Vaticano: tra amici e nemici

G. Scarabottolo

G. Scarabottolo

 

Sostengono i più maliziosi che scegliendo di chiamarsi Francesco, Jorge Mario Bergoglio abbia infranto non uno bensì due tabù: ha preso, per la prima volta nella storia, il nome del santo di Assisi, a riprova della epocale necessità di una riforma che renda la Chiesa più povera, più evangelica, più popolare – e ha preso un nome di re. Mai, prima di lui, un papa si era chiamato come un sovrano. Per non suggerire che il trono volesse sfidare l’altare, se non addirittura – qui la malizia – sostituirvisi.
Tra questi due estremi, il moto dal basso e il governo dall’alto, il popolo e il sovrano, si muove, si tende, a volte inciampa, la riforma di papa Francesco.
Il caso forse più paradigmatico è stata la battaglia, feroce, attorno al tema della famiglia. Bandiera di una destra cattolica che, negli anni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, è arrivata a identificare la fede con l’ideologia pro life e il contrasto alla legalizzazione delle nozze gay, la famiglia è stata scelta da Francesco, a inizio del pontificato, come leva per modificare l’idea di Chiesa. Una Chiesa “ospedale da campo”, aperta alle famiglie “ferite”, anziché un bastione identitario per i perfetti, una Chiesa che dialoga con la società, anziché contrapporvisi in una culture war cara ai vescovi statunitensi, ma anche italiani, spagnoli, polacchi, una Chiesa che si avvicina ai fedeli, e ascolta i loro dubbi, anziché rampognarli per carenza di ortodossia e ortoprassi, o perché si sono allontanati. La strategia del papa gesuita è stata accorta. Sul tema ha convocato un doppio sinodo, il primo straordinario, nel 2014, a sottolineare l’urgenza della questione, il secondo ordinario, nel 2015, per permettere che in un anno di tempo maturasse una visione più pastorale, realistica delle famiglie concrete tra i vescovi, inizialmente guardinghi, convocati a Roma da tutto il mondo.
Per quanto l’ufficialità vaticana si sforzasse di spiegare che il sinodo non è un parlamento, che i padri seguono lo spirito e non fanno politica, che progressisti e conservatori sono categorie buone per un’elezione presidenziale ma non per un consesso ecclesiale, la discussione è finita ai voti. Pallottolieri, cordate, defezioni ai gabinetti per abbassare il quorum, fughe di notizie, franchi tiratori, al primo sinodo, nel 2014, il papa – che ha voluto fossero pubblicati sia il testo che i voti, anche questa una novità – è finito sotto. I tre paragrafi-chiave preparati dai suoi uomini, uno sui gay e due sulla possibilità di dare l’eucaristia ai divorziati risposati, non sono passati. Un anno dopo, al secondo sinodo, dopo un’estenuante mediazione nei gruppi linguistici, in particolare nel gruppo tedesco, quello teologicamente più attrezzato, è stato votato un secondo testo, limato, ammorbidito, sfumato, e in questo caso – eliminato il paragrafo sull’omosessualità, mentre quello sui divorziati risposati, espunta la parola “eucaristia” – è passato per un paio di voti e con una robusta opposizione di quasi un terzo dei padri sinodali. Per risvegliare un’assopita partecipazione alla vita della Chiesa (democrazia, si direbbe in politica, sinodalità e collegialità, si dice nella lingua ecclesiale), e perché un pontefice, canonicamente, non può modificare questioni così fondamentali come la natura dell’eucaristia (premio per i perfetti o grazia per i peccatori?),
Bergoglio non ha agito da solo, come un sovrano. Ha voluto coinvolgere tutti, a partire dal popolo fedele di Dio, che ha consultato tramite un questionario mandato da Roma a tutte le diocesi del globo (e circolato dove di più dove, in Italia ad esempio, di meno…). Alla fine, però, ha deciso lui. E a marzo del 2016 ha pubblicato una esortazione apostolica, Amoris laetitia, che, in una nota a pie’ di pagina, sancisce la possibilità, a certe condizioni, di concedere la comunione ai divorziati risposati. Il testo è stato accolto, dagli ambienti conservatori della Chiesa, con malumori, riserve, se non sberleffi e aperte contestazioni (“Questo Papa non è cattolico”).
