Said e “Orientalismo” 40 anni dopo

Ahmed Ben Nasser

Ahmed Ben Nasser

 

Poco meno di quaranta anni fa (Orientalism è stato pubblicato da Routledge nel 1978 – e tradotto da Boringhieri nel 1991) Edward Said, palestinese, egiziano, americano, di ascendenza cristiana, arabo, sostenne che la contrapposizione “assoluta e sistematica” tra un Occidente “razionale, sviluppato, umano e superiore” e un Oriente “aberrante, sottosviluppato, inferiore” è falsa, ed è una delle cause della soggezione politica e delle tensioni del Medio Oriente, oltre che un fardello per i colonizzati di tutto il mondo, ovunque vivano. è altrettanto falsa, per Said, l’esistenza stessa di un Oriente unico e immutabile, che, a seconda delle circostanze, può includere tutti i popoli di tradizione islamica  o solo gli arabi, o anche gli indù e i cinesi, la cui essenza è costituita da un corpus di testi “scoperti” e interpretati da studiosi e avventurieri arrivati nei paesi “orientali” tra Sette e Ottocento al seguito dei mercanti, come nel caso della East India Company, o degli eserciti, come in quello di Napoleone alle Piramidi, completo di Champollion e tecnici. È questo “Oriente” però – unico, sostanziale, eterno – che, secondo l’autore, definisce per opposizione un “Occidente”, anch’esso unico ed eterno, che include, prima, soprattutto le potenze imperiali europee, e poi soprattutto gli Stati Uniti, e avrebbe il monopolio, al di là del tempo e delle differenze, divisioni e guerre interne, della razionalità, della esattezza, della scienza, dei fatti. È invece vero che questa definizione dell’Oriente a partire dalla interpretazione degli studiosi occidentali dei testi antichi e non dalle società come sono, e quindi degli orientali come quelli che “non sono in grado di rappresentarsi ma debbono essere rappresentati” si è affermata a lungo, durante la colonizzazione e dopo la sua fine, e ha formato generazioni dopo generazioni di funzionari e di studiosi, in Oriente e in Occidente; ha costituito il senso comune del mondo intero; resta la corrente più importante degli “orientalisti” e dei consulenti politici.

 

L’origine e la forza dell’Orientalismo

Il trionfo dell’Orientalismo ha radici lontane ma si colloca soprattutto nell’Ottocento durante la massima espansione degli imperi coloniali europei, quando le loro colonie rappresentavano l’80% del mondo, e si perpetua nel neocolonialismo.

La ricostruzione di Said comincia con Balfour e Cromer, per l’Egitto e il Medio Oriente, quando l’influenza culturale e il potere diretto di governo si sommano nelle stesse persone, ma risale al Settecento e si allarga a una lunga serie di autori, consulenti, amministratori, dal Kipling del fardello dell’uomo bianco al Kissinger segretario di Stato degli Stati Uniti.

Kipling descrive l’Impero indiano come un ordinato universo gerarchico retto da una armoniosa disciplina, senza discontinuità, dagli animali da tiro su fino all’Imperatrice:  “Il mulo, il cavallo, l’elefante, il bufalo, obbediscono al conducente, che obbedisce al sergente, e il sergente obbedisce al tenente, e il tenente al capitano, e il capitano al maggiore, e il maggiore al colonnello, e il colonnello al brigadiere che comanda tre reggimenti, e il brigadiere al generale, che obbedisce al Viceré, che è il servo dell’Imperatrice.” Kissinger ripete il dogma di fondo dell’Orientalismo: “la realtà empirica per molti dei paesi nuovi  ha un significato assai diverso da quello che ha per l’Occidente perché, in un certo senso, loro non l’hanno mai scoperta”.

La coincidenza di potere economico, potere militare, predominio culturale in India, in Medio Oriente, in Africa, da parte di Inghilterra, Francia, Belgio, Germania (fino alla prima guerra mondiale), Stati Uniti (dopo la seconda), cancella la storia, dell’Europa e dell’Oriente, consente e spiega il formarsi dell’ideologia orientalista.

Nel tempo l’orientalismo si è strutturato e ristrutturato. È rimasto però il peso prevalente sull’opinione pubblica, sul senso comune, dei cultori delle discipline interessate che sostengono la differenza assoluta tra Occidente e Oriente, anche se non mancano autori di primo piano (Said cita, tra gli altri, Jacques Berque e Clifford Geertz) che guardano a tutte e due le rive del Mediterraneo e osservano il mondo com’è, l’Islam com’è.  Islam Observed di Geertz è del 1971.

