Un viaggio in Bosnia Erzegovina con gli studenti

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Arriviamo in Bosnia Erzegovina sul far del giorno, dopo una notte di viaggio in pullman, attraverso la Pannonia, la fertilissima pianura che va dalla Croazia all’Ungheria e da dove le popolazioni barbare invadevano l’Impero romano. A separare la Croazia dalla Bosnia è il fiume Sava, che per secoli ha segnato il confine tra l’Impero Ottomano e quello Asburgico.

Siamo partiti da Bolzano, dopo aver attraversato l’Austria, la Slovenia e la Croazia, entriamo in Bosnia Erzegovina attraverso il valico di Slavonski Brod. La viabilità diventa più lenta e tortuosa, da qui in avanti non ci sono autostrade. Era stato Tito a decidere di non costruirle, assecondando la conformazione montuosa del territorio che lo rende difficilmente accessibile e percorribile, per proteggerlo da una possibile invasione dell’esercito sovietico. Dopo la rottura con Stalin, nel 1948, Tito infatti pensava di fare della Bosnia il punto centrale dell’eventuale resistenza, qui c’erano le industrie di armi e le centrali elettriche, sarebbe stato più facile difendersi. Proprio da questa regione, da Bihac, era partita la resistenza jugoslava durante l’occupazione nazista.

Insieme a me ci sono gli studenti della classe quinta D/E del Liceo Artistico “Pascoli” di Bolzano, accompagnati dalle colleghe Valentina e Maristella, mentre a farci da guida è Andrea Rizza della Fondazione Alexander Langer. Andrea è figlio di un’ebrea croata, forse proprio la sua origine lo rende particolarmente sensibile al tema del conflitto etnico e del genocidio, inoltre conosce molto bene la lingua serbo-croata e questo ci permetterà di entrare in modo più intimo nella storia della Bosnia Erzegovina. Da diversi anni accompagna, dopo una lunga preparazione in classe, studenti di tutta Italia nei luoghi della sanguinosa guerra etnica che si è combattuta tra il 1991 e il 1995.

 

Una domenica pomeriggio a Sarajevo

Il centro storico di Sarajevo, la nostra prima meta, non presenta tantissimi segni dei quasi quattro anni di assedio da parte dei serbi, anche la biblioteca nazionale incendiata nell’agosto del 1992 è stata completamente restaurata. Ogni tanto la facciata di un palazzo mostra i fori dei proiettili, mentre lungo i marciapiedi ci s’imbatte nei segni di una granata ricoperti di cera rossa: le chiamano le «rose di Sarajevo». Al ponte Latino una targa ricorda il punto in cui il 28 giugno 1914 il nazionalista serbo Gavrilo Princip attentò alla vita dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero austroungarico, causando lo scoppio della Prima guerra mondiale. Ecco, è più facile trovare targhe che ricordano i civili uccisi dai tanti cecchini che affollavano Sarajevo, attirati da tutte le parti del mondo. Negli anni della guerra c’era un’agenzia nelle Marche che organizzava week-end di guerra: partivi il venerdì, andavi in Bosnia a sparare, la domenica sera ritornavi a casa e il lunedì mattina andavi al lavoro, contento di avere partecipato ad una guerra e magari ammazzato qualcuno senza sapere il perché. L’atmosfera domenicale della città è rilassata, gli abitanti passeggiano o siedono nei caffè, l’architettura e le numerose moschee ricordano la lunga presenza turca, ma la vera natura di Sarajevo è multietnica e multireligiosa, come testimoniano le sinagoghe e la cattedrale cristiana. Sul tram che dopo cena ci riporta in albergo, osservo le ragazze che tornano a casa, non sono molto diverse dalle nostre studentesse, hanno gli stessi sorrisi e lo stesso abbigliamento; mi domando quanti morti ci sono stati nelle loro famiglie e cosa ha significato la guerra per loro. Noi ancora non ci siamo veramente entrati, abbiamo girato per Sarajevo come dei turisti in una qualunque capitale europea: potevamo essere a Istanbul o in un quartiere multietnico di Vienna.