A poco serve spiegare ai suoi detrattori più timorosi che Francesco alla Chiesa cattolica sta dando nuova centralità: non una Chiesa che giudica gli altri, usurpando la posizione di Dio, l’unico che vede i cuori, ma il luogo in cui quel Dio si riesce a incontrare. A nulla serve sottolineare che le aperture di Francesco non segnano la vittoria del secolarismo, ma, al contrario, sottendono la convinzione che Dio è in tutte le cose, che la sua non è cedevolezza dottrinale ma simpatia con l’umanità. Il punto è che, effettivamente, questo papa ha inciso una cesura. Senza cambiare nulla, l’Amoris laetitia cambia tutto. È, come l’ha definita lo storico del cristianesimo Alberto Melloni, una riforma a norme invariate. Nessuna rivoluzione dottrinale, come alcuni temevano, ma neppure, come paventavano altri, un gattopardesco maquillage per gli stessi contenuti. Al di là della questione dei divorziati risposati, il papa argentino usa un linguaggio che è il contrario di quello utilizzato dal Vaticano prima dell’era Bergoglio. Modifica l’idea stessa di Chiesa. Francesco non confonde le regole, non è relativista, addirittura eterodosso. Non è permissivo, ma, al contrario, tremendamente esigente. Non nella forma, ma nella sostanza. Accetta distanze, cadute, titubanze dei fedeli proprio perché prende il Vangelo sul serio. Come regola a cui, faticosamente ma radicalmente, conformare la propria vita. Non, banalmente, vestito da indossare, bandiera da sventolare, fatto sociale.
Quella sinodale, per Bergoglio, è stata una battaglia campale. Vinta di misura, seminascosta in una nota a margine, si potrebbe dire, dopo due faticosissimi anni di discussioni, il fantasma di trovarsi in minoranza, o comunque generale troppo avanti per essere seguito dalle truppe, il desiderio di rivincita dei suoi avversari, al prossimo pontificato se non prima. Come antipasto, un quotidiano nazionale si è spinto a pubblicare in prima pagina la notizia, non circostanziata né documentata e ovviamente smentita dal Vaticano, che il papa aveva sofferto di un tumore al cervello, velenosa allusione a un leader che non ci sta con la testa…
Il sovrano pontefice ha puntato all’alleanza con il popolo fedele di Dio, da lunghi anni in silenzioso scisma rispetto ai dettami morali del Vaticano, e l’apparato, scavalcato, tenta di boicottarlo.
È avvenuto con il caso dei vatileaks, i documenti riservati della Santa Sede finiti nei bestseller di due giornalisti, Via Crucis di Gianluigi Nuzzi (Chiarelettere) e Avarizia di Emiliano Fittipaldi (Feltrinelli). Tra le riforme alle quali Bergoglio ha messo mano vi è quella della Curia romana. Il lavoro procede a rilento, Francesco ha creato un consiglio di nove cardinali di tutto il mondo che, pazientemente, ridisegna e snellisce l’organigramma vaticano. Quando si tratta di finanze, il lavoro diventa particolarmente complicato, gli appetiti si risvegliano, le cordate (italiani e americani, vecchia e nuova guardia, curiali e “stranieri”) se le danno di santa ragione. Francesco è già intervenuto pesantemente ma rimangono zone grigie, bilanci fuori controllo, scandali periodici… e alla fine, un po’ Suburra, un po’ I soliti ignoti, in Vaticano è tornato in scena lo spettacolo dei vatileaks. Il primo caso di documenti riservati filtrati alla stampa, nel 2012, si concluse con l’arresto del maggiordomo di Benedetto XVI, il sequel, nel 2015-2016, è stato corale (un monsignore vicino all’Opus dei, una pierre, due giornalisti), ma è rimasta una costante: il tentativo di rappresentare il pontefice, ieri Ratzinger e oggi Bergoglio, come il comandante di una nave ingovernabile, nonostante l’impegno e la buona volontà. Un simpatico inetto.
All’inizio Jorge Mario Bergoglio ha barcollato. Gli autori della fuga di notizie, del resto, li aveva nominati lui, commettendo un errore madornale. La gestione del processo da parte del Vaticano è stata, poi, quanto meno dubbia, ha fatto emergere una concezione dello Stato pontificio anacronistica, una manifestazione di potestà giudiziaria che, indagando due giornalisti di uno Stato estero, oltre agli whistelblower poi condannati, ha dato un’immagine guelfa e antimoderna dello Stato pontificio poco compatibile con il riformismo bergogliano. E, paradossalmente, è riuscita nel risultato di fare loro una straordinaria pubblicità (per rimanere nel mood italiano, i cronisti hanno evocato un parallelo con la vicenda dei due marò…). Poi, però, il papa ha recuperato. Ha fatto sedimentare la vicenda, senza fretta, il processo si è sgonfiato mediaticamente e nel corso del dibattimento sono spuntati i nomi della famiglia Berlusconi, del faccendiere Luigi Bisignani, di un ex comandante del Ros, sono stati evocati mafia e servizi segreti deviati… evergreen che hanno fatto balenare, dietro la fuga di documenti, il malumore di un’Italia che non riesce a contare più, nel Vaticano globalizzato di papa Francesco, come solo pochi anni fa. Se i vatileaks di Benedetto XVI erano il sintomo di una crisi sfogata nelle sue dimissioni, quelli di Francesco, alla fine, sono risultati come la coda di quella crisi. Una crisi molto italiana, e torbida, di un’epoca che, sotto lo sguardo di Jorge Mario Bergoglio, tenta di sopravvivere a se stessa, ma più si agita e più affonda nella propria melma, rafforzando, per contrasto, la figura del papa riformatore.