 

Come sono cambiate le cose dopo il 1978

Il predominio della concezione orientalista non ha fermato il mondo. Le potenze imperiali sono cambiate. La popolazione, la ricchezza, l’istruzione dell’Occidente e dell’Oriente, sono profondamente mutate. Oggi nessuno direbbe che la Cina è un luogo di miseria e ignoranza, anche se i contadini cinesi sono rimasti poveri; o che gli indiani e i pakistani sono analfabeti inadatti al lavoro industriale. Negli anni la realtà, e anche l’immagine, per chi ci lavora insieme, delle capacità degli americani e degli orientali all’estero è profondamente mutata. La qualità del lavoro dei tecnici americani in Medio Oriente è caduta; quella degli orientali è salita.

Proprio a partire da Orientalismo, dal conflitto israeliano-palestinese, dall’arrivo dei migranti dalla sponda sud del Mediterraneo, abbiamo cercato in molti di capire qualcosa di più del mondo culturale da cui provenivano i nuovi arrivati. Mi è sembrato che ci fossero cambiamenti in atto, che traduzioni di classici e sintesi nuove, e la presenza stessa dei nuovi arrivati di vari colori e religioni,  rendessero evidente l’intreccio, la continuità, tra le due sponde.

La traduzione in inglese della Muqaddimah (i prolegomeni – alla storia universale, naturalmente) di Ibn Khaldoun da parte di Rosenthal è del 1967 e rende questo fondamentale testo, degno di Machiavelli, accessibile al vasto pubblico di cui faccio parte. La History of Islamic Societies di Ira Lapidus è del 1988, dieci anni dopo Orientalism. Mi sembrava impossibile, davanti alla ricchezza di studi su cui Lapidus si fonda, che si continuasse a sostenere la impossibilità di distinguere nelle società islamiche tra la religione e la politica, tra le moschee (e i filosofi) e le corti (e i poeti).

Le edizioni critiche, con l’apporto fondamentale delle università asiatiche, della Città perfetta e della Logica di Al Farabi (dell’undicesimo secolo) per me hanno costituito una scoperta. Il capitoletto della Perfect City sulla democrazia dice che i cittadini della città democratica pensano che sia giusto ciò che loro ritengono tale; e che non c’è nessun motivo per pensare che ciò che loro ritengono giusto non lo sia, non coincida con la verità rivelata. Di recente abbiamo sentito più di un papa usare lo stesso argomento di coincidenza tra fede e ragione.

Da vecchio redattore di Boringhieri mi son trovato mezzo secolo fa a scrivere la fascetta di un testo di Gottlob Frege, l’inventore della logica formale, quello che scriveva di cercare i criteri dell’essere vero, non dell’apparire vero, “vero come è vero che fuori della mia finestra piove e c’è vento”: la logica non la retorica, la verità inferenziale vera come quella empirica. Ho avuto un soprassalto quando ho letto, vari anni orsono che, secondo il curatore, Al Farabi è l’uomo che si è avvicinato di più all’invenzione della logica formale prima di Frege: era un azero, usava l’arabo come lingua veicolare e avrebbe inventato l’è copula in arabo, che prima di lui non esisteva (relata refero, naturalmente).

Più dei testi, per me, e per molti che hanno lavorato con gli immigrati, ha contato la realtà viva dei giovani arrivati qui dall’altra sponda del Mediterraneo: le idee, le capacità, gli autori importanti letti, i protagonisti della storia recente preferiti, magari mitizzati, da Abd el Krim a Frantz Fanon. Abbiamo incontrato gli arabi, i berberi, gli islamici, i cristiani, gli atei, come sono e non come spesso li si dipinge; le loro famiglie, qualche volta di varie origini; le loro feste; la loro amicizia. Siamo stati costretti a riscoprire la nostra diversità di cafoni dall’Occidente come lo si idealizza: i nostri nomi religiosi (uno dei nostri filosofi maggiori si chiamava Croce, Benedetto Croce; dalle  mie parti i Santacroce e Della Croce sono una legione), le nostre parentele, i nostri costumi, i nomi-genealogia e gli appellativi sopravvissuti accanto ai cognomi dell’anagrafe.

Sembrava che l’auspicio della fine del dogma dell’Orientalismo con cui il libro si chiude potesse realizzarsi, che ci fosse una evoluzione positiva in corso almeno nel piccolo mondo di chi cerca di guardare fuori dell’uscio di casa e di parlare con chi arriva dal mare.

