L’anarchismo oggi

Crisi della democrazia
Sulla carta, il mondo non è mai stato così democratico. Come evidenziava Samuel P. Huntington in La terza ondata, solo dal 1974 al 1990 più di trenta nazioni sono passate da un governo autoritario a istituzioni rappresentative. Il governo popolare e il metodo elettivo sembrano ormai una norma diffusa: eppure, la democrazia in quanto tale non sembra godere di buona salute.
Se nei paesi in via di sviluppo questi governi sembrano ancora costretti in forme illiberali – ­basti pensare al tracollo della “primavera araba”, ma anche alla più vicina Turchia o al Venezuela – la situazione nei paesi più avanzati e con una solida tradizione democratica come il nostro non è migliore.
Il distacco fra istituzioni e cittadini, le ingerenze della finanza internazionale, la dilagante ingiustizia sociale, l’ossessione del controllo (vedi lo scandalo Nsa), la corruzione endemica, la tentazione “oligarchica” delle élite e insieme la fine dei grandi partiti di massa: tratti significativi di un momento di crisi e fiducia.
Argomenti simili erano già stati proposti da Colin Crouch una decina d’anni fa nel suo seminale Postdemocrazia, per non parlare delle cautele dell’Agamben di Lo stato d’eccezione: ora però il tema è letteralmente esploso; solo quest’anno sono usciti saggi come Democrazia cercasi di Stefano Azzarà, Cosa resta della democrazia di Remo Bassetti, Democrazia sfigurata di Nadia Urbinati, Democrazia ibrida di Ilvo Diamanti e Oligarchie. Il mondo nelle mani di pochi di Giuseppe Berta – oltre all’analisi complessiva di Stefano Petrucciani, appunto intitolata Democrazia. Farne un discorso di moda è riduttivo: credo invece che il problema sia diventato molto urgente e sentito.
Lo Stato, in momenti di crisi e tensione, non ha mai esitato a mostrare il suo volto più grigio, di Leviatano disposto a tutto pur di perpetrarsi – fra l’altro oscurando così i suoi uomini migliori. Che futuro allora per la democrazia contemporanea? Se da un lato la sua crisi ha portato a un ritorno di fiamma per forme di governo autoritario o a populismi della peggior specie, dall’altro ha fatto rinascere diverse forme di pensiero anarchico.

Libertà e autonomia
Stretto fra la morsa della democrazia liberale da un lato e del socialismo reale dall’altro, l’anarchismo è sempre apparso un po’ come un’alternativa sfortunata, idealista e con la testa per aria. Non solo: è stata molto spesso frainteso o scambiato per una forma di fanatismo da bombaroli – come fu, purtroppo, in alcuni casi nel primo Novecento. Ancora oggi il sostantivo “anarchia” evoca quasi subito uno scenario di confusione assoluta.
Non è così. Almeno nella sua incarnazione minimale, l’anarchismo è innanzitutto un rifiuto dell’autorità e del potere dell’uomo sull’uomo in quanto tale: all’ordine imposto non vuole sostituire il caos, bensì un ordine gestito autonomamente, senza il ricorso continuo alla gerarchia e con una più equa distribuzione delle risorse. Da questo nucleo base si irradiano diverse correnti di pensiero, unite però da un punto comune: il “desiderio condiviso di comprendere la condizione umana, in moto verso una libertà più grande” (come sintetizza mirabilmente David Graeber nei Frammenti di antropologia anarchica).
E oggi, come si declina questo nucleo di idee?
Se la sconfitta e la morte degli anarchici in Spagna durante la Guerra civile sembra avere segnato la fine del “periodo eroico” della corrente, il “momento anarchico” che secondo Saul Newman stiamo vivendo è figlio degli impulsi libertari e non violenti che arrivano dalla parte migliore degli anni sessanta e dal fenomeno della lotta zapatista in Chiapas. Una sensibilità, dunque, più che una linea d’azione definita e comune: una forma “morbida e fluida” di anarchismo, a giudizio di Barbara Epstein, che tramite azioni non violente e autonome promuove un ritorno a forme di politica diverse dal vangelo neoliberale, e basate su principi di democrazia diretta, sostenibilità ambientale, cooperazione ed equità. Insomma, questo “post-anarchismo” avrebbe una connotazione etica più che strettamente politica.
E per quanto ancora carsiche, tali intuizioni stanno prendendo rapidamente piede nel pensiero contemporaneo: anche perché forniscono un’ulteriore base d’appoggio – e soluzioni praticabili – alle più recenti inquietudini legate alla diseguaglianza del sistema economico internazionale (vedi l’opera di Thomas Piketty). Non a caso c’è stata negli ultimi anni un’ampia fioritura di testi attorno al tema, comprese alcune riproposte di ottimi volumi introduttivi.