La riforma del papa gesuita, va detto, non procede sempre spedita, né è sempre evidente la sua natura, o quanto meno la direzione intrapresa. Svariati suoi collaboratori, ad esempio, rimangono personalità ambigue e imbarazzanti. E, certo, come rispondeva Giovanni XXIII, ingiustamente passato alla storia come “papa buono”, al cardinale segretario di Stato Amleto Cicognani, che lo invitava a usare “una mano più forte” con le opposizioni di Curia: “Gesù non farebbe così, non è il suo spirito; non darei edificazione intervenendo; occorre avere pazienza e attendere; non si farebbe che suscitare divisioni e rancori” – ma il repulisti non potrebbe andare più velocemente? Il dramma della pedofilia, per fare un altro esempio, rimane una questione aperta per la Chiesa di Francesco. Sull’ecumenismo, cambiando del tutto ambito, il papa procede a passi da gigante. Incontra, per la prima volta nella storia, il patriarca di Mosca e di tutte le Russie, un sogno a lungo accarezzato, invano, dai suoi predecessori, e pur di incontrarlo non pone condizioni (firma una dichiarazione congiunta, dai toni oltranzisti su matrimonio e omosessualità, che poi Francesco stesso, en passant, derubrica come un documento “discutibile”…). Stringe i rapporti cordiali tanto con il patriarca ecumenico Bartolomeo, col quale visita i rifugiati sull’isola di Lesbos, quanto con il primate anglicano Justin Welby. Vola a Lund, in Svezia, per commemorare insieme ai protestanti – anche questa una prima storica assoluta – i 500 anni della Riforma di Martin Lutero. “Mi vengono in mente adesso le Congregazioni Generali prima del Conclave e quanto la richiesta di una riforma sia stata viva e presente nelle nostre discussioni”, spiega a un gesuita svedese che lo intervista prima del viaggio, Ulf Jonsson, quasi a ricordare, se ce ne fosse bisogno, che la “riforma” non è un’esclusiva dei protestanti, ma una necessità anche per i cattolici, che da lì prende le mosse il suo pontificato. Jorge Mario Bergoglio apre una porticina sul ruolo femminile nella Chiesa, quando crea una commissione per approfondire la possibilità di conferire il diaconato alle donne. Non affronta, se non in conversazioni private, il nodo dell’abolizione del celibato obbligatorio per i preti. Riforme, queste, che inciderebbero profondamente sulla natura della Chiesa, scatenando l’ostilità di alcuni, se non un aperto scisma, e l’entusiasmo di altri, che, se nulla cambiasse, rimarranno invece delusi dal papa gaucho.
Papa Francesco si muove funambolicamente tra i timori e le speranze che ha suscitato la sua riforma. Ha rivoluzionato, questo sì, il linguaggio della Chiesa, la sua presenza nella società, il suo posto nel mondo. Ha archiviato l’epoca in cui il papa interveniva continuamente, ossessivamente su questioni che intersecavano la sessualità, martella invece sull’ingiustizia economica, la povertà, l’immigrazione. Ha sganciato il Vaticano dall’identificazione geopolitica con le ragioni dell’Occidente. I cattolici che per un buon trentennio si sono considerati “doc”, si sentono a disagio, sembra loro che tremi il terreno sotto i piedi, che la Chiesa abbia abdicato al ruolo di guida morale, gli altri – lontani, indifferenti, persone in ricerca, o semplicemente “cattolici adulti” – si sentono finalmente a casa. Ha decostruito e ricostruito simbolicamente l’immagine del papato, con stile, gesti, battute che abbattono la distanza tra il pontefice e i fedeli, il “popolo di Dio”.
