà è un pieno e non un vuoto. Ma un pieno individuale, privato e spesso non condiviso, che non ha bisogno di sfoggiare meriti, niente narcisismo, non ha bisogno della certificazione di altri. C’è un filo sottile che unisce questo con mio padre che muore senza dirmi mai nulla dei miei disegni. Può sembrare brutale questa “reticenza” e forse lo è, può provocare amarezza e altre tare. Ma io ci vedo anche un senso di verità, verità dell’esistenza, un tentativo di conservare l’autenticità delle cose, di non consumarle con definizioni per forza di cose imprecise e, alla fine, false.

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