Post-anarchismi
Un buon modo per orientarsi in questo panorama è il paper di Chamsy el-Ojeili, Anarchism as the Contemporary Spirit of Anti-Capitalism?, apparso su “Critical Sociology” lo scorso maggio. Il ricercatore della Victoria University of Wellington mappa le principali correnti di pensiero anarchiche, collegandole appunto ai più recenti movimenti di protesta quali le proteste di Seattle e Genova, e il più recente fenomeno di Occupy Wall Street.
El-Ojeili è cosciente della difficoltà di fornire una definizione univoca di tale pensiero, e non manca di ricordare la presenza di differenti anarchismi invece di un singolo insieme di pratiche. Le analisi più recenti (come New Perspectives on Anarchism di Jun e Wahl o How Not to Be Governed a cura di Klausen e Martel, entrambi editi da Lexington Books) tendono a non concentrarsi sulla volontà di abbattere lo stato in quanto tale, come fu invece per Bakunin. Le somiglianze di famiglia fra le varie correnti contemporanee sembrano raccogliersi piuttosto attorno alla critica al dominio, all’azione diretta, e all’apertura presso quella che già Luigi Fabbri chiamava una “libera sperimentazione”. Abbandonati o messi in secondo piano i caratteri più intransigenti dell’anarchia novecentesca, il nuovo spirito libertario non è per questo meno radicale, né dimentica la lezione dei suoi padri: valori come la ricerca del consenso, la spontaneità, la decentralizzazione, l’autogestione, restano assolutamente cruciali.
Pensatori come Newman, ricorda el-Ojeili, vedono nel post-anarchismo un progetto che da un lato radicalizza e dall’altro rinnova le teorie classiche, liberandole da un eccessivo ottimismo nella ragione, nella natura umana e nella storia – e adattandole insieme al nuovo mondo globalizzato. Il punto è che dopo Foucault l’idea stessa del “potere” ha subito delle precisazioni non più eludibili. La critica alla biopolitica – l’ingerenza dello Stato in ogni forma di esistenza dei cittadini – si è mescolata alla necessità di indagare nuove forme di dominio e subordinazione: ad esempio il razzismo, la discriminazione dello straniero, la condizione femminile.
Di fronte a tale pluralità di relazioni diseguali, il post-anarchismo deve necessariamente indebolire alcuni presupposti troppo rigidi della teoria classica (ancora derivanti da un’ontologia illuminista), e farsi più aporetico e problematico – più liquido, in un certo senso: diventare “un progetto etico-politico senza fine di decostruzione dell’autorità”, qualunque essa sia. Dall’ipotesi rivoluzionaria giungiamo così, come sottolinea Simon Critchley in Infinitely Demanding (Verso Books 2007), a un “insieme di preoccupazioni etiche relative alla pratica”. Del resto già Gustav Landauer, a cavallo fa l’Ottocento e il Novecento, indicava la strada giusta per questo anarchismo minimale e fortemente creativo: “Lo Stato non è qualcosa che può essere distrutto da una rivoluzione, è una condizione, un rapporto tra gli esseri umani, un modo di comportarsi. Può essere distrutto contraendo altri rapporti, comportandosi in modo diverso.”
Probabilmente l’incarnazione più brillante del pensiero libertario contemporaneo resta il lavoro di David Graeber, uno degli animatori principali di Occupy. In Progetto democrazia l’antropologo americano si sforza di difendere le ragioni del movimentismo contemporaneo, dandone un’interpretazione coerente e globale.
Contro l’irrigidimento di quella minima fetta di umanità che governa le risorse del pianeta, le ragioni del restante 99% non hanno semplicemente fini di rivendicazione sociale e distributiva, ma si basano su intuizioni anarchiche: impegno diretto, rifiuto del sistema gerarchico, indebolimento del concetto di potere, riconquista degli spazi urbani, contrasto all’idea della società come regolata unicamente dal profitto, necessità di un nuovo e meno ingenuo radicalismo. Tutti temi che sono stati sviluppati anche in una recente e virtuosa riflessione italiana, che va dalla palestra di idee della storica “A. Rivista anarchica” agli scritti di Andrea Papi, fino alla recente curatela L’anarchismo oggi. Un pensiero necessario di Luciano Lanza e alla tormentata, cruciale autocritica di Giampietro Berti nel corposo Libertà senza Rivoluzione. Senza dimenticare la riscoperta di autori di area libertaria e dintorni, come Andrea Caffi, Nicola Chiaromonte, Camillo Berneri o anche (pur con distanza critica) lo stesso Carlo Rosselli.

