Tutta la città straparla

Tullio Corda

Tullio Corda

 

Il 30 giugno scorso è avvenuto qualcosa che segna uno spartiacque nella storia radiofonica (e non solo radiofonica) di questo paese. Se ne sono accorti in molti, sui giornali e in rete, per cui è il caso di tornarvi sopra.

Il giorno prima erano state portate a termine le operazioni di recupero di un peschereccio affondato a poche miglia dalle coste della Libia nell’aprile del 2015. Come molti ricorderanno, è stato il naufragio più grave della storia dell’emigrazione, probabilmente il naufragio più spaventoso da diversi secoli a questa parte, dal momento che dal racconto dei pochi superstiti è risultato subito evidente che nella stiva della piccola imbarcazione erano rimaste intrappolate diverse centinaia di persone, forse addirittura 700, molte delle quali donne e bambini.

È stato il numero elevatissimo di quei morti (riusciamo davvero a immaginare quanti sono 700 morti? quanto spazio occupano, uno in fila all’altro, una volta che sono stati portati a terra?) e il precedente della strage dell’Isola dei Conigli del 3 ottobre 2013 a spingere il governo italiano a stanziare dei fondi nelle operazioni di recupero dei corpi, affinché venissero identificati e riconsegnati alle famiglie.

Pertanto, il 30 giugno scorso, la notizia del recupero dello scafo inabissatosi era su molte prime pagine dei quotidiani. E, come tale, è stata segnalata su Radio 3, la mattina presto, nel corso della consueta rassegna-stampa di Primapagina. Ed è qui che è avvenuto qualcosa di radicalmente imprevisto, quanto meno nelle sue dimensioni: per tutta la mattina la radio è stata inondata di telefonate di radioascoltatori, sms, mail, messaggi sui social che definivano nella migliore delle ipotesi “inaccettabile” la decisione di recuperare quei corpi di “non italiani”.

Eccone alcuni: “La spesa per il recupero dei cadaveri è talmente forte che noi italiani a 500 euro ne siamo ‘colpiti’!!”; “Recupero barcone: offensivo nei riguardi di molti italiani in difficoltà. Sepolture sempre fatte in mare”; “Non ci sono soldi per sanità pensioni manutenzione strade incentivi allo sviluppo riduzione del debito. Ma ci beiamo di aver recuperato il relitto di un barcone naufragato nelle acque libiche. Quanto è costata questa scellerata scelta demagogica?”; “Si conosce il costo del sollevamento del traghetto affondato e del riconoscimento delle vittime? Grazie”; “Sì, tutto bene…l’umana pietà eccetera… Ma ormai siamo tutti sospettosi: chi ci guadagna? Recuperiamo i morti in mare, ma cosa si fa per evitare che si uccidano gli esodati, i senza lavoro, eccetera? E quando abbiamo avuto le nostre guerre, di certo non siamo scappati in altre nazioni”; “Non voglio che le mie tasse siano buttate così, che follia, mi passa la voglia d’essere di sinistra, poi ci si lamenta dei rigurgiti razzisti e dello sfascio dell’Europa. Quanta retorica!”

I messaggi sono continuati ad arrivare nel corso di tutta la mattinata, anche nel corso del programma Tutta la città ne parla, condotto da Pietro Del Soldà, in cui sono stato chiamato a intervenire per commentare quanto stava accadendo insieme a Umberto Curi, Giorgia Mirto e altri.

Confesso di aver provato un profondo disagio ad analizzare quei commenti, per almeno tre motivi. 1) Il loro numero. Non erano affatto messaggi isolati, erano una marea, appena intervallata da qualche messaggio o frase di buon senso, appena più ragionevole, che difendeva l’operazione. 2) Tali commenti non esprimevano una critica nei confronti del governo, ma un compatto modo di vedere le  cose, per cui la pietà non è un sentimento estendibile a chi è al di fuori dei confini di una supposta comunità nazionale. All’interno di questo compatto modo di vedere, non solo i morti degli altri sono ricondotti al rango di non-persone, e i profughi alla categoria di sottouomini (sia da vivi, sia da morti), ma emergono stilemi, tic, modi di pensare chiaramente razzisti. Tant’è vero che, in diretta, non ho potuto fare altro che avanzare una considerazione preliminare: “Prima di entrare nel merito della questione”, ricordo di aver detto, “iniziamo col dire che questi commenti sono orrendamente fascisti, e che come tali vanno definiti”. Non lo avessi detto, rompendo quasi una campana di vetro nella normale comunicazione radiofonica, la conversazione avrebbe continuato a provare a “normalizzare” ciò che intimamente non può affatto essere normalizzato… 3) Tutto questo stava avvenendo su Radio3, non su Radio Padania. E se è vero che ogni filodiretto radiofonico è un ottimo strumento per capire gli umori profondi degli ascoltatori, e delle loro comunità di riferimento, quei messaggi dicevano immediatamente che il luogo comune per cui esiste un “popolo di Radio 3”, epifenomeno di una sorta di ceto medio riflessivo, non è più vero. Ammesso che questo sia esistito in passato, oggi le cose sono molto più complicate: o quel popolo non esiste più per come è stato conosciuto, o è profondamente mutato, o è stato sostituito da un altro popolo, come in un romanzo di Dick, mentre dall’altra parte dei microfoni si è pensato di continuare a fare radio più o meno nello stesso identico modo da molti anni a questa parte. Detto in altri termini: le linee di confine, tra quel popolo e quello di Radio Padania, hanno ceduto in più punti. E questo rivela, molto più di tante indagini sociologiche, quale sia in realtà lo spirito profondo del paese su un tema dirimente come quello dell’immigrazione e dei profughi.