 

Sarajevo

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Sarajevo tra guerra e pace

In periferia, dove ci spostiamo il giorno dopo, diversi palazzi appaiono ancora bucati dalle pallottole che i serbi sparavano quotidianamente dalle colline circostanti la città. Andiamo a visitare il tunnel che venne scavato clandestinamente sotto la pista dell’aeroporto su suggerimento di due iraniani andati a combattere al fianco dei musulmani; esso permetteva di far arrivare i rifornimenti attraverso l’unico punto della città non controllato dai serbi, di fronte al monte Igman. Se Sarajevo ha potuto resistere per così tanti giorni, è stato grazie al cibo, alle armi e alle truppe che passavano attraverso il tunnel, spesso in condizioni difficilissime, visto che era alto al massimo 160 centimetri e si allagava frequentemente, perciò spesso bisognava chiuderlo. Qui incontriamo Abid Jašar, dalla cui cantina partiva il tunnel, e vediamo le foto della sua complessa costruzione. Abid racconta agli studenti che gli hanno proposto più volte di entrare in politica, ma lui i politici non vuole neppure vederli, credo nelle persone, dice, ma non nei politici che parlano e fanno affari, senza preoccuparsi della gente comune. Poco prima di pranzo raggiungiamo il museo della Resistenza, dove una mostra fotografica documenta i lunghi mesi di assedio; a farci da guida è Elvir Mandra, scappato durante la guerra proprio attraverso il tunnel e arrivato, dopo un viaggio estremamente rischioso e senza un soldo in tasca, a Bolzano, dove venne aiutato dalla Caritas e dove per tre anni ha lavorato come operaio alla Finstral. Elvir, ritornato a vivere in patria, ci dice che il suo desiderio, come quello della gran parte dei suoi concittadini, è di vivere in pace e costruire un futuro per i propri figli. “Nessuno di noi pensava alla guerra, eravamo così immersi nella bellezza della vita che neppure ci preoccupavamo di capire cosa stava succedendo. Nessuno dei miei amici conosceva il nome di un politico, e i miei amici erano musulmani, cattolici, serbi, rom, eravamo fratelli, giocavamo a calcio e bevevamo acqua dalla stessa bottiglia, dividevamo il panino e qualche volta anche i vestiti. Se qualcuno ci avesse detto che sarebbe scoppiata una guerra e che Sarajevo sarebbe stata bombardata, nessuno di noi ci avrebbe creduto. Ora, invece, siamo senza soldi e senza lavoro, io sopravvivo facendo la guida, grazie alle offerte dei turisti cerco di crescere mio figlio, spero che diventi un bravo violinista.” Durante la guerra Elvir è stato ferito allo stomaco da un cecchino, mentre portava in ospedale il fratello ferito alle gambe. Sui cecchini ci racconta una storia terribile di cui è stato testimone: una mamma con un neonato in braccio stava per attraversare la strada, un cecchino ha mirato al neonato, facendogli saltare la testa con una tale precisione che la mamma quasi non si era accorta che il figlio era stato colpito; la mamma ha continuato a camminare, mentre la testa rotolava in terra. I ragazzi sono talmente inorriditi che non riescono neppure a fare domande.