Verso un’utopia sostenibile
Certo, il rischio di tale proposta è di precipitare nell’illusione della democrazia istantanea (digitale o meno), come da leggenda grillina: e altrettanto grande è il rischio di trasformare l’ideale libertario in mero populismo. Ma la sfida vale la pena affrontare tali difficoltà. La coerenza fra mezzi e fini, lo spirito anti-autoritario e il rifiuto di ogni avanguardia rendono l’anarchismo una cassetta degli attrezzi molto utile. La sua critica instancabile alle degenerazioni della burocrazia e del partitismo – in primo luogo nelle sue forme di sinistra – è ancora oggi un monito prezioso.
Ma c’è un aspetto importante da considerare, che fa storcere il naso a molti: il carattere schiettamente utopico dell’anarchismo. Lungi dall’essere un difetto, a mio avviso tale carattere è un pregio straordinario in questi tempi ammalati di cinismo. Certo, l’anarchismo può forse inseguire “un’idea esagerata di libertà”, come la bollava Karl Popper. E la critica eterna rivolta agli anarchici è la loro difficoltà di “armonizzare la poesia dei principi e la prosa della vita”, come conclude Gianfranco Ragona nel suo volumetto Anarchismo. Affrontare in modo onesto questa critica è cruciale: e in fondo, basta avere frequentato un’assemblea di condominio per nutrire parecchi dubbi sulla possibilità di una democrazia radicale, basata sulla promozione del consenso. Di più, c’è il rischio di diventare dei puristi che predicano ideali certo nobili, ma irrealizzabili su ampia scala. Forse una società di stampo anarchico può esistere in un villaggio del Chiapas, nel municipalismo libertario di alcune comunità curde o fra i Bororo – come di fatto accade. Ma in Italia nel 2014?
Qui occorre fare chiarezza. Lo stato contemporaneo è un organismo troppo complesso e radicato per essere affrontato viso a viso, e anche se fosse possibile (per assurdo) farlo cadere, non sarebbe comunque uno scenario auspicabile. Chi combatterà la criminalità organizzata? E tutto il sistema di previdenza sociale, dovremmo buttarlo a mare? E le scuole statali? E qualunque transazione economica fondata sulla moneta, e l’elettricità, e l’acqua corrente…?
Ma un anarchico coerente con i suoi tempi non vuole nulla di simile. Cerca invece di aprire degli spazi alternativa di libertà autentica all’interno di stati sempre più rigidi e oligarchici, per forzarne la struttura con dei metodi non violenti e sostenibili, praticabili da chiunque. Invita il popolo a ripensare attivamente il proprio bisogno di democrazia autentica. Non si picca di sostituire il parlamento con l’alzata di mano di sessanta milioni di persone: il suo scopo è piuttosto pedagogico; vuole dimostrare concretamente che altre forme di aggregazione e decisione sono possibili. E vanno difese.
Basti pensare ai progetti collaborativi come Linux, all’autogestione operaia, alle cooperative di lavoro, alle “zone autonome temporanee” di cui parlava Hakim Bey. Ma non solo: esiste una micropolitica anarchica che fiorisce ogni giorno, e della quale siamo per lo più inconsapevoli. Nessun essere umano è riducibile allo schema del libero scambio: da sempre coltiviamo relazioni gratuite, da sempre ci dedichiamo al mutuo appoggio, difendiamo la nostra libertà individuale o prendiamo decisioni sulla base di un consenso generale. Siamo tutti molto più libertari di quanto pensiamo.
La consapevolezza che l’idea del ribaltamento di una società intera è finita, come emerge dall’analisi di Giampietro Berti nel suo Libertà senza Rivoluzione, è una consapevolezza molto importante, e credo anche salutare. Il sogno massimalista dell’anarchismo non è più praticabile – se mai lo è stato – ma l’eredità del suo pensiero è vivissima. Resta, quantomeno, come la “coscienza critica della democrazia liberale”: il costante monito di come essa può involversi.
Una soluzione coerente ed efficace è allora quella di farsi “anarchici con la a minuscola”, per citare ancora Graeber: un atteggiamento autocritico e l’iniezione di nuova fiducia nella vita politica, sospesa fra sarcasmo e rassegnazione: l’idea che l’esercizio democratico non sia soltanto una questione di tecniche, mercati e discussioni parlamentari – ma anche un’azione diretta e la fede in determinati valori.
Secondo Colin Ward dovremmo pensare all’anarchismo come a un seme sotto la neve: qualcosa sempre in potenza, pronto a sbocciare dopo il disgelo. La gentilezza dell’immagine, lontana anni luce dalle retoriche aggressive di troppa politica contemporanea o di una polverosa vulgata marxista-leninista, basta già da sola a suggerire l’interesse di questo pensiero.