Nei primi anni novanta i conduttori di Radio Popolare si accorsero prima di altri a Milano, che l’aria stava mutando, perché – nei microfoni aperti – i radioascoltatori, un segmento preciso della città, facevano ormai apertamente proprie le parole d’ordine della Lega allora in ascesa, su immigrazione, tasse, giustizialismo antipolitico… A Radio 3, il 30 giugno scorso, è avvenuto qualcosa di simile. Ma l’impatto è stato ancora maggiore, perché il nocciolo della discussione aveva a che fare con la pietà nei confronti delle vittime in una strage di massa. Per essere più precisi: una catasta aggrovigliata di donne e bambini in fondo al mare.

La questione di fondo  non è solo perché la pietà per centinaia di morti non percepiti come “propri” non sia parte dell’orizzonte mentale di un vasto numero di persone che presumibilmente appartengono agli ultimi scampoli di quel “ceto medio riflessivo” che negli anni è rimasto sintonizzato su Radio3. La questione cruciale è la malcelata insofferenza con cui il rigetto di quella pietà è comunicata pubblicamente. È come se fosse saltato un tappo: ora può essere detto liberamente tutto.

Sicuramente, tra il voto per la Brexit e l’ascesa elettorale dell’estrema destra in tutta Europa, tale mutazione non riguarda solo l’Italia. È un fatto che attiene alla trasformazione del linguaggio, della comunicazione, delle campagne elettorali in tutte le società europee. Ma che tutto questo avvenga proprio su una emittente come Radio 3, ci dice in modo specifico alcune cose ulteriori.

La mutazione per certi versi si colloca a uno stadio prepolitico. La linea di demarcazione pretestuosamente tirata – quanto meno nell’ultimo ventennio – tra “buonismo” e “cattivismo”, tra “politicamente corretto” e “politicamente scorretto” non tiene più. E non solo perché, al termine di una lunga battaglia di sdoganamento, il “cattivismo” si è ormai affermato. Ora, come nelle costruzioni Lego, pezzi di “cattivismo” possono stare tranquillamente accanto a pezzi di “buon senso” o a pezzi di “cultura” all’interno del perimetro dello stesso discorso pubblico. Ed è questo nuovo impasto, che scompagina i vecchi compartimenti stagni, a costituire l’aspetto più nuovo e inquietante.

Quella mattina, ho avuto la netta sensazione che gli ascoltatori che hanno inviato quei messaggi non avevano la minima idea di chi fossero le persone morte in mare. Non sapevano da dove venivano, perché erano scappate, perché non avrebbero potuto fare ritorno nel loro paese… Ho pensato subito che non fosse giusto limitarsi a opporre a quelle frasi “orrendamente fasciste” l’appello a un generico quanto ancestrale senso della pietà, dal momento che un segmento maggioritario della società attuale non sa che farsene di tale sentimento. È più utile forse dire – ho pensato – che quegli uomini e quelle donne non scappavano da un indistinto Sud del mondo, né da una indistinta crisi umanitaria al di là del Mediterraneo, bensì da alcune precise aree, non tanto distanti da noi, esplose politicamente e socialmente. Chi viene dal Gambia, dalla Somalia o dall’Eritrea scappa di dittature efferate e da una condizione ormai endemica di esplosione statale. Non può farvi ritorno perché ritornare è quasi sempre sinonimo di morte certa. Ci sono cause politiche all’origine di quei viaggi, al di là del fatto che due dei paesi prima citati sono nostre ex colonie. Tali cause politiche sono oggetto di una profonda rimozione, ed è proprio questa rimozione a essere una delle principali alleate della morte della pietà.

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21 commenti a Tutta la città straparla

  1. francesca 01/08/2016 14:52 #

    Di certo il mio commento risulterà “estravagante” e in fondo poco pertinente rispetto al merito della questione, ma è la prima cosa che mi sono chiesta, quando hanno iniziato ad impazzare le polemiche sul recupero del barcone affondato e del suo penoso carico di morte. Se io fossi stata lì sotto, cosa avrei voluto che si facesse di me? La prospettiva che i miei resti venissero brutalmente rimossi da quell’urna d’acqua, trasportati chissà dove, separati chissà come dai resti degli altri sventurati, ficcati dentro ad una cassa piombata, interrati in chissà quale tristissimo cimitero polveroso, nella canicola estiva soffocante… Tutto questo mi sarebbe parso un gesto di pietà e di rispetto per me? La mia risposta istintiva e subitanea è stata: NO! Lasciatemi in pace, là dove una sorte orrenda ha posto fine ai miei giorni, senza infierire ulteriormente su quello che di me rimane . Preferisco siano gli animali marini ad officiare le mie esequie. Almeno, grazie a loro, rientrerò in quel ciclo vitale da cui gli umani mi hanno brutalmente escluso. Ecco. Non ho pensato minimamente e questioni di denaro sottratto a chicchessia… Mi sono solo chiesta cosa vorrei per me.