Nel primo pomeriggio ci spostiamo nella parte collinare della città, qui ha sede l’associazione «L’educazione costruisce la Bosnia Erzegovina», fondata dal generale Jovan Divjak con lo scopo di aiutare i tanti orfani che la guerra ha causato. Il generale, che è stato membro della guardia personale di Tito e ha guidato la difesa di Sarajevo, ci racconta la sua storia; gli studenti si mostrano curiosi e affascinati dalla sua cordialità, lo tempestano di domande, vogliono capire come ha fatto la città a resistere tutti quei giorni senza cibo, acqua, riscaldamento e con armi di fortuna. I sarajevesi, dice il generale, non volevano permettere che la loro città venisse rasa al suolo dai serbi, e un ruolo fondamentale nella resistenza l’ha avuta la cultura. Durante l’assedio, infatti, si sono continuati a svolgere, in luoghi di fortuna e particolarmente protetti, concerti, spettacoli teatrali, mostre, rassegne cinematografiche per dare una parvenza di normalità, per far sentire che la città era ancora viva e credeva nella sua salvezza. Nonostante ciò i morti sono stati oltre 11 mila, di cui almeno mille bambini. Filippo gli chiede come mai, pur essendo serbo (Divjak è nato a Belgrado) ha difeso Sarajevo. “Che cosa avrei dovuto fare?”, risponde. “Vivevo qui da 27 anni e mi sentivo pienamente parte di questa gente. Credo che l’identità sia qualcosa che si costruisce giorno per giorno, vivendo in un posto e costruendo legami affettivi. Non la definisce la città in cui sei nato, magari per caso.” Stefania gli domanda se ha mai ucciso un uomo, Divjak si mette a ridere, mentre io temevo che si irritasse. “Non ho mai sparato neppure ad un animale”, confessa, “nell’esercito jugoslavo non ero molto amato, perché alle armi ho sempre preferito la musica, l’arte, la letteratura. Quello che amo più di tutto”, dice col suo tono affabile e a tratti scherzoso, “è la bellezza.” Alla domanda di Francesco, se non avesse avuto sentore dell’aria che tirava, risponde con sincerità: “Ricordo che un giorno, in occasione di una cerimonia ufficiale in Kosovo, il nostro presidente di allora, Milosevic, parlando di unità nazionale, disse che qualora fosse servito, saremmo ricorsi anche alle armi. Mi ricordo che pensai: ma cosa sta dicendo? Una guerra fra noi? Non può essere! Non avrei mai immaginato che il mio paese potesse vivere quello che poi ha vissuto, e ancora oggi me ne faccio una colpa.” Divjak spera che a costruire un futuro di convivenza sia la scuola, attraverso dei programmi condivisi tra le diverse etnie, anche se al momento esse sono rigidamente separate, l’unico esempio di scuole miste sono quelle cattoliche, ad esempio quelle dei francescani.

 

Il gen. Divjak con gli studenti e gli insegnanti

Il gen. Divjak con gli studenti e gli insegnanti

 

Manipolare la storia

Sul dramma della scuole separate e della mancanza di una storia condivisa concentra gran parte della sua conversazione con gli studenti la psichiatra di Tuzla Irfanka Pasagic, presidentessa dell’associazione «Tuzlanska Amica» che si occupa delle donne musulmane vittime degli stupri etnici e degli orfani che ne sono nati; è una delle più competenti psicoterapeute nella cura del Post-Traumatic Stress Disorder. Ancora una volta gli studenti domandano come sia potuta scoppiare una guerra così cruenta. La Pasagic accusa duramente il comportamento della stampa prima e durante la guerra, responsabile di una vera e propria disinformazione che ha fomentato l’odio e le violenze, attraverso articoli palesemente falsi e di parte che hanno stimolato l’irrazionalità delle persone. Le sue parole lasciano trasparire un forte pessimismo, soprattutto a causa delle scuole separate addirittura in dodici diversi distretti e con programmi completamente diversi. Il tema delle scuole etnicamente separate spinge gli studenti bolzanini a portare il discorso sulla nostra realtà, si domandano se in Alto Adige la convivenza è realmente raggiunta o se è possibile che un giorno possa esplodere un conflitto armato. Gli insegnanti li rassicurano. Io invece penso a quei partiti di lingua tedesca che lottano per l’autodeterminazione e la separazione dell’Alto Adige dall’Italia, ma non dico nulla. Penso ad Alexander Langer che per molti anni è stato giudicato un traditore del gruppo tedesco e perfino escluso dalla corsa a sindaco di Bolzano, perché si era rifiutato di dichiarare la propria appartenenza linguistica, ipocrita eufemismo per non chiamarla appartenenza etnica. Thomas chiede alla Pasagic se il tempo aiuterà a sistemare le cose. “Il tempo da solo non fa nulla”, risponde quasi seccata. Racconta poi di come serbi e musulmani abbiano iniziato a parlarsi dopo anni di silenzio. “All’inizio non avevano neppure il coraggio di guardarsi negli occhi”, dice. “Non è facile capire chi sta dall’altra parte, provare a vedere le cose dalla prospettiva dei carnefici. Non è facile ma bisogna lavorare affinché si possa parlarne. Noi ci siamo riusciti e abbiamo imparato i meccanismi che fanno parte di questo lavoro di riconciliazione, perciò adesso, quando osserviamo gruppi di altre nazioni farlo, ci viene da sorridere nel vedere che tutti si comportano nella stessa maniera: hanno le stesse reazioni emotive, dicono le stesse cose che dicevamo noi, fanno le stesse facce e le stesse espressioni. Poi, lentamente le cose cambiano, ci si riavvicina e si può ricominciare. Ma questo lavoro non lo fa lo scorrere del tempo, lo facciamo noi, col nostro impegno e la nostra consapevolezza. In tanti in Bosnia non credevano che sarebbe potuta accadere l’immane tragedia che poi si è consumata, la guerra fratricida che ha dissolto l’ex Jugoslavia”, continua, “ma l’uso manipolatorio della storia e della memoria, soprattutto da parte dei serbi, ha fatto sì che la tragedia covasse a lungo e infiammasse gli animi.”