Lì bisogna scavare per capire più profondamente la riforma di Francesco. Jorge Mario Bergoglio si forma, teologicamente, alla scuola della “teologia del popolo”, variante argentina della teologia latino-americana della liberazione, nata dalla riscoperta, da parte del Concilio vaticano II, del “popolo di Dio” (sinonimo di Chiesa che supera le subordinazioni, e contrapposizioni, gerarchiche), e dalla sintonia con la visione politica di Juan Domingo Peron, che teneva insieme Chiesa esercito e sindacati, il peronismo. Bergoglio ritiene che “per sapere cosa bisogna credere bisogna far ricorso al magistero della Chiesa, ma per sapere come bisogna credere bisogna far ricorso al popolo fedele di Dio, al sentire del popolo fedele di Dio”, spiega il suo ex professore, il gesuita Juan Carlos Scannone, nel libro-intervista Le Pape du peuple.
È nel popolo latino-americano che la fede si è inculturata, è il popolo che l’ha preservata. “È la religione dei poveri! E l’Europa opulenta non tiene conto dei poveri!”, prosegue l’anziano gesuita. “Questo manca all’Europa, l’opzione preferenziale per i poveri, per le vittime della storia. È questo il Vangelo. Gesù è venuto per tutti, ma specialmente per i peccatori, i poveri, i malati, le vittime. Sono i preferiti del Regno. Ecco cosa manca all’Europa. Per questo disprezza la religione popolare e non si rende conto della sua profondità.” Le radici del pensiero, della ecclesiologia, della riforma di papa Francesco sono qui, nella teologia latino-americana, nella partecipazione del popolo di Dio alla vita della Chiesa, nell’effervescenza del Concilio vaticano II (1962-1965).
Un frangente storico che, a un certo punto, si è interrotto. Nella Chiesa e – sia permessa una digressione – in tutta la società. A Roma, in particolare, c’è un anno che segna la frattura, al di là e al di qua del Tevere, il 1978. A settembre muore Giovanni Paolo I, un pontefice che in appena 33 giorni di governo aveva suscitato diffuse speranze di una nuova primavera della Chiesa. A maggio era morto, assassinato dalle Brigate rosse, Aldo Moro, “la figura politica che poteva fare uscire la Dc dal ghetto in cui si era cacciata”, lo definì in una nota e controversa intervista del 1979, recentemente ripubblicata da Rubbettino, lo storico germano-statunitense George Mosse. È significativo rievocare, brevemente, l’analisi di Mosse. Aldo Moro, con il compromesso storico ma non solo, tentò di rendere il sistema parlamentare più permeabile alle diverse istanze sociali per evitare che collassasse, che l’Italia tornasse al fascismo o precipitasse in nuove forme di nazionalismo plebiscitario, capaci di illudere e mobilitare le masse. Il suo obiettivo era coinvolgere, integrare “masse di gente che non avevano mai preso parte in precedenza alla vita politica”, masse tenute fuori dal sistema o che si sentivano estraniate dai suoi miti, dai suoi simboli, dai suoi rituali e dal suo benessere. George Mosse, storico ebreo esperto di fascismo e nazismo, sottolinea che il “paradosso tragico” è che “in una società industrializzata, enorme, informe e piena di sperequazioni, come quella in cui viviamo, la gente sente l’esigenza di una qualche forma di aggregazione, e questa esigenza è soddisfatta solo al di fuori del sistema parlamentare e anzi è stata soddisfatta finora addirittura in opposizione a esso”. L’analisi di George Mosse, nel 1979, sembra prevedere la successiva, crescente alienazione delle masse dai sistemi democratici; il desiderio di assopirle distribuendo benessere, crescita senza sviluppo, diritti senza doveri; il disperato tentativo di coinvolgerle con metodi fragili (in Italia, la politica catodica berlusconiana, lo storytelling renziano, il blog di Beppe Grillo); e infine, negli ultimi anni, grazie a una storica crisi economica, l’esplosione in tutto il mondo di un malcontento che ha preso le forme più disparate ma è accomunato dalla denuncia di un gigantesco fallimento del sistema politico nato dopo la seconda guerra mondiale, dalle primavere arabe a Donald Trump, dagli indignados spagnoli alla Brexit, dagli hacker ai partiti xenofobi europei. Il populismo sarà pure una parolaccia, il mondo pullula di imprenditori della paura e faccendieri pronti a sfruttarla, ma certo il popolo – rabbioso, volgare, non di rado egoista – rifiuta gli ordini. La democrazia si ritrova senza popolo. E lo stesso rischio corre la Chiesa.