    • Eleonora Galliani 05/08/2016 02:26 #

      Non ti devi interrogare cosa vorresti PER TE che, in quanto cadavere, non vorresti più un bel niente! Ti devi interrogare cosa vorresti tu come MADRE, Perchè forse il figlio tuo disperso è tra quei morti, perchè se così è, è morto di morte violenta in quel mare, perchè così saprai dove portare un fiore. Te lo dico da atea a cui, in quanto tale, nulla può importare dei resti mortali di chicchessia. Ma ho compassione del dolore altrui e del diverso modo di concepire la morte. Ma ho soprattutto profondissima comprensione per chi desidera sapere SE SUO FIGLIO E’ VIVO O MORTO.

  2. Patrizia Petaccia 01/08/2016 15:37 #

    Il sentimento della compassione non esiste più, e non solo quando si tratta di persone straniere. Nemmeno la conoscenza dei fatti e il tentativo di comprendere sono merce corrente, l’informazione veloce rende superficiali e quindi preda di giudizi preconfezionati. Io credo stia sparendo ovunque la dimensione della profondità , troppo faticosa da praticare e troppo in controtendenza coi tempi, mentre cresce a dismisura una crudele forma di indifferenza nei rapporti umani, sensibile solo o quasi a calcoli di convenienza. Fenomeno trasversale in una società in cui nemmeno più la sollecitazione alla cultura e all’approfondimento, esercitata costantemente da radio 3, riesce ad illuminare le menti e suscitare sentimenti di pietà o di gratuito interessamento.

  3. Zena Tosini 01/08/2016 17:39 #

    Non mi sembra importante il lato economico dell’impresa, ma se la sepoltura deve essere monito e presa di coscienza della storia di questi disperati, credete veramente che un piccolo cimitero possa sensibilizzare le coscienze di chi sta da questa parte fortunata del mondo? Sembra più un voler mettere a tacere la coscienza. Allora non sarebbe più significativo un monumento? Per non dimenticare. Tanto chi governa continua a vendere armi e permettere lo sfruttamento di questo commercio schiavista.

  4. Maurizio 01/08/2016 17:56 #

    Questo il mio stato Facebook del 1° luglio 2016:
    Dice il proverbio: chi muore giace e chi vive si dà pace. Ma perché chi vive si possa, prima o poi, dar pace occorre che il morto “giaccia”, abbia sì una sepoltura, qualsiasi essa sia, ma come atto finale di un *funerale*, celebrato in uno qualsiasi dei mille modi inventati dall’umanità.
    Dovremmo sapere tutti che “disperso” non è la stessa cosa di “morto”. Parenti e amici sperano sempre che, prima o poi, il disperso si rifaccia vivo e potranno convincersi della sua morte solo se il suo *nome* comparirà, almeno, nell’elenco dei morti accertati.
    Sono talmente elementari e universali questi concetti! Come mai allora sono così in tanti a non essere in grado di applicarli al caso del recupero a opera della _Ievoli Ivory_? Come mai la preoccupazione per i costi e per chi li ha sostenuti precede queste basilari considerazioni? Si tratta “solo” di razzismo?
    Non so rispondere a queste domande. Riesco solo a associarmi al plauso per la riuscita dell’operazione.

    • Eleonora Galliani 05/08/2016 02:28 #

      Già…

  5. Margherita 01/08/2016 19:09 #

    Condivido il pensiero di Patrizia Petaccia: la crisi economica sta producendo un mutamento antropologico di cui gli effetti sono l’indifferenza, l’individualismo, il localismo e la chiusura verso gli “altri”, in una parola uno stato patologico di “anomia”che rischia di distruggere il legame sociale, ogni forma di solidarietà e, quel che è peggio, di “cultura” nel senso più alto del termine. A Francesca rispondo che è impossibile mettersi nei panni di cadaveri sepolti nelle stive in fondo al mare: posso comprendere empaticamente, invece, il sentimento dei familiari che ancora attendono di sapere dove si trovano i resti dei loro cari, che avevano nomi e cognomi, storie, amici e parenti che continuano a cercarli e che non vorrebbero sapere che si trovano abbandonati in mare senza sepoltura.