 

Le critiche a Said degli specialisti – e avversari politici

Non hanno fatto parte della tendenza positiva le critiche degli orientalisti a Orientalismo che negli anni non hanno prodotto una evoluzione ma una cristallizzazione polemica. I critici più noti –­ Michael Walzer, Bernard Lewis – hanno ignorato che il problema di fondo di Said non è la valutazione dei singoli studiosi secondo qualità ma la loro influenza sul senso comune, sulla opinione pubblica, sulle carriere universitarie, sui governanti. L’accusa di aver costruito un bersaglio artificiale delle critiche, per poterlo centrare meglio, di essersi scelto gli orientalisti da criticare (cherrypicking, secondo Lewis) trascura che il criterio usato è quello dell’influenza non quello del valore. I difensori più noti di Said – Noam Chomsky, Ilan Pappè – hanno fatto soprattutto una difesa politica, che si è ovviamente intrecciata con la posizione sul conflitto israeliano-palestinese, con l’assunzione di Israele nell’Occidente razionale ed evoluto, con l’origine palestinese di Said. Negli anni la polemica è diventata personale e velenosa. Ma Said era veramente palestinese o era solo ospite a casa di parenti? Ma non fa parte di una élite internazionale? Non ha goduto i privilegi dell’Oriente e dell’Occidente? Non insegna in America?

Il numero, la qualità, l’opinione e il peso politico degli studiosi però cambia nel tempo. Si poteva sperare nel prevalere di una visione non neocoloniale.

 

Gli sviluppi recenti

Le cose non sono andate così. Sul campo, in Medio Oriente e nel territorio tra il Giordano e il mare, la situazione è precipitata. I bombardamenti e i massacri delle molte guerre per procura e per vendetta, rivalsa, resa dei conti, si moltiplicano. Se qualche decennio fa la violenza dell’Olp e quella di Tsahal erano confrontabili anche se le parti in conflitto non disponevano degli stessi mezzi, negli ultimi anni la violenza è diventata quasi unilaterale. Non più indiscriminate vendette dopo attacchi terroristici, come a Monaco, ma bombardamenti e stragi in risposta ad attacchi poco più che simbolici. L’assunzione di Israele nel cielo dell’Occidente, con le guerre aeree, i droni, le spedizioni punitive, è diventata piena. Se il ritorno alla pena di morte minacciata da Erdogan in Turchia sembra, giustamente, un ritorno all’omicidio di Stato, la pena di morte che rimane negli Stati Uniti, e i molti morti ammazzati in quel paese, sembrano essere ritenuti un normale, accettabile fatto della vita. Il discorso di Netanyahu al Senato degli Stati Uniti, le ultime distruzioni a Gaza, il moltiplicarsi delle colonie ebraiche nei Territori occupati, l’emarginazione dei rappresentanti dei palestinesi cittadini di Israele, hanno reso la posizione assunta a suo tempo da Said quasi troppo blanda. Hanno cancellato ogni speranza di equilibrio e di pace.

Gli attacchi terroristici in Europa, in Tunisia, in Medio Oriente, hanno portato alla luce un antislamismo latente pervasivo, cieco, che rovescia totalmente quella che sembrava una possibile reciproca comprensione. La pretesa indistinguibilità di politica e religione nel mondo islamico non solo non è svanita ma sembra essere considerata una verità fattuale, contro la storia e le diverse realtà empiriche. Non è rimasto che papa Francesco ad avere parole e comportamenti di pace, di conoscenza reciproca, di solidarietà. Siamo ripiombati in pieno Orientalismo con l’enfasi sulla contrapposizione agli islamici, agli arabi, e una sorta di accantonamento della Cina e dell’India.

Leggere, e soprattutto aggiornare, Orientalismo è più utile, necessario, che mai. La deriva orientalista, il ritorno dell’essenzialità dell’Occidente e della sua contrapposizione all’Oriente è promossa proprio dagli esperti. Per un Olivier Roy che bada ai fatti, si contano decine di autori che raccontano gli orrori della guerra e del terrore attribuendoli alla differenza intrinseca tra orientali, che si inebriano di sangue, e occidentali che difendono “i nostri valori” (anche se uccidono, a distanza, dieci, cento volte di più).

Gli orrori ci sono, naturalmente – dalle due parti. Ma non dobbiamo rassegnarci alla sconfitta. Non è detto che le gole tagliate siano più importanti dell’accesso reciproco dei credenti di diverse fedi ai luoghi di culto per pregare insieme; che la solidarietà, l’accoglienza, contino meno della violenza. Se riscopriamo l’importanza e le potenzialità della politica, ciascuno a casa propria, nei paesi già industriali dell’Occidente, per i cui interessi si combatte, da cui provengono le armi che uccidono, anche se non sempre gli uomini, forse c’è ancora speranza.

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Un commento a Said e “Orientalismo” 40 anni dopo

  1. leonardo ceppa 30/11/2016 19:12 #

    bellissimo contributo. mi assale la nostalgia per le cronache politiche di Francesco su Quaderni Piacentini !

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