Eletto papa a sorpresa nel 2013, Jorge Mario Bergoglio riallaccia i fili di un tessuto lacerato. Riporta la Chiesa là dove l’aveva lasciata Giovanni Paolo I, prima che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, con una lunga parentesi, schierassero la Chiesa nello scacchiere della guerra fredda, facendo scolorire il ricordo del Concilio vaticano II.
Primo, eclatante, gesto del pontificato, dall’alto del loggione di San Pietro si fa benedire dal popolo radunato in basso, nella piazza San Pietro. “E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo”, dice. La mattina dopo, primo viaggio del pontificato, va a pregare a Santa Maria maggiore, nella cappella della Madonna salus populi romani. Il “papa del popolo” ha uno sguardo profondo, profetico sulla storia del mondo, vede con lucidità che l’Europa si gioca il suo destino sulla capacità di accogliere un’epocale ondata di immigrati, denuncia il rischio che l’umanità rovini irrimediabilmente la propria madre terra, paventa il sorgere di una terza guerra mondiale a pezzi. Pensa che sia compito di un papa occuparsi di questi temi, più che di aborto e nozze gay, perché ritiene che il popolo cattolico debba vivere non rinchiuso in sacrestia, ma incarnato nella storia, aperto al mondo, impegnato per il bene dell’umanità. La riforma con la quale cerca di risvegliare la Chiesa è «missionaria».
Jorge Mario Bergoglio vuole portare a compimento l’aggiornamento del Concilio vaticano II. Intende archiviare per sempre l’anacronistica idea di Chiesa nata con il Concilio di Trento, adatta per una società statica e agricola. Una Chiesa che comunica in una sola direzione, dal clero ai laici, dall’adulto al bambino, dal maschio alla femmina, una Chiesa che ruota attorno alla parrocchia e al seminario, che si occupa di educare i bambini e moralizzare gli adulti, tutti cattolici dalla nascita, anziché guardare oltre gli steccati del gregge, una Chiesa che giudica i fedeli perché è l’unico riferimento morale della società. È, questa sì, una rivoluzione. “Ce la farà papa Francesco?”, è la domanda che risuona dall’inizio del pontificato. “Ma la domanda autentica da porsi è un’altra”, ha avuto a spiegare la teologa Serena Noceti: “Ce la farà la Chiesa cattolica oggi ad accettare la logica della riforma? Come fa un pachiderma statico come talora appare la Chiesa cattolica, quasi un capodoglio spiaggiato, a rimettersi in moto?” Il punto è questo.
Rispetto al frangente del Concilio, nella Chiesa, come in tutta la società, le persone non sembrano così desiderose di unirsi per diventare, o tornare, protagoniste. Al giubileo straordinario della misericordia indetto dal papa (8 dicembre 2015-20 novembre 2016) il popolo cattolico partecipa, sì, ma non in massa. Molti, tra i cattolici, sono più ansiosi di definire i confini delle appartenenze che di elaborare la paura della globalizzazione, più chiusi nella propria comunità che aperti al mondo. Più interessati a ricevere, dall’alto, indicazioni dottrinali e prescrizioni politiche che a partecipare, dal basso, alla ricerca, nella fede, di risposte nuove alle domande nuove che pone il progresso tecnico e scientifico, i mutamenti economici o l’instabilità geopolitica. Il “popolo fedele di Dio”, come altri popoli, sembra assopito, distratto, impigrito, o invece esasperato, arrabbiato, indignato. Atteggiamenti tipici, gli uni quanto gli altri, dei sudditi.
Per sciogliere l’incantesimo ci vorrebbe un moto di consapevolezza, di ribellione, di liberazione. O, in sua assenza, un’iniziativa, una riforma dell’unica persona che abbia la potestà di liberare i sudditi, il sovrano.