    • Roberta 02/08/2016 12:22 #

      Mi sembra di capire che la maggior parte dei commenti, letteralmente, “impietosi”, degli ascoltatori di Rai Tre fossero fondati sull’obiezione economica a un gesto umano. Questo, temo, è il problema principale: la crisi economica, la sensazione che non ci siano abbastanza soldi e risorse per tutto e per tutti, la percezione di vivere sull’orlo di un baratro che non viene mai colmato portano ad asciugare, anzi a prosciugare, i sentimenti. Si diventa “pragmatici”, ci si convince che non è tempo di sprechi, di smancerie, di sentimentalismi, e in questa nuova, forzata e frenetica corsa alla sobrietà non si è più in grado di riconoscere cosa è orpello, cosa è vuota retorica e cosa è umanità piena.
      Non riesco a giudicare chi teme che il gesto del recupero delle salme (per me dovuto) sia pura propaganda o buonismo: purtroppo molti, troppi, si sentono in guerra, sono in trincea, non contro gli islamici, non contro i richiedenti asilo, ma contro la precarietà, l’insicurezza cronica, la perdita di tutele, la perdita del lavoro, la sfiducia nello Stato che mentre si ricorda degli infelici finiti in fondo al mare sembra dimenticarsi della fatica quotidiana di sempre più persone che rimangono a galla con sempre più fatica e rischiano di annegare, anch’essi, un un gorgo, però economico, sociale, culturale.
      I discorsi della politica quando si sono avvicinati a tematiche come il sogno, la speranza, il futuro, si sono spessissimo rivelati ingannatori, manipolatori, elusivi delle reali esigenze del Paese: normale che adesso ogni gesto non calibrato secondo i dettami del risparmio, dell’efficienza e della produttività sia visto con sospetto.Purtroppo quando si sta per affogare non si ha tempo o spazio per i sentimenti: molti , penso, sentono di trovarsi su una zattera troppo stretta per tutti, e temono che per recuperare quei corpi la zattera subisca un nuovo scossone, uno dei tanti che ogni giorno minacciano di farla ribaltare. Come chiedere a persone che sentono di vivere in uno stato di emergenza (così come costruito da politici e da media) in cui ogni giorno ci si dice che non ci sono soldi per le pensioni, non ci sono soldi per gli esodati, non ci sono soldi per le famiglie, non ci sono soldi per i risparmiatori truffati, di accettare serenamente che i soldi per quelle povere salme ci sono? E’ la politica che ci ha abituati a ragionare in termini disgiuntivi: o facciamo questo o facciamo quello,le risorse per tutto non ci sono, ed è forse naturale che il primo istinto di chi ha acquisito questo tipo di mentalità “del fare” che si nutre tanto di arroganza quanto di mancanza di distinguo sia ribattere che in uno stato in cui sempre più persone fanno fatica a vivere bisogna pensare prima ai vivi e poi ai morti.
      Non è possibile seminare panico, creare paura e poi esigere coraggio dei sentimenti. Non tutti ce la fanno a vedere oltre o più in fondo a questa estesa superficie su cui galleggiamo che come uno specchio continua a riflettere una sola parola, “crisi”. Per accettare senza remore il gesto di recupero delle salme occorre essere dei privilegiati economici o avere uno sguardo non accecato dal timore: non facile, quando i privilegi esibiti di pochi stridono sempre più con l’immiserimento percepito e reale di tanti.

  6. Pasquale Pugliese 02/08/2016 18:10 #

    Già, ero all’alscolto ed ha impressionato anche me. Il 2 luglio scrivevo questo.

    Come Antigone. Occorre recuperare la coscienza oltre che i morti

    Nel passaggio dalla preistoria alla storia, la sepoltura dei morti è uno spartiacque tra la barbarie e la civiltà, tra la bestialità e l’umanità. Sarebbero anche sufficienti le reminiscenze scolastiche per focalizzare la centralità di questo passaggio nella struttura intima della civiltà occidentale, da Sofocle a Ugo Foscolo, seppur non si è letto Aldo Capitini. Il dare sepoltura ai defunti è un passaggio talmente cruciale nell’umanizzazione che su di esso il drammaturgo greco fonda anche un altro elemento costitutivo della civiltà: l’obiezione di coscienza, ossia la disobbedienza alle leggi dello stato in nome delle leggi degli dei, cioè della coscienza. E’ Antigone la donna che esercita la prima obiezione di coscienza che la storia ricordi contro le leggi scritte della città, cioè contro la volontà dello zio Creonte, re di Tebe, il cui editto impediva la sepoltura dentro le mura della città del fratello Polinice che si era macchiato di tradimento. Antigone recupera la salma di Polinice fuori dalle mura e le dà degna sepoltura all’interno della città. Pagando, a sua volta, con la morte il fio della disobbedienza.

    Eppure il recupero delle vittime del più grave naufragio del Mediterraneo – avvenuto il 18 aprile del 2015 quando un barcone con sette/ottocento persone a bordo si inabissò nel Canale di Sicilia – che si insererisce in quel solco di civiltà e umanità, ha subito pesanti attacchi da molti che hanno chiesto, con insofferenza, quanto sia costata questa “inutile” operazione. Epicentro della protesta, in questo caso, gli ascoltatori di trasmissioni radiofoniche come Prima pagina ed il suo supplemento Tutta la Città ne parla. Lo ha raccontato bene anche Marco Dotti su Vita.it: i toni sono stati duri e scandalizzati, pieni di odio. Analoghi, mi pare, alle strida di coloro che dicono, ad ogni piè sospinto, che gli immigranti devono rispettare la…nostra cultura e la nostra civiltà. I costi complessivi, a carico della Presidenza del consiglio dei ministri sono stati indicati in 9,5 milioni di euro.

    Anche la guerra (e la sua preparazione) è uno spartiacque tra la barbarie e la civiltà, tra la bestialità e l’umanità. Negli stessi giorni in cui avveniva il recupero delle salme inabissate, il nuovo Osservatorio italiano sulle spese militari – il MIL€X curato Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Italiana Disarmo, ed Enrico Piovesana, collaboratore de Il fatto quotidiano, insieme al Movimento Nonviolento – ha reso noto che ogni ora (ogni ora!) il nostro Paese spende qualcosa come 2,5 milioni di euro in armamenti per comprare bombe, missili, cacciabombardieri, navi da guerra e carri armati. Che moltiplicati per le ore di un giorno e per i giorni dell’anno fanno 22 miliardi di euro annui di spesa pubblica militare dal bilancio dello Stato!

    Nonostante le guerre – anche quelle in cui è stato coinvolto il nostro Paese, dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Somalia alla Libia – e il correlato commercio delle armi (che vede in Italia triplicati i profitti privati), siano all’origine della fuga precipitosa dei profughi dal terrore, e quindi anche dei loro naufragi, non leggiamo o sentiamo commenti altrettanto indignati su questa follia permanente. Nonostante il recupero delle povere salme sia costato l’equivalente di appena 4 ore di spese miliari italiane, la rabbia si è rivolta contro il costo dell’operazione umanitaria, non contro i costi, enormemente superiori, della continua preparazione di guerre che generano le crisi umanitarie.