 

Gli studenti con Irfanka Pasagic

Gli studenti con Irfanka Pasagic

 

Ancora oggi non mancano esempi di manipolazione, come la grande croce nera eretta dai serbi nella zona di Kravica, lungo la strada che porta a Srebrenica, dove il 7 gennaio 1993 un loro battaglione venne colpito dall’esercito bosniaco. Nell’attacco morirono 44 serbi, ma nella lapide commemorativa non c’è alcuna traccia dell’episodio: né la data, né i nomi dei morti. C’è scritto, però, che dal 1992 al 1995 le vittime serbe sono state 3267 e che tra il 1941 e il 1945 sono stati uccisi 6469 serbi; facendo la somma si ottiene la cifra di 9736 vittime, molte di più degli oltre 8000 musulmani uccisi a Srebrenica nel luglio del 1995. Dunque, sommando episodi diversi della storia, si fa credere al viandante che va a Srebrenica, magari per visitare il memoriale del genocidio, che le vittime serbe siano state più numerose di quelle musulmane.

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Un modo interessante di fare storia qui sarebbe attraverso i cimiteri, ci spiega Andrea Rizza, soprattutto quelli serbi, perché anche i cimiteri sono utilizzati per costruire la memoria e manipolarla, per stabilire vittime ed eroi, e magari gli eroi sono proprio coloro che hanno causato numerose vittime. A distinguersi per ferocia, più che i soldati dell’ex esercito federale sono stati i gruppi paramilitari, formati da comuni cittadini, come le tigri di Arkan, nati tra le curve degli stadi di calcio, ex ultras del tifo trasformati in feroci assassini.

 

Zijo Ribic e il massacro di Skočić

Skočić era un villaggio della Bosnia orientale, abitato prevalentemente dal clan familiare di Zijo Ribic, rom musulmani, una fiorente comunità stanziale di agricoltori, operai specializzati e artigiani che vivevano in ottimo rapporto con Serbi e Bosgnacchi (i musulmani di Bosnia). Il 10 luglio 1992 una formazione paramilitare entrò nel villaggio. “Quella notte”, ci racconta Zijo in una sala conferenze dell’Hotel Tuzla dove lavora come cuoco e dove dormiremo questa notte, “avevamo deciso di rimanere tutti insieme nella grande casa di un nostro parente; da qualche giorno avevamo paura. Quando abbiamo sentito arrivare i camion non potevamo immaginare cosa sarebbe successo. I paramilitari serbi hanno cominciato a picchiare gli uomini, volevano oro e denaro. Hanno stuprato mia sorella maggiore, Zlatija, davanti a tutti. Aveva tredici anni. Quindi l’hanno picchiata perché portava al collo una croce ortodossa d’oro. Dopo ci hanno raggruppati tutti davanti alla casa. Hanno detto che non ci avrebbero fatto niente e che ci avrebbero portati da un’altra parte. Ci hanno caricati sui camion e portati in un villaggio vicino dove avevano già scavato una fossa comune. Ci hanno fatti scendere uno alla volta. Prima mia madre con mio fratellino, poi sono venuti a prendere me. Avevano appena finito di stuprare nuovamente mia sorella maggiore. Io piangevo, chiedendo di vedere mia madre. Mi risposero che l’avrei rivista subito. Hanno ucciso tutti, uno alla volta: i miei genitori, i miei fratelli e le mie sorelle, gli zii, i cugini. Poi è arrivato il mio turno. Ho sentito un colpo di lama nel collo e degli spari. Sono caduto e mi hanno gettato nella fossa insieme agli altri che avevano appena ammazzato. Io avevo 7 anni, ero soltanto ferito ma mi finsi morto; dopo qualche ora uscii dalla fossa comune tutto sporco di sangue e scappai nei boschi. Arrivato sanguinante in un villaggio vicino, fui soccorso da una donna e da due soldati Serbo-bosniaci dell’Esercito Popolare Jugoslavo che mi lavarono e medicarono. Sono cresciuto dapprima in un orfanatrofio in Montenegro, poi a Tuzla, dove ho frequentato la scuola alberghiera e mi sono diplomato cuoco.”