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2 commenti a Vaticano: tra amici e nemici

  1. Stefano Saffioto 21/01/2017 20:03 #

    È un vero peccato che un giornalista documentato e professionale come Iacopo Scaramuzzi non riesca a trattenere le proprie convinzioni personali, e si lasci a commenti sprezzanti nei confronti dei critici di questo papato sconclusionato, impreciso e improvvisato.

    Si è domandato Scaramuzzi perché la popolarità di Papa Francesco tra i cattolici sta scemando negli anni (pochi) mentre quella di San Giovanni Paolo II è rimasta pressoché inalterata per tutto il suo lungo papato?

    Il Santo Padre avrà senz’altro nobili intenti, ma si sta compiacenti sempre piú dei suoi poteri da Vicario di Cristo è sta perdendo di vista il suo ruolo di roccia che conferma i fratelli nella fede.

    Per recuperare la pecorella smarrita sta perdendo un intero gregge, confuso, ripetutamente umiliato spesso senza reali ragioni (quante volte il Santo Padre si è scagliato contro i suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato? Forse che Gesú passava le giornate a riprendere i suoi discepoli?), e rischiando peraltro di non recuperare neppure la pecorella smarrita, che certo non potrà essere attratta da una Chiesa divisa, confusa nella dottrina, e senza risposte (si veda la recente dichiarazione papale ai bambini del Bambino Gesú sul senso della sofferenza: vi sembra possibile che un Papa dichiari di non avere uno straccio di risposta sul dolore innocente? Quella croce che porta al collo è solo un orpello argenteo?).

    L’ospedale da campo cura, per quanto in mille difficoltà, non fascia e basta lasciando le piaghe piene di pus.

    Preghiamo per il Santo Padre, assieme a Iacopo Scaramuzzi, e speriamo si accorga dell’inefficacia della sua azione pastorale.

    • Pithon Carla 01/02/2017 15:04 #

      Stefano Saffioto,
      preghiamo per te… chissà la tua mente riesci a percepire questo momento unico, di un papa vicino alla dottrina cristica e non solo all’uomo e le sue convinzioni .

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