    Temo che, oltre all’umanità, stiamo perdendo anche l’intelligenza, ossia la capacità di comprendere le cose e di collegarle, trovandone i nessi. La precarietà sociale, la pedagogia razzista e l’analfabetismo funzionale stanno portando con se un fenomeno di progressiva de-civilizzazione, ossia di imbarbarimento collettivo. Prima che sia troppo tardi, credo che bisognerebbe ripartire da Antigone, cioè dai fondamenti della civiltà, per recuperare la coscienza oltre che i morti.

  7. Ambra Carta 03/08/2016 09:41 #

    Gentile Leogrande,
    Ho letto con crescente condivisione quanto da lei scritto a proposito dell’orrendo razzismo che molti nostri connazionali hanno dimostrato commentando il pietoso recupero dei cadaveri il 30 giugno. Assistiamo a un lento e graduale scivolamento verso l’indistinzione tra bene e male che può portare, lo ha già fatto in anni non lontani, alla famigerata ‘banalità del male’. La pietà e i riti funebri, Foscolo docet, sono il contrassegno distintivo della civiltà, e sono anche un modo per consacrare un passaggio di memorie e di istanze morali tra le generazioni. Dare sepoltura e riconoscere l’identità di chi ci ha lasciato è un gesto di pietà e di grande civiltà, con stima
    Ambra Carta

  8. Luca 03/08/2016 09:50 #

    Concordo sul fatto rilevato da Leogrande che l’elemento più preoccupante è il “luogo” radiofonico nel quale questa espressione di inumanità si è verificata: ed è vero che il “cattivismo” si è affermato, è entrato in tutte le comunità, anche in quella di Radio3.
    E quindi mi sento di dire che è il momento di dire chiaramente le cose come stanno: non ci sono giustificazioni, non ci sono scusanti, non ci sono argomentazioni per “ragionare” con tali posizioni – è il momento di essere duri, chiari e assertivi: chi dice certe frasi non può definirsi di sinistra, non può chiedere nè ascolto nè comprensione, non può avere considerazione. Forse non sarà facile, ma chi parla così vada a Radio Padania.

    E l’argomento della crisi, dei pochi soldi, della difficoltà a vivere dell’ “uomo della strada” è ripugnante e meschino: ci sono stati tempi in Italia dove si stava molto peggio e le persone facevano davvero fatica a mangiare (ma sul serio!), ma la pietà umana non è mai mancata. Ci sono popoli e nazioni come la Giordania o il Libano che accolgono MILIONI di immigrati, investendo molti più soldi dell’Italia, pur con cittadini che se la passano molto peggio di noi.

    Bene ha fatto Leogrande a dire le cose come stanno e bene faremmo anche noi a cominciare a farlo: basta giustificare, è ora di dire che queste frasi sono incivili, inumane, vigliacche, egoiste, razziste, fasciste e naziste.
    Se il politically correct è morto, lo sia anche nel giudicare questa “città che straparla”

  9. Maurizio Pistone 03/08/2016 12:23 #

    giusto quello che si dice, teniamo presente che quelli che telefonano alla radio (quelli che scrivono sui social, quelli che commentano gli articoli, me compreso) non sono mai un campione rappresentativo della società.
    Basta fare un giretto per il web per rendersi conto che il rumore soffoca l’informazione, l’insulto copre il ragionamento, il razzismo becero mette in fuga il buon senso, e la reazione pavloviana dei mentalmente deboli è appunto quella di fare PIÙ rumore per emergere dalla propria stessa massa.

  10. Antonio 03/08/2016 22:30 #

    Sarò conciso: l’errore più grande in questo momento sarebbe continuare a lasciare che i sentimenti di paura e insofferenza siano utilizzati dalle destre per indirizzarli verso forme ideologiche e non solo pulsionali di odio, diffidenza, indifferenza ed egoismo. Credo che si sia giunti a questo punto anche perché le forze progressiste nel continuo dissociarsi da qualsiasi manifestazione pulsionale. bollandola come fascista o di destra, si sono chiuse in una aprioristica visione della realtà che non è per niente realistica. Bisogna comprendere il disagio, non rifiutarne la comprensione per partito preso, solo così si potranno dominare quelle pulsioni con le quali non si è voluto entrare in relazione. Fa specie il fatto che la sinistra, che tanto ha preso e appreso dalla cultura psicanalitica, non si sia resa conto dell’errore strategico e funzionale commesso.

  11. Carlo 04/08/2016 18:10 #

    Proverei a fare un’analisi un po’ più approfondita perché maledire i tempi che corrono serve a poco.
    Vedo 8n questi commenti più che il razzismo la fine dello stigma del razzismo. Non si può prima accettare di scendere nel merito di certe idee senza, facendolo, non accordare a queste pseudo idee diritto di cittadinanza. Fascismo, razzismo e via dicendo non cercano altro che legittimazione.
    Il modo più facile w ovvio per non concedere legittimazione è non accettare il dialogo e lasciargli solo lo stigma di fascista. Ogni volta che si ribatte alle follie dei fascisti gli si fa un enorme favore. Ecco perché è stato possibile scrivere questi commenti.