Al raggiungimento della maggiore età Zijo fu ospitato a Casa Pappagallo, una struttura gestita da Tuzlanska Amica, per ragazzi e ragazze che usciti dall’orfanotrofio non hanno altro luogo dove andare. In quegli anni conosce Nataša Kandić, sociologa di Belgrado, Premio Internazionale Alexander Langer 2000, impegnata fin dall’inizio del conflitto nella ex-Jugoslavia nella denuncia dei crimini di guerra e delle violazioni dei diritti umani, e si convince a raccontarle la sua storia. Dopo le indagini preliminari condotte su mandato del Tribunale per i Crimini di Guerra di Belgrado presso cui è stata fatta la denuncia, nel 2010 è iniziato il processo contro gli autori del massacro di Skočić.

La testimonianza di Zijo è la più commovente tra tutte quelle ascoltate durante il nostro viaggio in Bosnia. Ma a stupire gli studenti non è soltanto il suo racconto, quanto piuttosto la scelta di perdonare i suoi carnefici. Gli studenti gli chiedono come sia stato possibile, sperano che almeno alcuni di loro gli abbiano chiesto scusa. “No”, risponde, “nessuno mi ha chiesto scusa, ma io non volevo vivere nell’odio. Dimenticare quello che è accaduto non posso, ma perdonare sì, è l’unico modo per andare avanti e costruirmi una vita normale, senza precipitare in una specie di buco nero, come credo si debba vivere con l’odio dentro.”

 

Zijo Ribic, a sinistra, con Andrea Rizza

Zijo Ribic, a sinistra, con Andrea Rizza

 

Nel febbraio 2013 sette appartenenti alla formazione paramilitare responsabile del massacro, grazie anche alla testimonianza di Zijo, sono stati condannati per crimini di guerra dal Tribunale di Belgrado, ma purtroppo in appello solo sono stati assolti. “La prima volta che ho rivisto il comandante del gruppo”, racconta Zijo Ribic, “ mi è passato di tutto per la testa, poi ho pensato che se mi facevo vincere dall’odio, sarei diventato uguale a loro. Io non sono uguale a loro. I miei genitori non mi hanno insegnato a odiare. Non posso e non voglio dimenticare quello che è successo alla mia famiglia e al mio villaggio. Ma posso decidere di non odiare. È difficile, ma da qualche parte dentro di te puoi trovare la forza per riuscirci.”

A gennaio del 2016, ha sepolto quattro delle sue sorelle uccise nel 1992. Le altre due sorelle e il fratellino sono stati ritrovati nella stessa fossa comune, ma i loro resti erano troppo parziali e Zijo ha deciso di aspettare a seppellirli.

 

Fantasmi a Srebrenica

È la visita a Potocari il momento più doloroso del viaggio.

Ai primi di luglio del 1995 l’enclave musulmano di Srebrenica, che era sotto la protezione internazionale dell’ONU, venne circondata dai serbi guidati dal generale Mladic. L’11 luglio, quando capirono che il loro arrivo era imminente, tutti i cittadini dell’enclave (quasi 40 mila persone: uomini, donne, bambini, anziani) abbandonarono le loro case per andare a chiedere aiuto e protezione ai 450 caschi blu olandesi che avevano la loro base in una ex fabbrica di Potocari, a pochi chilometri della città di Srebrenica. In 5.000 riuscirono a sfondare il cordone di protezione ed entrare, tutti gli altri rimasero fuori. Quando Mladic arrivò in città e la trovò deserta, corse dagli olandesi furibondo, minacciandoli. Una foto nella mostra permanente che c’è nella ex base militare, ritrae il comandante olandese Karremans mentre brinda con Mladic, al quale vennero consegnati pure i 5000 che erano riusciti a rifugiarsi all’interno. Il generale serbo ingannò i musulmani, dicendo che li avrebbe protetti lui, ma a tutti apparve chiaro quale sarebbe stato il loro destino. Gli uomini vennero separati dalle donne, i figli dai 14 anni in su dalle madri, proprio come facevano i nazisti con gli ebrei e in spregio alle leggi internazionali sui prigionieri di guerra. Le donne e i bambini furono trasferiti a Tuzla che era in mano ai musulmani. Circa 15.000 uomini cercarono di mettersi in salvo scappando attraverso i boschi, nella speranza di raggiungere Tuzla a piedi; oltre 8.000 mila di loro vennero catturati, anche con l’inganno, e barbaramente uccisi uno ad uno. I loro corpi sepolti nelle fosse comuni.