Bibliografia
Agamben G., Lo stato di eccezione, Bollati Boringhieri 2003
Azzarà S. G., Democrazia cercasi, Imprimatur 2014
Bassetti R., Cosa resta della democrazia, Nutrimenti 2014
Berta G., Oligarchie. Il mondo nelle mani di pochi, il Mulino 2014
Berti G. N., Un’idea esagerata di libertà, elèuthera 1994
Libertà senza Rivoluzione. L’anarchismo fra la sconfitta del comunismo la vittoria del capitalismo, Lacaita 2012
Critchley S., Infinitely Demanding: Ethics of Commitment, Politics of Resistance, Verso Books 2007
Crouch C., Postdemocrazia, Laterza 2009
Diamanti I., Democrazia ibrida, Laterza 2014
el-Ojeili C., Anarchism as the Contemporary Spirit of Anti-Capitalism?, “Critical Sociology”, vol. 40 n. 3, maggio 2014
Goodman P., Individuo e comunità, elèuthera 2014
Graeber D., Frammenti di antropologia anarchica, elèuthera 2004
Progetto democrazia, il Saggiatore 2014
Klausen J. C., Martel J., How Not to Be Governed: Readings and Interpretations from a Critical Anarchist Left, Lexington Books 2001
Huntington S. P., La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX secolo, il Mulino 1998
Jun N. J., Wahl S., New Perspectives on Anarchism, Lexington Books 2009
Lanza L., L’anarchismo oggi. Un pensiero necessario, Mimesis 2013
Newman S., The politics of Postanarchism, Edinburgh University Press 2011
Petrucciani S., Democrazia, Einaudi 2014
Ragona G., Anarchismo. Le idee e il movimento, Laterza 2013
Urbinati N., Democrazia sfigurata, Università Bocconi 2014
Ward C., L’anarchia, elèuthera 2014

Giorgio Fontana

 

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