    L’altro punto, ancora più importante è anche molto semplice: quando la fame è grande non ci si vergogna di contendere il cibo ai cani. In questo caso il pensiero è stato: non so come pagare l’affitto, con i soldi di un solo esame del DNA avrei risolto il mio problema. Si contendono i pochi spicci a quelli ancora più poveri.
    Drammatico. Ma è quello che succede.

    Si tratta solo di immaturità politica, se ci fosse una forza politica, un partito, sì un partito, in grado di indicare il vero motivo la vera causa di questa povertà la rabbia non sarebbe indirizzata verso chi contende le briciole che ci sono concesse ma verso la politica economica imperante ormai dai tempi di Reagan.
    Non è vero che i soldi non ci sono, altrimenti avrebbero ragione a dire che quei pochi servono ai vivi e non ai morti.
    Non è vero, naturalmente, perché la favola dei soldi che non ci sono va smascherato e tradotta in i ricchi non vogliono più pagare le tasse.

    Su come mai prima le pagassero nessuno si interroga? Ovviamente non avrebbero voluto neanche prima se la lotta di classe non li avesse obbligati con la coercizione del potere esercitato attraverso i grandi partiti comunisti e i sindacati.

    Se dal 1900 in poi il popolo affamato non avesse combattuto w sparso il proprio sangue sui selciato delle città industriali, se non fossero sorti i grandi partiti, se non ci fosse s5atabuna lotta spietata e quotidiana per tutta la prima metà del secolo le tasse i ricchi non ke avrebbero certo pagate.

    Non ci sarebbe sta una relativa pace sociale in Europa se non avessimo potuto godere del welfare conquistato con la lotta.

    Ora non ci sono guide e il popolo è facile preda di razzismo e qualunquismo.

    Si è trattato di un tradimento. Smettere la lotta di classe non poteva portare ad altro che ad una completa rotta.
    Ora, l’avversario di classe non ha argini e prende tutto, la miseria avanza. Miseria morale perché c’è miseria materiale.