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A tutt’oggi sono stati identificati i resti di circa 6.600 di loro, sepolti nella collina di fronte alla base ONU di Potocari, proprio laddove sono stati abbandonati da tutti. Molti villaggi musulmani oggi sono abitati soltanto da donne. Gli studenti possono avere un’idea di quello che è accaduto attraverso un video proiettato all’interno della ex base olandese, in quello che è diventato un centro di documentazione. Il video mostra la città mentre si svuota, gli abitanti che scappano prendendo pochissime cose dalle loro case, alcuni vecchi, troppo anziani per poter camminare, vengono trasportati dalle mogli dentro delle carriole. Nelle loro facce di persone comuni si legge la paura, il dolore, la disperazione. Tutti siamo colti da una enorme pena per la loro sorte e dalla rabbia per non averlo impedito. Aveva ragione Alexander Langer, quando pochi mesi prima aveva scritto che l’Europa muore o rinasce a Sarajevo. E qui, l’Europa e la comunità internazionale hanno dimostrato il loro fallimento, preoccupandosi innanzitutto degli interessi nazionali. Mentre scorrono quelle immagini angosciose, nella sala il silenzio è densissimo, guardo le facce impietrite degli studenti e mi dispiace che vedano quell’orrore. Ma come fare a renderli più umani se non facendogli vedere a quali livelli di bestialità può giungere talvolta l’uomo? Quando arriva la testimonianza di una mamma che ricorda le urla del figlio di 14 anni, costretto ad abbandonarla per andare nel gruppo degli uomini, mentre si consumava una barbara separazione che credevamo di non dover più rivedere, dopo le terribili pagine della shoah, trattenere le lacrime diventa impossibile. Poi arrivano le immagini delle esecuzioni: i paramilitari serbi che hanno eseguito il massacro, hanno avuto la sfrontatezza di filmarsi. Siamo sgomenti e senza parole. La storia si ripete, ancora una volta non insegna nulla, ancora una volta non serve ad evitare che le tragedie del passato si consumino nel presente.

A Srebrenica incontriamo gli animatori dell’Associazione «Adopt Srebrenica», fondata da un gruppo di giovani serbi e bosniaci con l’obiettivo, tra gli altri, di raccogliere storie e immagini che documentino la vita quotidiana di Srebrenica prima della guerra e la costituzione di un fondo di libri, foto, video, documenti sulla storia della città e della Bosnia Erzegovina, da mettere a disposizione della cittadinanza. Proprio per acquisire le necessarie competenze, due di loro hanno recentemente svolto un periodo si formazione all’Istituto per la storia della Resistenza di Torino. Ceniamo tutti assieme. Fuori continua a piovere e per la notte si prevede la neve. Le strade sono deserte, la città sembra abitata soltanto dai fantasmi. Gli studenti, dopo le fortissime emozioni della giornata, hanno voglia di andare a bere qualcosa in un locale, hanno voglia di distrazione e forse di calore. Stanotte dormiremo presso alcune famiglie e in molte delle case c’è solo una stufa a legna in cucina e qualche stufetta elettrica che scalda poco. Andrea Rizza ci accompagna in un bar, ma non potremo restare oltre le 23.00, quando scatta una sorta di coprifuoco che costringe tutti i locali a chiudere. Il bar è serbo, come i pochi avventori, quasi tutti giovani; di anziani purtroppo in città ne sono rimasti pochi. Quasi tutti salutano Andrea con molto affetto, ormai lo conoscono da diversi anni. Si vede che anche loro hanno voglia di divertirsi perché, vedendo quel gruppo di venti studenti, alzano il volume della musica, spengono le luci e accendono dei faretti colorati. Uno studente chiede se può scegliere qualche canzone e si mette al computer. In breve i tavoli vengono messi di lato e quel piccolo bar diventa un’improvvisata discoteca. Gli studenti ridono e ballano, per un momento si dimenticano degli orrori della guerra. È giusto così, mi dico.