  12. Michele 05/08/2016 00:24 #

    Di solito sono restio a lasciare scritti sul web, credo per una forma di riservatezza, oppure per “disintossicarmi” dalla marea di piena del troppo detto o troppo sentito in rete, ma stavolta credo che il tema meriti una riflessione. Sono infastidito anche io dalle parole di insofferenza di quegli ascoltatori che hanno chiamato e ricordato a tutti che l’amministrazione dei soldi pubblici (ma di quanto stiamo parlando?) viene prima del senso di relazione umana, si, anche per dei cadaveri, che può portare al recupero di persone morte, sepolte dal mare. Sono contento che il governo italiano si adoperi per il recupero, l’ho sempre pensato e nessuno mi farà cambiare idea, ora e in futuro. Anche nel caso in cui l’operazione possa essere strumentalizzata per fini politici. Qui vorrei però dire a coloro che parlano di sinistra vs. destra, popolo di Radio 3, ecc. che non bisogna sorprendersi che tutta questa ostilità si manifesti su Radio 3. Si, è vero che nel corso dei decenni si sarà sviluppato un certo “popolo”, teoricamente schierato a sinistra, progressivo, riflessivo, lontano dalla battuta feroce e senza intelligenza, ecc. ecc. – ma poi chi ha teorizzato l’esistenza di questo popolo? quale studio socio-radiofonico, avrebbe autorizzato a pensare che gli ascoltatori fossero in quella categoria? Prima Pagina, oggi forse più che in passato, è ascoltata da persone che occupano trasversalmente l’arco dei sentimenti politici, ancora prima che delle idee politiche. Sapete, non sono sorpreso dei commenti beceri che sono arrivati. Mi sorprendo che ci si sorprenda: noi Italiani siamo anche così, non ve eravate accorti? Forse è vero oggi più che in passato. La novità di oggi è che chi ritiene che “…quei morti, beh, sono morti, cazzi loro, perché dobbiamo spendere i nostri soldi per tirarli fuori da una bella bara in fondo al mare che li tiene lì, così non li vediamo e non danno fastidio a nessuno…” si sente autorizzato a poterlo dire, e dirlo alla radio e sul web li fa sentire importanti, hanno un bel megafono a disposizione, a portata di mano. Ma scusate, tutto ciò, la super-relativizzazione delle cose, anche del senso di pietà umana e della ricerca della verità, non la vediamo tutti i giorni? E dove sono gli altri, cioè noi, i “buoni”? Non è forse vero che siamo circondati da super arrivisti, persone pronte a tutto pur di travalicare gli interessi, anche elementari, del convivere civile? Altrimenti come si spiegherebbero tanti avvenimenti accaduti in Italia negli ultimi, diciamo novanta anni? Esempi? Politici (almeno presunti tali) collusi con mafie e criminalità che ammazzano e inquinano; regimi politici pronti a uccidere senatori che denunciano violenze, e un capo del governo che se ne assume la responsabilità, e un Re che non lo destituisce, e anzi gli dà pieni poteri, con il benestare di poteri industriali ed economici felici di potersi arricchire e mantenere i privilegi; industriali che hanno inquinato allegramente (ILVA, amianto a Casale, Seveso 1976, terra dei fuochi, devo andare avanti…?) e istituzioni che guardano da un’altra parte. Devo ricordare i depistaggi di Ustica? Mi fermo qui? L’Italia, e non solo, è anche questo, il cinismo, il “a me che me ne frega”, un paese teoricamente che ha (o ha avuto) come pilastro culturale la religione cattolica, che ha slanci di solidarietà eccezionali, ma che ha nuclei ben radicati di indifferenza, di menefreghismo, di aggressività, di ignoranza. Negli ultimi 30 anni qualche partito politico ha dato voce a questi strati di popolazione che ora si sentono autorizzati a parlare, sapendo di non essere né troppo stigmatizzati oppure soli. E’ stata citata la Lega, ma sapete che nelle file della Lega, sin dagli albori ci sono numerosi fuoriusciti dell’ex PSI oppure ex PCI? La Lega l’ho vista nascere sotto casa, in provincia di Pavia dove vivevo da adolescente, e in provincia di Varese, dove vivo da più di vent’anni. Signori, basta andare al bar al mattino a prendere un caffè e una brioche e queste “pance parlanti” le trovate lì, a eruttare tutta la loro bile contro il mondo che sta al di là del Corso dove si fa la vasca al sabato pomeriggio, tra i negozi che espongono in vetrina i vestiti alla moda da 400 Euro. Sono troppo estremo? Ricordo, una decina di fa, una sera in pizzeria tra amici o presunti tali, nella ricca città di Varese, quando a un certo punto, parlando di immigrati che venivano in Italia, dall’Albania, dall’Africa, qualcuno dice: “Quando arrivano bisogna prenderli e rimandarli a casa loro, anche con la forza”. E qualcuno risponde: “E se non vogliono che facciamo?” La risposta fu “Gli spariamo!” A quel punto avrei voluto avere con me l’SC70, il fucile d’assalto con il quale ho fatto le esercitazioni durante il servizio militare (a quei tempi l’obiezione di coscienza non c’era…), che spara proiettili corazzati da 7.62 mm e poter dire a quel signore che voleva ammazzare…:”Tieni, ecco il fucile, vai e ammazza. Niente delega a un altro, che so, un poliziotto, un carabiniere, vai e fallo tu. Già che ci sei, prima di farlo, guarda negli occhi bene la persona che stai per ammazzare e chiedigli di raccontarti la sua storia, così, per capire se stai ammazzando una persona, con l’universo che porta con sé, oppure è soltanto un numero di una categoria denominata immigrato!” Non diedi quella risposta all’idiota in questione, rimasi zitto. Sapevo di essere parte di una minoranza. Mi sentivo come Nanni Moretti, quando arriva al semaforo, scende dallo scooter e dice a un tizio fermo lì di fianco…”si, farò sempre parte di una minoranza”. Si, bisogna avere il coraggio di ammettere che l’eventualità che coloro che si indignano per i commenti ascoltati su Radio 3 possano essere una minoranza è ben più di una possibilità. Altrimenti, come si spiega l’esercito di di pessimi figuri che si aggira sia nella nostra vita privata (il vicino intrallazzatore e dedito al malaffare) e nella nostra vita pubblica (le centinaia di indagati del nostro parlamento)? So che posso essere tacciato di qualunquismo e che mi si potrebbe obbiettare che sto allargando troppo lo spettro dell’analisi. Ma non reggo più di fronte alla ignoranza e a questo “cattivismo” che è stato giustamente citato. Non accetto più questa sorpresa che leggo nelle parole di alcuni, anche animati da buona fede, che si sorprendono di fronte a certe parole così idiote. Si, lo so, per non morire in minoranza bisognerebbe attivarsi, che so, fare politica. Non ci sono riuscito e mai ci riuscirò. Ho limiti profondi, a un certo punto non sopporto la continua mediazione che ci vuole per fare fronte alla stupidità e all’ignoranza. Allora si, sono rimasto minoranza. In passato mi sono “rifugiato” nella cultura per avere uno strumento in più, per tentare di capire, anche chi non la pensa come me. Il cinema è stata una bella fonte di riflessione, ogni tanto di ispirazione, talvolta una medicazione. Allora concludo con due citazioni. La prima è “Il Silenzio degli Innocenti”; mi direte “che c’entra?” In un momento del film viene detto che il serial killer potrebbe non uccidere la ragazza che ha rapito se in lei riconosce un essere umano e non un oggetto funzionale alla sua perversione. Questo passaggio del film ha sempre avuto tanto valore per me. Non è forse quello che accade nei numerosi eventi di femminicidio di cui parliamo oggi? Che l’uomo (se così lo si può chiamare) non riconosce più l’individuo ma solo una “cosa” funzionale alla sua stupidità o malattia mentale? Sappiamo riconoscere l’essere umano anche se arriva da un altro paese, non l’abbiamo mai visto, e giace senza vita in fondo al mare, chiuso nella stiva di una barca? Apparentemente molti non lo riconoscono più. L’altro esempio arriva da “Brubaker”, un film poco conosciuto della filmografia di Robert Redford, nel quale interpreta un direttore di un carcere che dissotterra decine di cadaveri occultati nel tempo e che nessuno tra gli abitanti e le istituzioni vuole riportare alla luce per cercare la verità. Tutti a dirgli che “…ormai sono morti, perché un direttore di un carcere, un funzionario pubblico, spende tempo e denaro della comunità per dissotterrare dei morti?” Recuperare quei cadaveri in fondo al mare è un atto che mi mette idealmente in relazione con il mondo, ed è anche un atto di verità. Queste cose mi mancano oggi. Ho visto Brubaker da ragazzino, e negli anni ho pensato spesso che certe cose potessero accadere solo nella finzione, nella fantasia di qualche sceneggiatore “liberal di sinistra” di Hollywood. Invece eccomi qui a citare un film di quaranta anni fa. Come quando da ragazzino vidi “Fragole e Sangue”, il racconto dell’occupazione di una università americana negli anni ’60, con tanto di pestaggio finale degli studenti da parte della Guardia Nazionale in assetto di guerra. Anche in quel caso, negli anni a venire, ho sempre pensato che fosse solo cinema, finzione, fantasia. Poi nel 2001 c’è stata Genova, la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto.
    Non conosco questa rivista, ma mi dispiace che chiuda i battenti.

  13. Monica 05/08/2016 19:43 #

    terribili quei commenti, non comparto per niente, ma ne manco sono d’ accordo che voler uscire dalla europa mi faccia una fascista. magari, sarebbe bene non generalizzare. Per me l’ideale sarebbe veramente democratizzare l’Unione Europea, magari fare uno stato federale, e non questa Europa con Stati da serie A (che guardano i loro affari) e Stati di serie B, governata dalle lobby delle grande corporazione e le banche, questa Europa che da soldi alla Turchia perche gli leve da torno chi scapa dalla guerra, guerra che molti paese occidentali hanno aiutato e appoggiato. Ecco, io sono per la Brexit o il mio ideale: vedere tutti i capi di stato da quando è stata creata in tribunale arispondere per ogni danno causato.

  14. Monica 05/08/2016 19:53 #

    Lei no la racconta tutta: “al di là del fatto che due dei paesi prima citati sono nostre ex colonie”… ma come, non lo sa che oggi si parla di neocolonialismo per definire quel che i paesi del occidente ricco fa in questi paesi? Faccia qualche esercizio mentale, non ci vuole molte (petroleo, diamanti, oleo di palma, caffe, anane, tutti i minerali, legno…. oooooh una lista infinita di interessi economici di grandi, grandi, corporazioni). Lei mente, è forse questo il problema che in TV e in Radio la gente viene ingannata di continuo. Siete voi che date tanto spazio a uno come Salvini che non arriva al 16% dei voti. Siete voi che non raccontate le cose come sono. In pocche parole MENTITE SPUDORATAMENTE, E PER QUEL CHE VEDO VI MENTITI A VOI STESSI. Ma è logico, se non metite non lavorate, questa è la vertià. Poi non fate i finti “io sono buono, sono gli altri che sono cambiati”. Mi faccia il piacere.

  15. Monica 05/08/2016 20:45 #

    vede una altra mentira che raccontate “chi vuole la brexit è razzista e non vuole gli stranieri”, ma chi lo ha detto Queste bugie non fanno altro che dare ai scervellati la idea che il loro razzismo è vincente. Chi ha votato per la Brexit sicuramente ci tiene di più alla vita di chi scappa dalla guerra che l’ Europa (è l’ Europa che ha dato 3 miliardi alla Turchia per fermare questa gente che scappa dalla morte, bella Europa!), e l’ Europa che non controlla il commercio d’ armi. é l’Europa che vuole la Nato e svenderla agli americani e canadesi con il TTip.

  16. Alessandra 07/08/2016 21:11 #

    I morti son morti e basta? Forse si. Nel senso che ormai non sono più. Ma non sono più cosa? Quei settecento morti erano persone, innegabilmente appartenenti al genere umano.
    Dunque negare una degna sepoltura a quei corpi significa disconoscerne l’umanità’. Quali sono le cause e i processi che conducono (o riducono) una donna e un uomo a rifiutarsi di accettare un dato reale e incontestabile? Tanti e complessi, ma assolutamente accessibili ad un qualsiasi studio nemmeno troppo approfondito. Il fenomeno non e’ certo nuovo.
    Il nuovo di tutto questo e’ il contesto nel quale si e’ manifestato. Attraverso un mezzo facilitatore il contesto inopinatamente si e’ trasformato cambiando in maniera radicale quasi irriconoscibile.
    La crudezza di quei commenti, mi ha lasciata sgomenta. Ma era lo sgomento misurato dall’intima consapevolezza della verità con cui si ascolta un terribile verdetto o un bollettino di guerra che dichiara caduta l’ultima roccaforte di un confine fittizio.
    Dunque eccolo quel ceto medio riflessivo, che in tempi di vacche grasse elargiva generose e magnanime mance di umanità, ora tirare la cinghia e senza alcun rimorso di coscienza.
    Il Meridione d’Italia del resto ben conosce quella sua malcelata accondiscendenza, portata a fatica e scaricata come un inutile fardello alla prima occasione.
    “Poveri noi!”, diceva una simpatica signora stamattina nel bus, si riferiva ad un’altra meno simpatica che aveva sgridato un controllore per aver fatto passare un giovane “immigrato” senza biglietto.

    • pablo 03/09/2016 09:15 #

      Perchè quella vecchietta che ha sgridato il controllore era meno simpatica ?

  17. gianna 25/08/2016 07:38 #

    Il disegno di Tullio Corda segue perfettamente l”idea di indifferenza e non riflessivitá di molti cittadini, proprio come l’articolo suggerisce. L’analisi fatta è agghiacciante nella veritá e nel fatto che riporta. Grazie di aver portato in luce, per chi come me non seguì Radio3, quel giorno di fine giugno. Per fortuna c’è chi si distingue da questa massa.
    Non smettete, non smettiamo di credere che qualcosa può cambiare e che scrivere col buonsenso sulla punta della penna, delle dita che digitano, delle labbra che parlano possa produrre effetti di collaterale benessere di comunitá in chi è malato di cattiveria e grigiore interiore.

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