 

Srebrenica

Srebrenica

 

Ritornando a casa

Durante il viaggio di ritorno mi siedo accanto agli studenti, curioso di sapere come hanno vissuto gli incontri e le testimonianze di questi giorni. Non siete dispiaciuti di non aver fatto la consueta gita di quinta in una capitale europea all’insegna del divertimento, gli domando? No, rispondono in coro, anche se quando gli insegnanti ce l’hanno proposto eravamo diffidenti, ma già durante le lezioni di preparazione abbiamo cambiato idea. “Questo viaggio”, dice Enrico, “sebbene a tratti molto doloroso, ci ha fatto scoprire una pagina ignota del recente passato, una pagina che tutti dovrebbero conoscere, proprio in un periodo in cui non si fa altro che parlare di profughi di guerra.” Mentre li ascolto, avendoli osservati con attenzione in questi giorni, mi sembrano davvero cresciuti. “Questa è la storia che vorremo studiare a scuola”, dice Daniele, “è questo il modo, appassionato e coinvolgente, con cui dovete insegnarla, dedicando più ore e dando più spazio al ‘900. In questo viaggio l’abbiamo veramente toccata con mano.” “Ritorno a scuola con molta più voglia di vivere”, mi dice Giulia, “proprio come racconta Ungaretti nella poesia Veglia, quando, completamente immerso nell’orrore della Prima guerra mondiale, scrive: «Non sono mai stato tanto attaccato alla vita».

Mentre stiamo per lasciare la Croazia ed entrare in Slovenia, ci arriva la notizia della condanna a 40 anni di carcere per Radovan Karadzic, presidente dell’autoproclamata repubblica serba di Bosnia, ritenuto colpevole di genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, terrore in alcuni villaggi dell’enclave musulmano di Srebrenica. Basterà questa condanna o quella del generale Mladic a fare giustizia? Gli studenti pensano di no, l’unica vera giustizia, dicono, si avrà quando i carnefici riconosceranno le loro colpe e quando tra serbi e bosgnacchi (i musulmani di Bosnia) ci sarà una convivenza autentica, a partire dalle scuole condivise.

 

 

 

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4 commenti a Un viaggio in Bosnia Erzegovina con gli studenti

  1. Righi F rancesca 03/07/2016 22:22 #

    Articolo intenso e commovente. Ma come fare come fare ? troppo è il

    dolore nel mondo.

  2. Righi F rancesca 03/07/2016 22:34 #

    Articolo commovente

    e intenso

  3. Marga 05/07/2016 09:46 #

    Sono appena rientrata dalla Bosnia al seguito di meravigliosi ragazzi e ragazze del servizio civile di Venezia.
    Un viaggio dentro.
    Grazie alla straordinaria sensibilità e profonda competenza di Andrea Rizza.
    Ci ha condotto a compiere un viaggio interno a noi stesse/i, mentre il pulman e le nostre gambe ci portavano in giro per Sarajevo, a incontrare Srebrenica, la dolcissima Hajra e i giovani…. a Tuzla, la città esempio di integrazione, integrazione che l’ha salvata dalla distruzione della guerra che le è girata intorno… a incontrare stupende persone che vogliono l’integrazione e la pace.
    A conferma, grazie per quest’articolo! Grazie.

  4. letizia gentile 06/08/2016 10:27 #

    Noi ci siamo andati l’anno scorso nel ponte 25 aprile 1 maggio.(20 anni da Sebrenica).Il viaggio partiva da Trieste, organizzato dall’ associazione TendaPace-Trieste-Venivamo da Torino, una classe 4 del liceo delle scienze umane, la meravigliosa 4ES, che porterò sempre nel cuore perchè accompagnarli in quel viaggio, guardare le loro facce , osservarli assorbire messaggi e luoghi della memoria è stato per me un’esperienza umana e didattica indimenticabile.
    Grazie per questa relazione di viaggio, che sembra un po’ il nostro.Scegliere di portare in gita i ragazzi in posti quali la Bosnia è una scelta forte, controcorennte, ma piena di semi che chissà, un giorno casomai daranno frutti prosperosi.
    Letizia Gentile, la loro prof.di lettere.

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